“PO­VE­RA STEL­LI­NA”»

«SAI CO­SA DI­REB­BE­RO DAL­LE MIE PAR­TI DI UNA CO­SA DEL GE­NE­RE?

Vanity Fair (Italy) - - Copertina -

la stel­la di lei era in ascesa. Ben ave­va an­che avu­to una se­rie di sto­rie mol­to pub­bli­ciz­za­te, nell’ul­ti­ma era ar­ri­va­to a un fi­dan­za­men­to uf­fi­cia­le con Jen­ni­fer Lo­pez. Jen­ni­fer Gar­ner in­tan­to si era spo­sa­ta a ven­tot­to an­ni con l’at­to­re Scott Fo­ley, co­no­sciu­to sul set di Fe­li­ci­ty, ma era fi­ni­ta do­po so­lo due an­ni. «Ov­via­men­te non è quel­lo che mi im­ma­gi­na­vo men­tre cor­re­vo su quel­la spiag­gia, ma ades­so so­no qui», di­ce. «Per su­pe­ra­re que­sta si­tua­zio­ne, dob­bia­mo con­ti­nua­re ad aiu­tar­ci. Ben ri­ma­ne l’uni­ca per­so­na che sa tut­ta la ve­ri­tà. E io so­no an­co­ra l’uni­ca che co­no­sce al­cu­ne del­le sue ve­ri­tà». Jen­ni­fer ap­pa­re for­te, ma que­sto non vuol di­re che sia sem­pre tut­to fa­ci­le. Di­ce che lo scor­so ot­to­bre, quan­do Af­fleck ha co­min­cia­to a gi­ra­re il suo nuo­vo film, Li­ve by Night, di cui è re­gi­sta e pro­ta­go­ni­sta, «io non ne fa­ce­vo par­te. Sta­va co­min­cian­do e non ne fa­ce­vo par­te. Quel­la è sta­ta una gior­na­ta du­ra. Ho por­ta­to i bam­bi­ni a scuo­la, ma poi so­no tor­na­ta a ca­sa e mi so­no ri­mes­sa a let­to. Di gior­ni co­sì non me ne ca­pi­ta­no mol­ti». E ca­pi­sce per­ché la gen­te – gli ami­ci, i fan, gli sco­no­sciu­ti – vor­reb­be tan­to ve­de­re un lie­to fi­ne più sem­pli­ce. «Quan­do si so­no la­scia­ti Jen­ni­fer Ani­ston e Brad Pitt», am­met­te, «non ve­de­vo l’ora di leg­ge­re da qual­che par­te che era­no tor­na­ti in­sie­me». È nel­le co­se es­sen­zia­li che ha tro­va­to il con­for­to e il so­ste­gno di cui que­st’an­no ha avu­to bi­so­gno: «Quan­do la ter­ra tre­ma, tor­ni a cer­ca­re quel­lo che co­no­sci fin da bam­bi­na. Di col­po mi so­no ri­tro­va­ta a se­der­mi al pia­no­for­te. Ad an­da­re in chie­sa. Ho pas­sa­to in­te­re gior­na­te scri­ven­do pes­si­me poe­sie, per­ché ero trop­po tri­ste. Ho ca­pi­to di do­ver fa­re una le­zio­ne di dan­za. Mi ha fat­to tor­na­re in men­te le sce­ne di lot­ta in Alias, e quan­to mi man­ca­va­no. Sen­ti­vo un bi­so­gno di fi­si­ci­tà, e an­che di pren­de­re a pugni qual­cu­no. Lo sa co­sa non ve­do l’ora che suc­ce­da? Non ve­do l’ora di su­pe­ra­re la fa­se del com­pa­ti­men­to. Ri­tro­va­re il sen­so dell’umo­ri­smo». E ma­ga­ri fre­quen­ta­re qual­cu­no? Di re­cen­te, un suo com­pa­gno di vo­lo de­ve aver pen­sa­to che va­les­se la pe­na pro­var­ci: «Era­va­mo in fi­la per il ba­gno nel­la loun­ge, e io ci so­no ri­ma­sta di sas­so. Mi ci è vo­lu­to un at­ti­mo per ri­cor­dar­mi che co­se del ge­ne­re pos­so­no suc­ce­de­re. Mi fa: “Pos­so of­frir­le un caf­fè?” E io: “No! No che non può of­frir­mi un caf­fè”. E poi: “Ma gra­zie per aver­me­lo chie­sto”». Le chie­do se rie­sce a im­ma­gi­nar­si di fre­quen­ta­re di nuo­vo qual­cu­no. «For­se. Non lo so. È che tut­te quel­le che co­no­sco, quan­do de­ci­do­no di usci­re con una per­so­na nuo­va, mi di­co­no cer­te co­se… Ti­po che gli uo­mi­ni non te­le­fo­na­no più. Io vo­glio i fio­ri, non i mes­sag­gi­ni. Si­gni­fi­ca che so­no una spe­cie di di­no­sau­ro, ve­ro?». des­so, in che mo­do pre­ve­de di vol­ta­re pa­gi­na? «Il com­pi­to di ren­der­mi fe­li­ce non spet­ta a Ben. La co­sa più im­por­tan­te so­no i no­stri fi­gli, e sul­le spe­ran­ze che ab­bia­mo per lo­ro sia­mo com­ple­ta­men­te d’ac­cor­do. Cer­to, ho ri­nun­cia­to al so­gno di bal­la­re con mio ma­ri­to al ma­tri­mo­nio di mia fi­glia. Ma do­vreb­be ve­de­re le lo­ro fac­ce ogni vol­ta che ar­ri­va lui. E quan­do ve­di i tuoi fi­gli ama­re una per­so­na in mo­do co­sì pu­ro e as­so­lu­to, con quel­la per­so­na de­vi ri­ma­ne­re ami­ca». Non le ha pe­rò da­to un po’ fa­sti­dio quan­do a gen­na­io, du­ran­te la ce­ri­mo­nia dei Gol­den Glo­be, Ric­ky Ger­vais ha pre­sen­ta­to Matt Da­mon co­me «l’uni­ca per­so­na a cui Ben Af­fleck è ri­ma­sto fe­de­le»? «Ho ri­so. Le per­so­ne sof­fro­no. Fan­no co­se de­plo­re­vo­li, si ver­go­gna­no, e la ver­go­gna pro­vo­ca sof­fe­ren­za. La gen­te non de­ve odia­re lui al po­sto mio. Io non lo odio. Non è che dob­bia­mo massacrarlo. Non si pre­oc­cu­pi, men­tre era­va­mo spo­sa­ti io ho te­nu­to sem­pre gli oc­chi ben aper­ti. So ba­da­re a me stes­sa». Lo scor­so au­tun­no è cir­co­la­ta la no­ti­zia che Gar­ner e Af­fleck ave­va­no mes­so in ven­di­ta la lo­ro vil­la a Pa­ci­fic Pa­li­sa­des (pro­get­ta­ta da Cliff May, di cui era sta­to pro­prie­ta­rio an­che Gre­go­ry Peck) per 45 mi­lio­ni di dol­la­ri. Ma non era ve­ro. Lei ri­ma­ne dov’è, e per il mo­men­to lui vi­ve nel­la dé­pen­dan­ce del­la gran­de te­nu­ta. I ge­ni­to­ri di Jen­ni­fer so­no spo­sa­ti da 51 an­ni. Quan­do le chie­do se nel suo ma­tri­mo­nio c’è sta­to un pun­to di rot­tu­ra, ol­tre il qua­le ha ca­pi­to di non po­ter­si spin­ge­re, mi ri­spon­de con la vo­ce ve­na­ta dall’emo­zio­ne: «È una do­man­da mol­to dif­fi­ci­le. Io so­no una gran la­vo­ra­tri­ce. Il fat­to di aver fal­li­to per due vol­te in una co­sa nel­la qua­le cre­do co­sì tan­to è uno dei miei do­lo­ri più gran­di. Per far fun­zio­na­re un ma­tri­mo­nio bi­so­gna es­se­re in due. Ora co­me ora, il mio cuo­re è iper­sen­si­bi­le, e con­cen­trar­si su tut­to ciò che è sof­fe­ren­za ri­sul­ta sem­pre più fa­ci­le, ma con un po’ di tem­po e di di­stan­za ca­pi­rò con più chia­rez­za in che co­sa ho sba­glia­to. Per­ché non esi­ste che ne esca con la co­scien­za pu­li­ta». Se c’è un ri­svol­to po­si­ti­vo, è che for­se la ve­dre­mo più spes­so, per­ché è de­ter­mi­na­ta a guar­da­re avan­ti. «Di sicuro nel ma­tri­mo­nio ho in­ve­sti­to un sac­co di tem­po che ades­so avrò di nuo­vo per me stes­sa», di­ce. «Non so co­me lo use­rò». Una co­sa è cer­ta: si ri­fiu­ta di pren­de­re la re­spon­sa­bi­li­tà del ta­tuag­gio da cri­si di mezz’età – una fe­ni­ce – che og­gi oc­cu­pa l’in­te­ra schie­na dell’ex ma­ri­to. «Sa che gli di­reb­be­ro dal­le mie par­ti, di una co­sa del ge­ne­re? “Ma po­ve­ra stel­li­na”. Una fe­ni­ce che ri­na­sce dal­le ce­ne­ri? E la ce­ne­re sa­rei io?». Mi striz­za l’oc­chio. «Eh no, mi of­fen­do. Va be­ne tut­to, ma la ce­ne­re no».

(tra­du­zio­ne di Mat­teo Co­lom­bo)

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