GO, GO­SLING GO!

Vanity Fair (Italy) - - Storie - di EN­RI­CA TE­SIO

Èil teo­re­ma di Fight Club: quan­do nel 1999 uscì il film di Da­vid Fin­cher, le (al­lo­ra) ra­gaz­ze co­me me si di­vi­se­ro in due fa­zio­ni. Le Brad­pit­tia­ne e le Ed­ward­nor­ti-ne. Le aman­ti di Brad so­ste­ne­va­no la sua bel­lez­za as­so­lu­ta, la man­di­bo­la vo­li­ti­va, gli ad­do­mi­na­li a grat­tu­gia, lo sguar­do blu ol­tre­ma­re; le a man­ti­di Ed­ward im­paz­zi­va­no per­la sua im­per­fe­zio­ne, il fa­sci­no am­bi­guo, il sor­ri­so stra­fot­ten­te e mi­ste­rio­so. In­som­ma, una ver­sio­ne più adul­ta del­la dia­tri­ba Bran­don vs Dy­lan di Be­ver­ly Hills 90210. E poi è ar­ri­va­to lui, Ryan Go­sling, l’uo­mo che sfo­de­ra bi­ci­pi­ti, ma­scel­lo­ne e oc­chio az­zur­ro al­la Pit te un’ aria pro­ble­ma­ti­ca e an­ti­con­ven­zio­na­le al­la Nor ton. Il gio­co è fat­to, Go­sling è il com­pro­mes­so sto­ri­co, l’anel­lo di con­giun­zio­ne tra il bel­lo che pia­ce e lo stra­no che seduce. E ci met­te d’ac­cor­do tut­te. Per pri­me le mam­me che, leg­gen­do la sua bio­gra­fia, non pos­so­no igno­ra­re l’in­fan­zia dif­fi­ci­le. Poi le ro­man­ti­che: Ryan en­tra tal­men­te be­ne nei per­so­nag­gi che in­ter­pre­ta da fi­dan­zar­si si­ste­ma­ti­ca­men­te con le part­ner sul set, pri­ma San­dra Bul­lock, poi Ra­chel McA­dams e, in­fi­ne, Eva Men­des, ora ma­dre di sua fi­glia Esme­ral­da. Pia­ce al­le don­ne sen­si­bi­li ai te­mi so­cia­li, per es­ser­si spe­so in pri­ma per­so­na in cau­se uma­ni­ta­rie (Dar­fur e Con­go). Pia­ce al­le qua­ran­ten­ni, che ap­prez­za­no la sua pas­sio­ne per le ra­gaz­ze ma­tu­re. Pia­ce al­le gio­va­nis­si­me co­me la ven­ti­treen­ne Se­le­na Go­mez che, fi­ni­ta la sto­ria con Ju­stin Bie­ber, di­ce di vo­ler con­ser­va­re il suo cuo­re e il suo anu­la­re in at­te­sa di una pro­po­sta di ma­tri­mo­nio da par­te di Go­sling. Pia­ce al­le spi­ri­to­se per­ché ha sem­pre ri­spo­sto a to­no al­le pa­ro­die sui so­cial, di­mo­stran­do di sa­per ri­de­re di se stes­so. E gli uo­mi­ni? Gli uo­mi­ni di que­sto suc­ces­so non si ca­pa­ci­ta­no. « Ma ha la fac­cia da su­ri­ca­to!». È ve­ro, ha gli oc­chi vi­ci­ni, ma in­tel­li­gen­ti, co­me un gio­va­ne Sean Penn. «Ma ha la mo­bi­li­tà fac­cia­le di un mo­no­li­te!». A me tor­na in men­te Ser­gio Leo­ne che, par­lan­do di Clint Ea­st­wood, di­ce­va aves­se so­lo due espres­sio­ni, con cap­pel­lo e sen­za cap­pel­lo: Go­sling ne ha di cer­to al­tre due, con la bar­ba e sen­za bar­ba. E co­mun­que lui è bra­vo, ado­ra­bi­le nei pan­ni del­lo sciu­pa­fem­mi­ne ga­lan­te in Cra­zy, Stupid, Lo­ve, cre­di­bi­le ad­det­to stam­pa del pre­si­den­te Geor­ge Cloo­ney nel­le Idi di mar­zo, sem­pli­ce­men­te fi­chis­si­mo e spo­sta­to in Dri­ve. «Ma gli fan­no sem­pre di­re due bat­tu­te in cro­ce!». On­li­ne c’è un fin­to trai­ler, Quiet Ryan, «Ryan il ta­ci­tur­no», con le sce­ne dei suoi film do­ve ta­ce e so­spi­ra, so­spi­ra e ta­ce. In Co­me un tuo­no muo­re pri­ma di aver aper­to boc­ca. Pe­rò nel­la vi­ta fa di­chia­ra­zio­ni d’amo­re da Oscar. Per esem­pio, in Tv: «L’uni­ca co­sa che cer­co in una don­na è che sia Eva Men­des». Con buo­na pa­ce di Se­le­na Go­mez e an­che mia. Che tan­to con­ti­nuo a pre­fe­rir­gli Ed­ward Nor­ton.

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