DO­PO MIA MO­GLIE E LE FI­GLIE»

GRA­ZIE AL­LA NO­MI­NA­TION NON HO PIÙ DO­VU­TO FA­RE PRO­VI­NI: LA CO­SA MI­GLIO­RE CHE MI SIA CA­PI­TA­TA,

Vanity Fair (Italy) - - Vanity -

ispi­ra­ti, per il re­sto è tut­to mol­to ri­pe­ti­ti­vo. La re­gia è una fa­ti­cac­cia, for­se mi uc­ci­de­rà. Ma se so­prav­vi­vo, mi fa­rà sen­ti­re più gio­va­ne e più fe­li­ce». Par­la spes­so di la­vo­ro con sua mo­glie? «Di con­ti­nuo. Ci aiu­tia­mo a vi­cen­da nel­la pre­pa­ra­zio­ne dei co­pio­ni, ci con­sul­tia­mo per mol­te de­ci­sio­ni. Non lo con­si­glie­rei a tut­te le cop­pie, ma per noi due fun­zio­na. Ci di­cia­mo an­che co­se mol­te du­re e so­no con­vin­to di es­se­re di­ven­ta­to un at­to­re mi­glio­re pro­prio gra­zie agli in­co­rag­gia­men­ti di mia mo­glie. Io so­no mol­to bra­vo a leg­ge­re un co­pio­ne e a spez­za­re il ca­pel­lo in quat­tro, ma tra noi due è Fe­li­ci­ty che ha una vi­sio­ne d’in­sie­me, stra­te­gi­ca». Lei ha ini­zia­to la sua at­ti­vi­tà tea­tra­le con il gran­de dram­ma­tur­go Da­vid Ma­met. Che co­sa le ha in­se­gna­to? «Io ero un ti­po im­pres­sio­na­bi­le, lui un gran­de in­tel­let­tua­le. Nean­che sa­pe­vo che co­sa avrei vo­lu­to fa­re da gran­de, ma lui ha tra­sfor­ma­to un mio tie­pi­do in­te­res­se per il tea­tro in una ve­ra vo­ca­zio­ne. Ho im­pa­ra­to da Da­vid qua­si tut­to quel­lo che so. Per esem­pio, lui di­ce che an­da­re die­tro ai pre­sun­ti gu­sti del pub­bli­co non è mai una buo­na idea. Bi­so­gna fa­re quel­lo che pia­ce pri­ma di tut­to a noi, per es­se­re con­vin­cen­ti». Se non aves­se fat­to l’at­to­re, avreb­be fat­to il mu­si­ci­sta? «Suo­no a orec­chio tut­ti gli stru­men­ti a cor­da, da qual­che an­no mi so­no spe­cia­liz­za­to in uku­le­le e scri­vo an­che can­zo­ni, in par­ti­co­la­re una nuo­va can­zo­ne per Fe­li­ci­ty a ogni suo com­plean­no. Ne va­do mol­to ero, mi ven­go­no pro­prio be­ne». Lei ha una car­rie­ra co­sì va­ria, ep­pu­re coe­ren­te e so­li­da, che mi vie­ne da chie­der­le: che co­sa con­si­glie­reb­be a un gio­va­ne at­to­re? «Me­glio una par­te pic­co­la in un gran­de lm che una gran­de par­te in un lm che va­le po­co. In Room sa­rò sta­to sul set non più di due o tre gior­ni, ma ne va­le­va la pe­na per­ché il per­so­nag­gio è scrit­to be­ne e il la­vo­ro, nell’in­sie­me, in­te­res­san­tis­si­mo». E quan­do il la­vo­ro non ar­ri­va? «Per quel­lo esi­ste un me­to­do in­fal­li­bi­le». Cioè? «Com­pra­re un bi­gliet­to non rim­bor­sa­bi­le per una lun­ga va­can­za all’estero. Ap­pe­na avre­te pa­ga­to, vi ar­ri­ve­rà una pro­po­sta per le stes­se, iden­ti­che da­te».

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