RI­VIN­CI­TA

Vanity Fair (Italy) - - Week -

uan­do non sei mo­ti­va­to, sof­fri a fa­re fa­ti­ca. Ma ora sof­fri­re mi pia­ce, an­zi mi sen­to pri­vi­le­gia­to a con­cre­tiz­za­re lo sfor­zo in un ri­sul­ta­to. È sta­ta una ga­ra bel­lis­si­ma e non c’en­tra­va la ri­vin­ci­ta, né la ven­det­ta». Alex Sch­wa­zer è ar­ri­va­to pri­mo nel­la 50 chi­lo­me­tri al Mon­dia­le di mar­cia a squa­dre, quat­tro an­ni do­po la squa­li­fi­ca che gli ave­va bru­tal­men­te in­ter­rot­to la car­rie­ra e la vi­ta. Era la vi­gi­lia dei Gio­chi di Lon­dra, ven­ne an­nun­cia­ta la po­si­ti­vi­tà all’epo, e Alex, al­lo­ra fi­dan­za­to con Ca­ro­li­na Kost­ner, atle­ta for­te, bel­lo, in­vi­dia­to, fu umi­lia­to di fron­te al mon­do e a se stes­so. Ora par­la con la quie­te di chi è ca­du­to, ha sof­fer­to, ha sa­pu­to rea­gi­re, ha la­vo­ra­to e ha vin­to. Ma que­sta non è so­lo la sto­ria di un atle­ta che ha su­pe­ra­to un mo­men­to dif­fi­ci­le con l’im­pe­gno.

Qu Alex Sch­wa­zer ci sia­mo ac­ca­ni­ti tut­ti. Per­si­no io, che per de­for­ma­zio­ne ero pro­pen­sa a com­pren­der­ne gli er­ro­ri (gli scrit­to­ri ado­ra­no le sto­rie di gran­dez­ze, ca­du­te, sa­cri­fi­ci e tor­men­ti), quan­do lo in­con­trai mo­strai più fred­dez­za di quel­la che sen­ti­vo. Mi è sem­pre di­spia­ciu­to aver­lo fat­to. E non mi ca­pi­ta spes­so di ri­pen­sa­re a un’in­ter­vi­sta: le in­ter­vi­ste te­le­vi­si­ve so­no in­con­tri, rac­con­ti, van­no

Sco­me van­no, met­to­no in sce­na emo­zio­ni, sto­rie, per­so­ne, so­no le­ga­te al mo­men­to in cui av­ven­go­no. Ma con Alex ero sta­ta trop­po asciut­ta, per­ché tut­to quel­lo che ave­vo let­to sul­la sua vi­cen­da era mol­to du­ro nei suoi con­fron­ti, e mi ero la­scia­ta con­di­zio­na­re. Era­no co­sì uni­vo­ci i rac­con­ti e i pa­re­ri su di lui che non ave­vo se­gui­to il mio istin­to. Ci vuo­le co­rag­gio per am­met­te­re le fra­gi­li­tà e gli er­ro­ri e ri­met­ter­si in gio­co, e Alex mi era sem­bra­to un ra­gaz­zo sen­si­bi­le e co­rag­gio­so. a mar­cia è una del­le di­sci­pli­ne più fa­ti­co­se che esi­sta­no, una del­le più an­ti­che: de­vi sem­pre man­te­ne­re il con­tat­to con il ter­re­no, al­me­no con uno dei pie­di. A dif­fe­ren­za del­la cor­sa, nel­la mar­cia non si vo­la mai. Pie­di per ter­ra, sem­pre. Al­le­na­men­ti di cen­ti­na­ia di chi­lo­me­tri la set­ti­ma­na, uno di que­gli sport do­ve la do­se di sa­cri­fi­cio è mas­si­ma e lo stress al­tis­si­mo. Alex pri­ma è sta­to ac­cla­ma­to per le sue vit­to­rie az­zur­re e poi massacrato per i suoi er­ro­ri, per­ché è più fa­ci­le ce­le­bra­re o de­ni­gra­re che rac­con­ta­re e ca­pi­re, lo fac­cia­mo qua­si tut­ti. Ades­so non fac­cia­mo­gli il tor­to di esal­tar­lo nuo­va­men­te in­ca­stran­do­gli in te­sta l’au­reo­la dei re­den­ti. Alex Sch­wa­zer è tor­na­to, ha vin­to e ora an­drà al­le Olim­pia­di per ga­reg­gia­re, non so­lo per vin­ce­re o per­de­re. Per­ché non è que­stio­ne di ri­vin­ci­ta o ven­det­ta, co­me ha det­to con sem­pli­ci­tà, ma di sfor­zi e ri­sul­ta­ti.

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