Tut­to me­ri­to di mam­ma

Vo­ce cal­da e staz­za no­te­vo­le, è il gi­gan­te buo­no del jazz. Ades­so che ha rag­giun­to fa­ma mon­dia­le, GRE­GO­RY POR­TER rac­con­ta che la sua car­rie­ra è co­min­cia­ta dall’ad­dio di una gran­de don­na

Vanity Fair (Italy) - - Carpe Diem - Di CHIA­RA MEATTELLI

on una vo­ce cal­da ma sten­to­rea, can­zo­ni con­fi­den­zia­li di un ro­man­ti­ci­smo ob­so­le­to e la staz­za di un gio­ca­to­re di foot­ball ame­ri­ca­no (fa­ce­va ago­ni­smo ad al­to li­vel­lo e ha ab­ban­do­na­to per via di un in­for­tu­nio), Gre­go­ry Por­ter è il gi­gan­te buo­no del jazz con­tem­po­ra­neo. Do­po Li­quid Spi­rit – ol­tre un mi­lio­ne di co­pie

Cven­du­te, un Gram­my e il pri­ma­to del disco jazz più ascol­ta­to in Re­te di tut­ti i tem­pi – l’ar­ti­sta ca­li­for­nia­no, che ri­cor­da Nat King Co­le e Mar­vin Gaye, tor­na con il quar­to al­bum, Ta­ke Me To The Al­ley. Tra i nuo­vi bra­ni c’è an­che una ver­sio­ne swing di Hol­ding On, il bra­no scrit­to in­sie­me al duo elet­tro­ni­co Di­sclo­su­re che la scor­sa esta­te lo ha tra­sfor­ma­to in un im­pro­ba­bi­le

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