I CHI­LI PIÙ DIF­FI­CI­LI

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u sei bel­la»: du­ra con­vin­cer­si, se sei sem­pre sta­ta cic­cio­na. L’ag­get­ti­vo che mi so­no più spes­so sen­ti­ta ri­vol­ge­re. E poi gras­sa: di per sé neu­tro, ma pro­nun­cia­to con quel di­sprez­zo e quel­la pie­tà che ho im­pa­ra­to a ri­co­no­sce­re. Fuo­ri pe­so. Fuo­ri for­ma. Ro­ton­da. Pie­na. Ro­bu­sta. E l’ul­ti­mo, il po­li­ti­cal­ly cor­rect, il più in­fi­do: «Curvy». Per­ché si sa, le don­ne han­no le cur­ve. Quin­di io, gras­sa ma sen­za se­no, nep­pu­re don­na so­no. Fin da bam­bi­na ho vis­su­to le oc­chia­te, le cat­ti­ve­rie a mez­za vo­ce, il bul­li­smo in­vi­si­bi­le che esclu­de i bam­bi­ni di­ver­si. Per­ché mi odia­no? Per­ché non mi in­vi­ta­no al­le fe­ste? Per­ché mi guar­da­no ma­le? Do­man­de che nel­la mia men­te bam­bi­na non sa­pe­va­no – o non vo­le­va­no – tro­va­re ri­spo­sta. Al­le me­die la ri­spo­sta l’ho tro­va­ta, gra­zie a un bul­lo «vec­chia scuo­la» che non si fa­ce­va scru­po­lo di spu­ta­re su di me un­di­cen­ne i suoi «cu­lo­na, gras­so­na, cic­cio­na». Si è for­gia­to in quel pe­rio­do il mio ca­rat­te­re di og­gi, il far­si sci­vo­la­re tut­to ad­dos­so, il sop­pri­me­re i sen­ti­men­ti, con­vin­ta che nes­su­no ne avreb­be mai pro­va­ti per me. Mi so­no ri­tro­va­ta, con il di­plo­ma di ma­tu­ri­tà, an­co­ra gras­sa, e so­la. C’è vo­lu­to uno spet­ta­co­lo a cam­bia­re le co­se: la piè­ce sul bul­li­smo che ho mes­so in sce­na, a 20 an­ni, di fron­te ai ra­gaz­zi del pri­mo bien­nio del li­ceo. Ne­gli sguar­di di mol­ti di lo­ro ve­de­vo lo stes­so di­sprez­zo dei miei

Tvec­chi com­pa­gni di scuo­la, ma nel­le pa­ro­le di al­tri ho sen­ti­to lo stes­so do­lo­re che ave­vo per an­ni na­sco­sto nel mio cuo­re. Da­van­ti a ra­gaz­zi «di­ver­si» co­me lo ero sta­ta io, ho tro­va­to la for­za di es­se­re per lo­ro quel­lo che nes­su­no era sta­to per me: una spe­ran­za. Ho det­to lo­ro che non sa­reb­be du­ra­ta per sem­pre. Ho det­to lo­ro che an­che io ave­vo sof­fer­to, ma che ora po­te­vo di­re di es­se­re fe­li­ce con me stes­sa. Ho men­ti­to. Ho men­ti­to per­ché an­co­ra og­gi fa­ti­co a guar­dar­mi al­lo spec­chio. Per­ché non c’è gior­no in cui non pen­si di non va­le­re ab­ba­stan­za, in cui non sen­ta la vo­ce dei bul­li che di­co­no: fai schi­fo. Ogni ora au­to­cen­su­ro un’azio­ne che fa­reb­be ri­de­re di me, per­ché «so­lo i ma­gri pos­so­no». Tro­va­re un ra­gaz­zo, met­te­re un bi­ki­ni, bal­la­re in di­sco­te­ca, po­sta­re un sel­fie a tut­ta fi­gu­ra. Fi­ni­te le repliche so­no an­da­ta da una die­ti­sta, per di­ven­ta­re quel che ave­vo fin­to di es­se­re. Ho per­so 18 chi­li, ma la stra­da an­co­ra è lun­ga. Per­ché i chi­li più dif­fi­ci­li da per­de­re so­no quel­li dei mu­ri che ho in­nal­za­to at­tor­no. Tut­te le mie pa­ra­no­ie, tut­ti i miei im­ba­raz­zi nell’ap­proc­cia­re ra­gaz­zi, le mie difficoltà a cre­de­re che qual­cu­no mi pos­sa ama­re: quel­la è la za­vor­ra che mi tie­ne giù, fer­ma, a os­ser­va­re gli al­tri vi­ve­re. Qual­co­sa si muo­ve. Cu­ra­re le fe­ri­te al­trui aiu­ta a ri­cu­ci­re le mie. E og­gi so­no qui. A com­bat­te­re il ve­ro ne­mi­co. Quel­lo che ci vuo­le più ma­gri o più gras­si o più bel­li. Che ur­la «non far­lo», e che puoi met­te­re a ta­ce­re so­lo ac­cet­tan­do­ti, ab­brac­cian­do­ti, vo­len­do­ti fi­nal­men­te be­ne. ELI

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