FU­GA PER LA VIT­TO­RIA

Da Ga­za al Cai­ro, MOHAMMAD ASSAF ha su­pe­ra­to le se­le­zio­ni di Arab Idol ed è ar­ri­va­to pri­mo. Ades­so la sua sto­ria è di­ven­ta­ta un film. In cui lui rac­con­ta che non si de­ve mol­la­re mai

Vanity Fair (Italy) - - Week - Di RI C C A RDO RO­MA­NI

10 an­ni Mohammad Assaf fu ac­cet­ta­to in uno show del­la Tv pa­le­sti­ne­se e strap­pò ap­plau­si e la­cri­me. Fuo­ri da­gli stu­di fi­schia­va­no i pro­iet­ti­li. Ades­so di an­ni ne ha 26 e la sua sto­ria è di­ven­ta­ta un film: The Idol. La vi­cen­da in po­che pa­ro­le: a Ga­za si dif­fon­de la no­ti­zia che le se­le­zio­ni di Arab Idol (ver­sio­ne ara­ba di Ame­ri­can Idol) si ter­ran­no in Egit­to e Mohammad (l’at­to­re Ta­w­feek Ba­rhom) non per­de tem­po, ma im­pie­ga due gior­ni per rag­giun­ge­re Il Cai­ro. Quan­do si pre­sen­ta all’ho­tel dei pro­vi­ni lo tro­va sbar­ra­to: trop­po tar­di. Non per lui. «Mi so­no det­to: do­po tut­to quel­lo che ho sop­por­ta­to, non pos­so ar­ren­der­mi so­lo per­ché han­no chiu­so le iscri­zio­ni. Ho sal­ta­to il mu­ro di cin­ta. Al­la fi­ne quel­li del­la si­cu­rez­za si so­no im­pie­to­si­ti, mi han­no fat­to en­tra­re e mi han­no am­mes­so al­la ga­ra». Ga­ra che Mohammad ha vin­to, tra­sfor­man­do­si di col­po in quel fe­no­me­no in­ter­na­zio­na­le che og­gi, al Bar­bi­can Thea­tre di Lon­dra pro­va gli ul­ti­mi pas­sag­gi di un con­cer­to tut­to esau­ri­to. Lo han­no ri­bat­tez­za­to The Roc­ket, il raz­zo, per­ché la sua vi­ta è schiz­za­ta in avan­ti al­la ve­lo­ci­tà del­la lu­ce. «De­vo rin­gra­zia­re le pri­va­zio­ni che ho af­fron­ta­to cre­scen­do in un cam­po pro­fu­ghi. Sen­za, non avrei avu­to il fe­ga­to per af­fron­ta­re quel viag­gio e ar­ri­va­re in Egit­to». Co­me si può cre­sce­re a Ga­za so­gnan­do di di­ven­ta­re un can­tan­te? «Do­ves­si rac­con­ta­re le li­mi­ta­zio­ni che ogni gior­no gli abi­tan­ti di Ga­za de­vo­no ac­cet­ta­re, non ba­ste­reb­be­ro cin­que ore. Ma io non ho mai avu­to al­tro obiet­ti­vo se non can­ta­re, quin­di mi sem­bra tut­to na­tu­ra­le. L’ho fat­to a ogni oc­ca­sio­ne: ai ma­tri­mo­ni, al­le fe­ste, sot­to le bom­be». Le è ser­vi­to an­che a con­qui­sta­re le ra­gaz­ze? «Be’, non pos­so la­men­tar­mi. Ma non so­no mai sta­to uno sciu­pa­fem­mi­ne. Ero in­na­mo­ra­to di una so­la». Sul pal­co sem­bra vi­ve­re una spe­cie di esta­si. «È la fe­li­ci­tà di rap­pre­sen­ta­re per­so­ne che ogni gior­no sof­fro­no. Gra­zie a me po­tran­no pen­sa­re: ec­co uno che ce l’ha fat­ta, al­lo­ra c’è spe­ran­za». La fa­ma, il ruo­lo di am­ba­scia­to­re di Unr­wa, l’Agen­zia Onu per i ri­fu­gia­ti pa­le­sti­ne­si: ol­tre al­la fe­li­ci­tà, le re­spon­sa­bi­li­tà. «Il mio esem­pio de­ve ser­vi­re per­ché il mon­do co­no­sca la si­tua­zio­ne di Ga­za». En­tra­re in po­li­ti­ca? «Non mi in­te­res­sa. So­no un ar­ti­sta. Per ren­de­re un ser­vi­zio al­la Pa­le­sti­na mi ba­sta rac­con­ta­re la mia vi­ta». Nel­le per­so­ne che in­con­tra, quan­to è lon­ta­na dal­la real­tà la per­ce­zio­ne del­la que­stio­ne pa­le­sti­ne­se? «So­no ri­ma­sto scioc­ca­to dal fat­to che pa­rec­chia gen­te igno­ri to­tal­men­te quel che suc­ce­de, la no­stra sof­fe­ren­za». Un esem­pio di que­sta sof­fe­ren­za? «De­vo an­da­re in Spagna. Per far­lo, ba­sta che io chia­mi l’agen­zia di viag­gi, pre­no­ti il vo­lo, va­da all’ae­ro­por­to e in un’ora di ae­reo so­no a Bar­cel­lo­na. Im­ma­gi­ni ora di do­ver­si spo­sta­re da Ga­za a Ra­mal­lah: 40 chi­lo­me­tri di di­stan­za. La pro­ce­du­ra pa­le­sti­ne­se è: ini­zia a pre­ga­re, per­ché non sai dav­ve­ro se e quan­do ci ar­ri­ve­rai». Rie­sce a scher­zar­ci so­pra? «Noi pa­le­sti­ne­si re­si­stia­mo gra­zie al no­stro sen­so dell’umo­ri­smo. Scher­zia­mo su tut­to, so­prat­tut­to sul­le co­se tra­gi­che. Le rac­con­to del­la mat­ti­na in cui do­ve­vo re­gi­stra­re in uno stu­dio con tre ami­ci. Nel­la not­te gli israe­lia­ni ave­va­no bom­bar­da­to il quar­tie­re. Uscia­mo di ca­sa e sco­pria­mo che, del­le cin­que au­to par­cheg­gia­te, so­lo la no­stra è in­tat­ta. C’è chi so­spet­ta che una spia tra noi ab­bia av­vi­sa­to i mi­li­ta­ri del­la no­stra re­gi­stra­zio­ne, e quel­li han­no ri­spar­mia­to la mac­chi­na». Ma se lei po­tes­se ri­sol­ve­re la que­stio­ne pa­le­sti­ne­se, da do­ve co­min­ce­reb­be? «So­no par­te in cau­sa, non pos­so es­se­re obiet­ti­vo. Pe­rò la si­tua­zio­ne è in­so­ste­ni­bi­le e sbi­lan­cia­ta a svan­tag­gio dei pa­le­sti­ne­si. A Israe­le di­co: pren­de­te­vi ciò che vi ser­ve, e la­scia­te­ci in pa­ce. A vi­ve­re la no­stra vi­ta e de­ter­mi­na­re il no­stro fu­tu­ro». Ha ri­ce­vu­to so­li­da­rie­tà da ar­ti­sti? «Mol­ti in­co­rag­gia­men­ti». An­che da par­te di ar­ti­sti israe­lia­ni? «No, non si è fat­to vi­vo an­co­ra nes­su­no». Cin­que an­ni fa avreb­be mai im­ma­gi­na­to tut­to quel­lo che è suc­ces­so? «No. Ma se sa­cri­fi­chi tut­to te stes­so per un obiet­ti­vo, a vol­te suc­ce­de. So­no sta­to for­tu­na­to e an­che bra­vo a non mol­la­re mai. Spe­ro ser­va agli al­tri che vo­glio­no pro­var­ci». Se non aves­se fat­to il can­tan­te? «Stu­dia­vo gior­na­li­smo: cre­do mi sa­rei bat­tu­to per rac­con­ta­re le sto­rie del mio po­po­lo. Gra­zie al­la mia car­rie­ra pos­so far­lo lo stes­so. Ma è mol­to più fa­ci­le».

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