E IO ERO CHIU­SO DEN­TRO, SE­DU­TO SUL WA­TER»

«CHE VER­GO­GNA: FUO­RI DAL­LA POR­TA, RUSSELL CRO­WE GI­RA­VA LA MANIGLIA, CER­CAN­DO DI EN­TRA­RE.

Vanity Fair (Italy) - - Vanity / Toilette -

yan è in pie­di sul­la por­ta del­la stan­za. Ha il ba­ri­cen­tro al­to e le gam­be ma­gre da bal­le­ri­no. Il ciuf­fo lu­cen­te è in or­di­ne e, se non fos­se che pro­fu­ma di pu­li­to, sem­bre­reb­be il car­to­na­to di Ryan. Ma no, è Ryan Gosling, quel­lo ve­ro. Mi of­fre ac­qua, caf­fè, una bi­bi­ta. No gra­zie, fac­cio io. Mi in­di­ca una me­la da una cio­to­la mes­sa in bel­la mo­stra sul ta­vo­li­no. Ma­ga­ri do­po, di­co, me la por­to via per la me­ren­da, quan­do ab­bia­mo fi­ni­to. Lui guar­da con più at­ten­zio­ne le me­le, poi guar­da me con aria per­ples­sa, con par­te del re­per­to­rio di espres­sio­ni (oc­chi su, oc­chi giù, mez­zo sor­ri­so ci­ni­co) che usa al ci­ne­ma. «Aspet­ti. È si­cu­ra di vo­ler­la? Que­ste de­vo­no es­se­re qui da non so quan­do». Ryan Gosling, l’ave­te ca­pi­to, è un bur­lo­ne, uno di quel­li che quan­do han­no di fron­te un gior­na­li­sta si met­te­reb­be­ro a fa­re le ca­prio­le pur di per­de­re tem­po. Spes­so si met­te lui a fa­re le do­man­de per in­ver­ti­re i ruo­li, qua­lun­que co­sa per spo­sta­re il cen­tro dell’at­ten­zio­ne da Ryan Gosling a «ciò che al mon­do è per­mes­so sa­pe­re di Ryan Gosling». È una tec­ni­ca usa­ta da mol­ti per­so­nag­gi schi­vi che pe­rò ci ten­go­no a non sem­bra­re an­ti­pa­ti­ci. In­som­ma, ap­pa­re im­pac­cia­to ma è una vec­chia vol­pe: 35 an­ni di vi­ta di cui più di ven­ti nel mon­do del­lo spettacolo. I de­but­ti nel Club di To­po­li­no con Ju­stin Tim­ber­la­ke e Britney Spears so­no sto­ria. Og­gi, for­se, non è esat­ta­men­te il ti­po di star hol­ly­woo­dia­na che an­che le vo­stre zie al pae­se co­no­sco­no, ma è po­po­la­ris­si­mo sui so­cial me­dia. Una po­po­la­ri­tà pas­si­va, vi­sto il ti­po. Non po­sta, non in­sta­gram­ma, ep­pu­re è un sex sym­bol ado­ra­to, an­che da quan­do sta con l’at­tri­ce Eva Men­des, ma­dre di sua fi­glia Esme­ral­da (20 me­si) e ora in at­te­sa di un se­con­do bam­bi­no. Co­no­sco mol­te don­ne, al­cu­ne an­che bel­le e per­si­no fa­mo­se, che non esi­te­reb­be­ro a far­mi a pez­zet­ti pur di es­se­re qui al mio po­sto, og­gi, da­van­ti a Ryan Gosling. Al ci­ne­ma ha in­ter­pre­ta­to al­cu­ni film tra­scu­ra­bi­li e al­tri ec­cel­len­ti, per esem­pio Dri­ve e The Big Short - La gran­de scom­mes­sa.È in ar­ri­vo, pri­ma al Fe­sti­val di Can­nes e dal 1° giu­gno in sa­la, un film im­per­di­bi­le per le fan di Ryan ma an­che per il re­sto del mon­do (sì, di­co a voi ma­schi). Si in­ti­to­la The Ni­ce Guys, la re­gia è di Sha­ne Black, sce­neg­gia­to­re di suc­ces­si co­me la tri­lo­gia di Ar­ma le­ta­le ne­gli an­ni Ot­tan­ta e re­gi­sta di un cam­pio­ne d’in­cas­si dei no­stri tem­pi co­me Iron Man 3. The Ni­ce Guys del ti­to­lo so­no ap­pun­to Gosling e Russell Cro­we, due in­ve­sti­ga­to­ri pri­va­ti ma­lis­si­mo in ar­ne­se. Aspet­ta­te­vi sparatorie e bat­tu­te ful­mi­nan­ti, hu­mour ne­ro e co­stu­mi an­ni Set­tan­ta, gran fo­to­gra­fia, in­som­ma una com­me­dia d’azio­ne ma con sti­le e cer­vel­lo. C’è da scom­met­te­re che di­ven­te­rà un cult e pro­dur­rà al­me­no un se­quel a bre­ve. Il film fa mol­to ri­de­re, com­pli­men­ti. Vi sa­re­te di­ver­ti­ti an­che voi, no? «Io so­no cre­sciu­to con la pas­sio­ne dei film di Mel Brooks e di Pe­ter Sel­lers, ma quan­do ho ini­zia­to a fa­re ci­ne­ma que­sto ti­po di com­me­die non mi è ca­pi­ta­to, quin­di non ve­de­vo l’ora di fa­re una co­sa del ge­ne­re. Per pre­pa­ra­re la sce­na in cui ven­go sor­pre­so da Russell men­tre so­no se­du­to sul ga­bi­net­to mi so­no pre­sen­ta­to un’ora pri­ma sul set». Eh? «In quel­la sce­na ho i pan­ta­lo­ni al­le ca­vi­glie, sto leg­gen­do un gior­na­le, fu­man­do una si­ga­ret­ta, cer­co di estrar­re una pi­sto­la, in­tan­to la por­ta si apre e si chiu­de, un ca­si­no. La co­sa as­sur­da è che, men­tre io ero den­tro il ga­bi­net­to a fa­re le mie pro­ve da so­lo, ho sen­ti­to dei pas­si, mi so­no im­mo­bi­liz­za­to per la ver­go­gna e mi so­no ac­cor­to che quel­lo fuo­ri era pro­prio Russell. Era ve­nu­to sul set in an­ti­ci­po an­che lui per pro­va­re a chiu­de­re e apri­re la por­ta». Quan­to im­pe­gno per una sce­na nel­la toi­let­te. «La co­mi­ci­tà fi­si­ca è una del­le co­se più dif­fi­ci­li. Va tut­to pre­pa­ra­to al mil­li­me­tro, qua­si co­reo­gra­fa­to, al­tri­men­ti si per­do­no i tem­pi giu­sti, e i tem­pi so­no tut­to». Il film è am­bien­ta­to nel­la Los An­ge­les de­gli an­ni Set­tan­ta. Le sa­reb­be pia­ciu­to vi­ve­re in quel de­cen­nio? «Gli an­ni Tren­ta o Qua­ran­ta so­no più af­fa­sci­nan­ti. Ma io pen­so che vor­rei tor­na­re agli Ot­tan­ta».

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