È LA BA­SE DEL MIO ME­STIE­RE»

«PEN­SO CHE LA PO­PO­LA­RI­TÀ SIA IL PIÙ GRAN­DE CON­TRO­SEN­SO POS­SI­BI­LE PER UN AT­TO­RE. QUAN­DO DI­VEN­TI FA­MO­SO NON PUOI PIÙ SPIARE. E SPIARE

Vanity Fair (Italy) - - Ritorno A Napoli -

mia na­tu­ra. In Go­mor­ra l’ho ti­ra­ta fuo­ri: espri­men­do­la ho sco­per­to che an­che Ci­ro, con le sue con­trad­di­zio­ni e con il suo in­fer­no, in qual­che mo­do, fa­ce­va par­te di me. Non è ve­ro che gli at­to­ri in­ter­pre­ta­no al­tre vi­te di­ver­se dal­la pro­pria». E che co­sa è ve­ro? «Che i per­so­nag­gi so­no del­le pro­te­si, dei pro­lun­ga­men­ti di quel che sei in­ti­ma­men­te. Del­le rie­la­bo­ra­zio­ni di quel che hai ascol­ta­to, det­to e vis­su­to. Per in­ter­pre­ta­re qual­cu­no, in­som­ma, pe­schi sem­pre den­tro di te». Non le pe­sa es­se­re iden­ti­fi­ca­to co­me un per­fi­do tout court? «Ma nean­che un po’. Quan­do muo­re La­dy Mac­be­th io pian­go. Non cer­to per­ché lei sia buo­na, ma per­ché so­no sem­pre dal­la par­te del rac­con­to e non pal­pi­to mai per chi fin dall’ini­zio mi sug­ge­ri­sce: “So­no bra­vo, buo­no e sen­za pec­ca­to”. Lo stes­so cre­do ca­pi­ti a chi ve­de Ci­ro sul­lo scher­mo. È un uo­mo di mer­da, ma per qual­che stra­na ra­gio­ne chi lo os­ser­va non lo giu­di­ca e non de­si­de­ra che quel­la mer­da ab­bia il de­sti­no che me­ri­ta». Ra­gio­nan­do di Go­mor­ra qual­cu­no ha evo­ca­to la tra­ge­dia gre­ca. « Go­mor­ra è epi­ca. Go­mor­ra è un po’ Ilia­de e un po’ Odis­sea. Ma la com­me­dia, se ci ri­flet­te, non è al­tro che il gra­do ze­ro del­la tra­ge­dia. Quan­do ve­di qual­cu­no sci­vo­la­re su una buc­cia di ba­na­na, ri­di. Quan­do ve­di le ine­nar­ra­bi­li sfi­ghe di Cha­plin, sghi­gnaz­zi. Per­ciò te­nimm due emi­sfe­ri nel cer­vel­lo. Per­ché non tut­to è li­nea­re, scon­ta­to, pre­ve­di­bi­le». Lei è cre­sciu­to a Ca­ser­ta. «Con tut­ta quel­la ma­rea uma­na che da Na­po­li, per una ra­gio­ne o per l’al­tra, era sta­ta cac­cia­ta. So­no cre­sciu­to in mez­zo al­la stra­da e gra­zie a Dio, gra­zie ai miei ge­ni­to­ri so­prat­tut­to, in stra­da so­no ri­ma­sto. Se di­ce­va­no “no” era no, ma non ci han­no mai im­pe­di­to di sco­pri­re il bel­lo e il brut­to sbattendoci il mu­so in pri­ma per­so­na». In stra­da c’era cat­ti­ve­ria. «An­che. E c’era cat­ti­ve­ria nel­le di­na­mi­che ado­le­scen­zia­li. Men­tre sta­vo leg­gen­do i co­pio­ni di Go­mor­ra, mi è tor­na­ta in men­te una sce­na che ave­vo vis­su­to». Ce la rac­con­ta? «Sia­mo di fron­te al­la mia scuo­la. Una ra­gaz­za pic­chia una sua coe­ta­nea con un gior­na­le ar­ro­to­la­to. La co­strin­ge a in­gi­noc­chiar­si e a chie­der­le scu­sa per aver osa­to in­si­diar­le il fi­dan­za­to. L’al­tra su­bi­sce e non chie­de aiu­to: “So­no fat­ti no­stri, che caz­zo te­ni­te da guar­dà?”, ur­la. Tie­ne lo sguar­do bas­so. E non so­lo per non sfi­da­re chi la sta pu­nen­do da­van­ti agli al­tri, ma per esclu­de­re la real­tà. Per igno­rar­la vo­lon­ta­ria­men­te. Dal­le no­stre par­ti ca­pi­ta a tan­ta gen­te». An­to­nio Pa­sca­le, Fran­ce­sco Pic­co­lo, Ro­ber­to Sa­via­no. Tra i tan­ti ca­ser­ta­ni par­ti­ti al­la con­qui­sta di Ro­ma lei fa ec­ce­zio­ne e pro­prio co­me To­ni Ser­vil­lo è ri­ma­sto a vi­ve­re a Ca­ser­ta. «Mi sen­to a ca­sa per­ché non ho bi­so­gno di ca­muf­far­mi. Pos­so an­da­re a fa­re la spe­sa in pan­to­fo­le. Mi co­no­sco­no. Nes­su­no mi ri­vol­ge la pa­ro­la per­ché mi ha vi­sto in Tv». Qui, in un bar di Ro­ma, con la vi­sie­ra del cap­pel­lo ca­la­ta su­gli oc­chi in­ve­ce è co­stret­to a ca­muf­far­si? «Un po’. Ed è as­sur­do. Pen­so che la po­po­la­ri­tà sia il più gran­de con­tro­sen­so pos­si­bi­le per un at­to­re. Dal mo­men­to in cui di­ven­ti po­po­la­re non puoi più spiare. E spiare è la ba­se del mio me­stie­re. Sen­ti­re co­me par­la quel­lo, ve­de­re co­me si muo­ve quell’al­tro, ca­pi­re per­ché quei due ra­gaz­zi lì in fon­do al­la sa­la – li ve­de quei ra­gaz­zi ap­pas­sio­na­ti in fon­do? – si ba­cia­no con quel tra­spor­to». Sky ha ven­du­to Go­mor­ra in tut­to il mon­do. La fic­tion ita­lia­na è usci­ta dai con­fi­ni na­zio­na­li. Ar­ri­ve­ran­no pre­sto of­fer­te di la­vo­ro e pre­mi. «Du­bi­to che ar­ri­vi­no i pre­mi. Per es­se­re pre­mia­ti bi­so­gna sa­per­si ven­de­re ed è un ta­len­to in cui non primeggio. Ven­der­si è un al­tro la­vo­ro. Io fac­cio sol­tan­to l’at­to­re. Ser­vil­lo – che è il gi­gan­te che è, ma che ri­fiu­ta l’ipo­te­si di au­to­pro­muo­ver­si – ha vin­to il pri­mo pre­mio so­lo do­po 30 an­ni di car­rie­ra». Lei do­ve si ve­de tra trent’an­ni? «E chi lo sa? Stia­mo sot­to cie­lo. Ma­ga­ri apro una piz­ze­ria con la mia fi­dan­za­ta. Si ri­cor­da co­sa di­ce Ar­ba­si­no? La car­rie­ra di ognu­no di noi at­tra­ver­sa tre fa­si: gio­va­ne pro­mes­sa, ve­ne­ra­to mae­stro e so­li­to stron­zo». Lei a che pun­to del per­cor­so si sen­te? «All’ini­zio. Nuo­to in un am­bien­te in cui esal­ta­zio­ne e de­pres­sio­ne so­no la re­go­la e in un tem­po in cui le pa­ra­bo­le so­no orientate dal­la fre­ne­sia. Ab­bat­te­re chi ha suc­ces­so è uno sport ti­pi­ca­men­te ita­lia­no. Pren­da Sa­via­no. Ha scrit­to co­se im­por­tan­tis­si­me e, in­ve­ce di es­se­re rin­gra­zia­to, si è do­vu­to di­fen­de­re». Quin­di? «Quin­di per ognu­no di noi esi­ste un per­cor­so. Un dia­gram­ma pre­ve­de asce­se e ca­du­te. I con­sun­ti­vi si fan­no te­nen­do con­to del­le fa­si sto­ri­che e dell’ispi­ra­zio­ne più o me­no fe­li­ce. Non è che con­te­sti Sco­la per­ché Splen­dor è me­no di­rom­pen­te di C’era­va­mo tan­to ama­ti, ma di­ci: “È un gran­dis­si­mo re­gi­sta che ha gi­ra­to film bel­lis­si­mi e film me­no riu­sci­ti”. Lo stes­so va­le per gli at­to­ri. Ci vo­glio­no fa­ti­ca ed ela­bo­ra­zio­ne. Ci vuo­le il lus­so di po­ter sba­glia­re. Quan­do ascol­to un ra­gaz­zo sen­za ar­te né par­te di­re: “So­no un at­to­re”, io mi in­caz­zo». E per­ché? «Per­ché gli at­to­ri li co­no­sco e co­no­sco la fa­ti­ca che ci vuo­le per ri­te­ner­si ta­li». Non sia­mo tut­ti un po’ at­to­ri? «Non ci ho mai cre­du­to. Mi sem­bra una gran­dis­si­ma stron­za­ta». E a co­sa ha cre­du­to? «Quan­do ero gio­va­nis­si­mo ho cre­du­to al­la po­li­ti­ca. Ero mol­to di si­ni­stra. Par­te­ci­pa­vo ai mo­vi­men­ti. Og­gi so­no di­sil­lu­so». An­che da Ren­zi? Non lo con­si­de­ra un uo­mo di si­ni­stra? «Ren­zi è di si­ni­stra? A un’oc­chia­ta som­ma­ria, non mi pa­re pro­prio».

Gior­gio Ar­ma­ni.

In tut­to il ser­vi­zio, abi­ti Ha col­la­bo­ra­to Mir­ta Ro­bio­ny. Groo­ming Chia­ra Cor­sa­let­ti @Mks Mi­la­no using Kie­hl’s Creme wi­th Silk Groom.

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