DI ES­SE­RE MAT­TI

Vanity Fair (Italy) - - Week -

Av­vi­so per i chia­ro­scu­ri let­to­ri di que­sta ru­bri­ca: ho ap­pe­na vi­sto La paz­za gio­ia, il nuo­vo film di Pao­lo Vir­zì, so­no usci­ta dal­la sa­la nean­che un’ora fa, col­pi­ta e af­fon­da­ta. L’ho ama­to fol­le­men­te, sen­za ri­ser­ve, e le ri­fles­sio­ni che ispi­ra, le emo­zio­ni che ma­no­met­te so­no tal­men­te tan­te che, co­me sem­pre quan­do le co­se che vor­rem­mo espri­me­re ci so­no dav­ve­ro ur­gen­ti, ri­schie­rò di fa­re ca­si­no. Ma ci pro­vo. ra tut­ti i luo­ghi co­mu­ni che nu­tro­no una cer­ta re­to­ri­ca, a ir­ri­tar­mi di più è sem­pre sta­to quel­lo per cui «mat­to è bel­lo». Per­ché mat­to non è af­fat­to bel­lo. Mat­to non è nem­me­no brut­to. Mat­to, sem­pli­ce­men­te, può ca­pi­ta­re. Può ca­pi­ta­re di na­sce­re tri­sti. Di cre­sce­re toc­ca­ti dal fuo­co. Di ave­re sem­pre vo­glia di pian­ge­re. Di dor­mi­re o di par­la­re. Di non ave­re gli an­ti­cor­pi giu­sti, in de­fi­ni­ti­va, per sop­por­ta­re la real­tà. Di in­ven­tar­ce­ne una tut­ta no­stra, al­lo­ra, per met­ter­ci in sal­vo. E in quell’esat­to istan­te può ca­pi­ta­re di met­ter­ci de­fi­ni­ti­va­men­te in pe­ri­co­lo. Di met­te­re in pe­ri­co­lo i no­stri amo­ri, i no­stri ge­ni­to­ri, per­si­no i no­stri fi­gli. Può ca­pi­ta­re, sì. Co­me ca­pi­ta a Beatrice e a Do­na­tel­la nel film di Vir­zì. Ri­co­ve­ra­te in una co­mu­ni­tà per don­ne che sof­fro­no di di­stur­bi men­ta­li, so­no en­tram­be scas­sa­te dal­la vi­ta, ma di­ver­se in tut­to. Ep­pu­re, mi­ste­rio­sa­men­te, si ri­co­no­sco­no e un gior­no, oplà, scap­pa­no. Tan­to co­sì, per fa­re un’av­ven­tu­ra. Per dar­si al­la Paz­za gio­ia. Con­ce­der­si una va­can­za in quel mon­do do­ve ci sia­mo noi, tut­ti. Bea­tri­ci e Do­na­tel­le co­me lo­ro. Per­ché mi­ca so­lo a chi è ri­co­ve­ra­to può ca­pi­ta­re di non ca­pi­re più nien­te: sen­ti­re e ba­sta. Le no­stre vo­ci, quel­le de­gli al­tri, i de­si­de­ri im­pos­si­bi­li, quel­li de­gli al­tri, il bi­so­gno di fug­gi­re, la vo­glia di vo­la­re. Il no­stro do­lo­re: quel­lo de­gli al­tri. A tut­ti può ca­pi­ta­re di non ave­re più di­fe­se.

FA quel pun­to, se stia­mo den­tro o stia­mo fuo­ri po­co con­ta: sia­mo co­mun­que den­tro, co­mun­que fuo­ri. E ci vuo­le qual­co­sa di dav­ve­ro po­ten­te, per aiu­tar­ci a ri­tro­va­re la pos­si­bi­li­tà di un sen­so. Ci vuo­le qual­co­sa di as­so­lu­ta­men­te lie­ve. Ci vuo­le un con­tat­to uma­no, co­me spie­ga be­ne lo psi­co­te­ra­peu­ta En­ri­co Da­vid San­to­ri nel suo li­bro Il ne­ro e il bian­co (Ma­gi), do­ve cin­que don­ne, ognu­na con l’in­ten­si­tà del suo vis­su­to e l’espe­rien­za del­la sua te­ra­pia in­di­vi­dua­le, si in­con­tra­no per del­le se­du­te di psi­co­dram­ma. Per­ché, ap­pun­to, per chi non ha cer­ti an­ti­cor­pi, so­lo quan­do la real­tà di­ven­ta un gio­co con­di­vi­so può smet­te­re di es­se­re un de­li­rio per­so­na­le. E può por­ta­re ognu­no di noi a di­ven­ta­re co­me una del­le pa­zien­ti di San­to­ri che, par­lan­do di un’al­tra, af­fer­ma: «Do­ro­thy mi ras­se­re­na mol­to quan­do mi di­ce, con espres­sio­ne ras­si­cu­ran­te, che ho avu­to ab­ba­stan­za do­lo­re da po­ter­ne fa­re a me­no in fu­tu­ro». In­som­ma, quan­do la pau­ra si pren­de tut­to, pen­sia­mo a Beatrice e a Do­na­tel­la. Pen­sia­mo a Do­ro­thy e al­le sue com­pa­gne di viaggio, pen­sia­mo a quel­la per­so­na che ie­ri, sul­la me­tro, ave­va lo sguar­do fis­so su un pun­to che non c’era, pen­sia­mo a quell’al­tra che sta­mat­ti­na, in uf­fi­cio, ave­va gli oc­chi gon­fi, pen­sia­mo a quell’al­tra an­co­ra, an­co­ra a quell’al­tra. Sia­mo per for­za di co­se so­li, quan­do stia­mo ma­le. Ma non sia­mo mai i so­li a sta­re ma­le. Dun­que, co­rag­gio. Quan­do ci ca­pi­ta, pen­sia­mo: può ca­pi­ta­re. E te­nia­mo­ci stret­ti a chi non è co­sì fuo­ri da es­se­re iden­ti­co a noi, pe­rò lo è ab­ba­stan­za per mi­ra­re al den­tro e, sen­za giu­di­car­ci né su­bir­ci, ha l’in­co­scien­za di al­lun­ga­re una ma­no. Fi­no a rag­giun­ger­ci lì, esat­ta­men­te. Do­ve, quan­do era­va­mo bam­bi­ni o un me­se fa, qual­co­sa si è rot­to. Ho fi­ni­to. Non so se so­no riu­sci­ta a rior­di­na­re tut­to quel­lo che ave­vo fra la men­te e la pan­cia, e a in­fi­lar­lo in 3.500 bat­tu­te. Se ho fat­to con­fu­sio­ne, vi chie­do scu­sa: può ca­pi­ta­re.

Newspapers in Italian

Newspapers from Italy

© PressReader. All rights reserved.