Se de­ci­di co­me an­dar­te­ne

Un film spa­gno­lo rac­con­ta il di­rit­to di de­ci­de­re del­la pro­pria mor­te. Ma non è una sto­ria tri­ste. JAVIER CÁMARA spie­ga che tut­to è na­to da­van­ti a un caf­fè, in due ore di pian­ti e ri­sa­te

Vanity Fair (Italy) - - Carpe Diem - Di MA­RI­NA CAPPA

ue uo­mi­ni e un ca­ne. Ju­lián (Ri­car­do Da­rín) ha de­ci­so di ri­nun­cia­re al­la che­mio­te­ra­pia e la­sciar­si mo­ri­re; pri­ma, de­ve ca­pi­re a chi la­scia­re il suo Tru­man, un ama­tis­si­mo Bull­ma­stiff. To­más (Javier Cámara) è l’ami­co che vo­la dal Ca­na­da al­la Spa­gna per dir­gli ad­dio. Quat­tro gior­ni in­sie­me: non una la­cri­ma, di­ver­si sor­ri­si, e un bel­lis­si­mo film. Cámara, 49 an­ni, ha la­vo­ra­to tre vol­te con Pe­dro Al­mo­dó­var (era l’in­fer­mie­re Be­ni­gno di Par­la con lei, il tra­ve­sti­to Pa­qui­to del­la Ma­la edu­ca­ción, uno de­gli steward gay de­gli Aman­ti pas­seg­ge­ri), e ne­gli ul­ti­mi due an­ni ha vin­to due Goya, gli Oscar spa­gno­li: per La vita è fa­ci­le ad oc­chi chiu­si, e per Tru­man - Un ve­ro ami­co è per sem­pre, che in Ita­lia esce il 21 apri­le.

DQuan­to c’è di suo, in que­sta sto­ria di ami­ci­zia e ma­lat­tia? «È suc­ces­so a un fa­mi­lia­re del re­gi­sta, Ce­sc Gay. Ma lui non vo­le­va fa­re un film trop­po sen­ti­men­ta­le, per­ché se par­li di una mo­glie o di un fi­glio fi­ni­sci col pian­ge­re, e quin­di ha so­sti­tui­to la fa­mi­glia con due amici, il che ci ha per­mes­so di man­te­ne­re il con­trol­lo del­le emo­zio­ni. Ab­bia­mo co­min­cia­to con un me­se di pro­ve a ca­sa mia, a Ma­drid. Il pri­mo gior­no ho pre­pa­ra­to il caf­fè, e Ri­car­do ha det­to: “Pri­ma di ber­lo, met­tia­mo il mor­to sul ta­vo­lo”. Per due ore, non ab­bia­mo fat­to che ri­de­re e pian­ge­re in­sie­me. Io ho pen­sa­to mol­tis­si­mo a mio pa­pà: è scom­par­so vent’an­ni fa, ma la sua mor­te mi ha ac­com­pa­gna­to per tut­to il film». Ep­pu­re, con Tru­man si sorride. «Sia­mo due at­to­ri co­mi­ci, ab­bia­mo “pian­gia­to” (Javier si espri­me in ita­lia­no, qua­si im­pec­ca­bi­le, ndr) mol­tis­si­mo ma an­che ri­so. E poi sia­mo sta­ti in si­len­zio. Per due uo­mi­ni è dif­fi­ci­le par­la­re di emo­zio­ni, il mio To­más non ve­de l’ora di an­dar­se­ne. Co­me quan­do vai in ospe­da­le a tro­va­re un ami­co e pen­si so­lo a quan­do puoi scap­pa­re». In Ita­lia non è fa­ci­le par­la­re del di­rit­to di au­to­de­ter­mi­na­re la pro­pria mor­te. «Quan­do di­scu­te­va­te del­la leg­ge sui ma­tri­mo­ni omo­ses­sua­li, ci chie­de­va­mo: ma che co­sa suc­ce­de in Ita­lia? Suc­ce­de che c’è la Chie­sa, co­me da noi. Ma gli ar­ti­sti non de­vo­no pre­oc­cu­par­si del­la re­li­gio­ne. Il film par­la del­la li­ber­tà di smet­te­re le cu­re e dar­si la mor­te, an­che se qual­cu­no ti di­ce che non puoi. Qui c’è un uo­mo che vuo­le pren­de­re l’ultima gran­de de­ci­sio­ne per se stes­so». An­che Par­la con lei era sul con­fi­ne fra vita e mor­te. «Sì, ma Tru­man è più vi­ci­no al­la quo­ti­dia­ni­tà. Par­la con lei era più ro­man­ti­co. Pen­si che Al­mo­dó­var mi ha det­to che il per­so­nag­gio di Be­ni­gno si chia­ma co­sì per­ché vo­le­va pren­de­re Ro­ber­to Be­ni­gni, per via del­la sua po­si­ti­vi­tà. Spe­ro di fa­re un al­tro film con Pe­dro, an­che se è sem­pre più dif­fi­ci­le, per­ché lui vuo­le che io lo sor­pren­da, e or­mai mi co­no­sce mol­to be­ne». In­tan­to, ha gi­ra­to con Pao­lo Sor­ren­ti­no la se­rie Tv The Young Po­pe. «Un so­gno di­ven­ta­to real­tà! Sia Pe­dro sia Pao­lo han­no un pun­to di vi­sta per­so­na­le, da ar­ti­sti ve­ri. Di The Young Po­pe non pos­so di­re niente, se non che sono il mae­stro di ce­ri­mo­nie del Va­ti­ca­no, e che spe­ro tan­to ci sia una seconda sta­gio­ne. Pe­rò de­vo mi­glio­ra­re l’ita­lia­no». Ma se è bra­vis­si­mo! Mi rac­con­ti, in­ve­ce, di quan­do, agli ini­zi, fa­ce­va l’uscie­re in tea­tro. «La mat­ti­na stu­dia­vo re­ci­ta­zio­ne, la not­te guar­da­vo la real­tà. Ed era una real­tà com­pli­ca­ta, riem­pi­re ogni se­ra il tea­tro». Per que­sto ha scel­to il ci­ne­ma? «Ave­vo una pro­fes­so­res­sa po­lac­ca, che mi ha det­to: “I tuoi oc­chi sono pic­co­li, non vai be­ne per il ci­ne­ma e la Tv, me­glio se fai tea­tro, che lì ti truc­ca­no”. In­ve­ce...». Un’ultima do­man­da: lei ha un ca­ne? «No, pe­rò c’è una sto­ria mol­to tri­ste. Tru­man, che si chia­ma­va in real­tà Troi­lo e la­vo­ra­va con i ra­gaz­zi­ni au­ti­sti­ci, è mor­to cin­que me­si do­po la fi­ne del film, Ri­car­do ha pian­gia­to co­me un bam­bi­no».

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