TUT­TI PERDONO

Vanity Fair (Italy) - - Week -

Un quar­to di se­co­lo fa (giu­gno 1991) Bet­ti­no Cra­xi in­vi­tò gli ita­lia­ni a «an­da­re al ma­re» per boi­cot­ta­re il referendum fi­lo-mag­gio­ri­ta­rio di Ma­rio Se­gni. Fu un gran­de az­zar­do scom­met­te­re sull’asten­sio­ne per­ché gli ita­lia­ni, all’epo­ca, af­fol­la­va­no le ur­ne in mas­sa: più di quat­tro su cin­que al­le ele­zio­ni po­li­ti­che. L’Ita­lia era un pae­se ap­pas­sio­na­ta­men­te «po­li­ti­co». An­che trop­po. E il referendum di Se­gni, co­me pre­ve­di­bi­le, ot­ten­ne il quo­rum, se­gnan­do l’ini­zio del­la fi­ne di Bet­ti­no Cra­xi e del­la pri­ma Re­pub­bli­ca. Non si può cer­to di­re che Mat­teo Ren­zi, in­vi­tan­do gli ita­lia­ni a non vo­ta­re al referendum sul­le tri­vel­le, ab­bia cor­so un ri­schio pa­ra­go­na­bi­le. L’Ita­lia iper­po­li­ti­ca è di­ven­ta­ta an­ti­po­li­ti­ca, or­mai da pa­rec­chi an­ni si va a vo­ta­re mol­to di me­no, sem­pre di me­no. E met­te­re il pro­prio cap­pel­lo su una ten­den­za già in at­to – non vo­ta­re; tan­to­me­no per un referendum co­sì «tec­ni­co» – è sta­to un ge­sto un po’ ma­ra­mal­do, tan­to da spin­ge­re pa­rec­chi ita­lia­ni che ave­va­no de­ci­so di aste­ner­si (io, per esem­pio) ad an­da­re al­le ur­ne, sia pu­re con­tro­vo­glia. Sen­za l’ap­pel­lo al non-vo­to di Ren­zi, pro­ba­bil­men­te, l’af­flus­so sa­reb­be sta­to an­co­ra più bas­so.

Sono dun­que tra quel­li che han­no per­so il referendum, vo­tan­do inu­til­men­te sì. Lo han­no per­du­to ov­via­men­te, e a mag­gio­re ra­gio­ne, an­che quei po­chi (cir­ca due mi­lio­ni) che han­no vo­ta­to no. Lo han­no per­du­to i No­triv e le Re­gio­ni pro­mo­tri­ci. Lo ha per­du­to lo Sta­to, che ha spe­so inu­til­men­te più di tre­cen­to mi­lio­ni di eu­ro. Lo ha per­du­to il Pd, in­ca­pa­ce di pro­dur­re una po­si­zio­ne co­mu­ne, e de­ci­fra­bi­le, in ma­te­ria di po­li­ti­ca ener­ge­ti­ca. Non lo ha vin­to Mat­teo Ren­zi né lo ha vin­to al­cu­no de­gli asten­sio­ni­sti, che in sé non co­sti­tui­sco­no mai un nu­me­ro leg­gi­bi­le: sono un coa­cer­vo non rap­pre­sen­ta­bi­le e di­fat­ti non rap­pre­sen­ta­to in al­cu­na as­sem­blea elet­ti­va, as­sen­te da qua­lun­que de­ci­sio­ne. L’asten­sio­ne è ap­pe­na un nu­me­ro, un gra­fi­co su un fo­glio, un’as­sen­za sen­za no­me. Lo stes­so Ren­zi, a ur­ne chiu­se, ha avu­to il buon gu­sto di dir­lo: «Il go­ver­no non è tra i vin­ci­to­ri».

CCSe il vec­chio vez­zo del­la sce­na po­li­ti­ca ita­lia­na, do­po ogni ele­zio­ne, era di­re «tut­ti han­no vin­to», da un po’ di tem­po, e con la mas­si­ma gra­vi­tà in que­sto stra­nis­si­mo referendum, l’im­pres­sio­ne è che tut­ti per­da­no. O, se pre­fe­ri­te, che nes­su­no ab­bia vin­to. Non c’è da ral­le­grar­se­ne. È un se­gno di spap­po­la­men­to, di per­di­ta di sen­so del­la sce­na pub­bli­ca. È sem­pre più ra­ro tro­var­si di fron­te a iden­ti­tà col­let­ti­ve este­se e for­ti, a pas­sio­ni co­mu­ni evi­den­ti.

La stes­sa ana­li­si del «sì» (pur sem­pre un­di­ci mi­lio­ni di ita­lia­ni) non con­sen­te scor­cia­to­ie. Quan­ti gli am­bien­ta­li­sti? Quan­ti quel­li che vo­le­va­no so­lo da­re una le­zio­ne a Ren­zi? Quan­ti i ri­lut­tan­ti co­me me, che in­ten­de­va­no da­re so­lo un ge­ne­ri­co se­gna­le pro-ener­gie rin­no­va­bi­li ma con­si­de­ra­va­no astru­so se non as­sur­do il que­si­to re­fe­ren­da­rio? Quan­ti i «lo­cal» adria­ti­ci il cui uni­co pro­po­si­to era di­re «non sul­la mia spiag­gia»? on­tar­si è im­por­tan­te. È im­por­tan­te vin­ce­re ed è im­por­tan­te per­de­re. Aiu­ta a met­te­re a fuo­co le que­stio­ni, a in­tui­re le ten­den­ze, a ca­pi­re do­ve vi­via­mo, che mo­men­to è que­sto, in qua­le di­re­zio­ne (ci piac­cia op­pu­re no) stia­mo an­dan­do. Un Pae­se nel qua­le la con­ta è di­ven­ta­ta co­sì in­cer­ta, tal­men­te in­cer­ta che non si ca­pi­sce chi ha vin­to né se qual­cu­no ab­bia vin­to, non è un Pae­se in buo­na sa­lu­te. i era­va­mo di­men­ti­ca­ti for­se trop­po in fret­ta che le ul­ti­me ele­zio­ni po­li­ti­che, quel­le del 2013, era­no sta­te, di que­sta in­cer­tez­za, di que­sto spap­po­la­men­to, il pa­ra­dig­ma per­fet­to: tre vin­ci­to­ri, cen­tro­si­ni­stra, cen­tro­de­stra, cin­que­stel­le, dun­que tre per­den­ti. Nes­su­no in gra­do di for­ma­re un go­ver­no. L’al­chi­mia isti­tu­zio­na­le di Na­po­li­ta­no (per qual­cu­no ob­bli­ga­to­ria, per al­tri me­no) che co­strui­sce un go­ver­no a ta­vo­li­no. Ren­zi che di­ven­ta Ren­zi per­ché ve­de la sua ener­gia (in­dub­bia: e non è un di­fet­to) mol­ti­pli­car­si a di­smi­su­ra nel vuo­to im­pres­sio­nan­te che lo cir­con­da.

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