A RI­SPET­TA­RE LE DON­NE»

«IL PIA­NO DI DIO PER ME ERA IN­SE­GNA­RE A DUE FI­GLI MA­SCHI

Vanity Fair (Italy) - - No Pressure Vanity - CHE CO­SA AB­BIA­MO

opo aver vi­sto que­ste fo­to, o do- po la sua esi­bi­zio­ne pri­ma del­la fi­na­le di Cham­pions Lea­gue a Mi­la­no il 28 mag­gio, vi sem­bre­rà stra­no che buo­na par­te di que­sta con­ver­sa­zio­ne con Alicia Keys sia sta­ta sul ri­fiu­to, qua­si sull’odio, per la per­fe­zio­ne. Per­ché, og­gi, nel­la vi­ta e nel­la car­rie­ra del­la fi­glia di una don­na sin­gle di Hell’s Kit­chen, il fa­mo­so quar­tie­re un tem­po de­gra­da­to di Ma­n­hat­tan, non c’è nien­te fuo­ri po­sto. Ta­len­to in­di­scu­ti­bi­le, bel­lez­za, equi­li­brio fa­mi­lia­re. Ep­pu­re, con In Com­mon, pri­mo sin­go­lo do­po quat­tro an­ni di si­len­zio, Alicia can­ta: «Who wan­ts to lo­ve so­me­bo­dy li­ke me? / You wan­na lo­ve so­me­bo­dy li­ke me? / If you could lo­ve so­me­bo­dy li­ke me / You mu­st be mes­sed up too» («Chi vuo­le ama­re una co­me me? Vuoi ama­re una co­me me? Se rie­sci ad ama­re una co­me me, de­vi es­se­re mes­so ma­le an­che tu»). Il de­sti­na­ta­rio del mes­sag­gio è Kas­seem Dean, il rap­per e pro­dut­to­re di­sco­gra­fi­co in ar­te Swizz Bea­tz, che Alicia ha spo­sa­to sei an­ni fa e con il qua­le ha avu­to due fi­gli, Egypt, 5 an­ni, e Ge­ne­sis, un an­no e mez­zo. Con In Com­mon Alicia Keys ha an­ti­ci­pa­to il se­sto al­bum del­la sua car­rie­ra, an­co­ra sen­za ti­to­lo, nel qua­le a 35 an­ni rac­con­te­rà an­che tut­te le sue fra­gi­li­tà, i dub­bi, i con­flit­ti in­te­rio­ri che si è tra­sci­na­ta fin qui. E se l’in­si­cu­rez­za sem­bre­rà stri­de­re con l’au­ra di per­fe­zio­ne, lei po­trà di­re: guar­da­te me­glio. In­tan­to, si pre­pa­ra a un au­tun­no im­pe­gna­ti­vo, tra la pro­mo­zio­ne del di­sco e il nuo­vo im­pe­gno co­me coa­ch nell’edi­zio­ne ame­ri­ca­na di The Voi­ce (con Mi­ley Cy­rus, Adam Le­vi­ne e Bla­ke Shel­ton). Ma il pri­mo pas­so è una par­ti­ta di cal­cio da 180 mi­lio­ni di spet­ta­to­ri. Com’è mes­sa col cal­cio? «Ve­dia­mo, co­sì co­sì… So che ci sa­ran­no tan­ta ener­gia, buo­ne vi­bra­zio­ni e amo­re. Pe­rò di­cia­mo che il cal­cio è una pas­sio­ne dei miei fi­gli, Egypt pro­va sem­pre a spie­gar­mi le re­go­le, com­pre­so il fuo­ri­gio­co. Ec­co, lo­ro so­no dav­ve­ro ec­ci­ta­ti». Da che emo­zio­ni na­sce il suo ul­ti­mo sin­go­lo? «In Com­mon è fi­glio di tan­te con­ver­sa­zio­ni che ho avu­to di re­cen­te. Vo­le­vo rac­con­ta­re la sor­pre­sa di due per­so­ne che si sco­pro­no af­fi­ni pur cre­den­do­si di­ver­se e ri­ma­nen­do di­ver­se. In una cop­pia le dif­fe­ren­ze van­no ce­le­bra­te». In Com­mon pe­rò è an­che una can­zo­ne sul ri­fiu­to di es­se­re per­fet­ti. «Ve­ro. Ac­cet­ta­re di es­se­re im­per­fet­ta, met­ter­mi co­mo­da e po­ter di­chia­ra­re al mon­do: “Alicia, la­vo­ri in cor­so”, è sta­to uno dei pas­sag­gi più li­be­ra­to­ri del­la mia vi­ta. C’è una li­ber­tà più gran­de? Og­gi non cre­do». In che mo­men­to è riu­sci­ta a dir­lo agli al­tri e a se stes­sa? «Pra­ti­ca­men­te so­lo ora. A un cer­to li­vel­lo tut­ti san­no di es­se­re im­per­fet­ti. Il pro­ble­ma è ac­cet­ta­re e poi ama­re le pro­prie im­per­fe­zio­ni. Per me è an­co­ra una bat­ta­glia, so­prat­tut­to far­mi sci­vo­la­re ad­dos­so le opi­nio­ni de­gli al­tri. Ma ci la­vo­ro in­ten­sa­men­te, e or­mai cre­do di es­se­re a buon pun­to». Non rie­sco a ve­de­re mol­te co­se che non van­no in lei. «Il mio pro­ble­ma, la mia spe­ci­fi­ca co­sa sba­glia­ta, era que­sta eter­na vo­glia di ac­con­ten­ta­re tut­ti. Ci ho mes­so una vi­ta a li­be­rar­me­ne, ogni tan­to mi tor­na la vo­glia di far­lo, poi pe­rò mi ri­cor­do di met­te­re il car­tel­lo». La­vo­ri in cor­so. «Esat­to. Poi, glie­lo di­co, io odio pro­prio la pa­ro­la. Per-fe-zio-ne. Ma non è brut­tis­si­ma? Un cor­po per­fet­to, una fac­cia per­fet­ta, una can­zo­ne per­fet­ta, un con­cer­to per­fet­to. Og­gi so­no espres­sio­ni che mi suo­na­no ter­ri­bi­li. Ho smes­so con quel­la ro­ba». Qual è sta­to il mo­to­re di que­sto cam­bia­men­to? «Il tem­po. Il tem­po di fa­re chia­rez­za su co­sa so­no, su co­sa vo­glio, su co­sa non vo­glio più. A lei non ca­pi­ta mai di es­se­re di­sgu­sta­to da se stes­so?». Ogni tan­to. E a lei? «Ec­co, a me ca­pi­ta­va spes­so. Più cer­ca­vo di pia­ce­re a tut­ti e me­no pia­ce­vo a me stes­sa. Ma l’in­gre­dien­te se­gre­to è, ap­pun­to, il tem­po. Se uno si dà il tem­po, rie­sce a gua­rir­si da tut­ti i mec­ca­ni­smi sba­glia­ti. An­che per­ché mi so­no ac­cor­ta che fa­ce­vo tut­to da so­la, ero io che mi met­te­vo ad­dos­so tut­ta que­sta pres­sio­ne, io che mi rin­cor­re­vo e mi im­po­ne­vo stan­dard ir­rag­giun­gi­bi­li». A pro­po­si­to di tem­po, con In Com­mon tor­na do­po quat­tro an­ni. Non è sta­ta un’as­sen­za lun­ga? «Sì, ma se ci met­te il tour di Girl on Fi­re, la la­vo­ra­zio­ne di que­sto di­sco e il mio se­con­do fi­glio, al­la fi­ne i conti tor­na­no. Ho avu­to vo­glia di rac­co­glie­re le idee, ascol­ta­re il mon­do, ascol­ta­re le don­ne. Per que­sto io ci cre­do sin­ce­ra­men­te: quel­lo in usci­ta sa­rà il mi­glior di­sco che io ab­bia mai fat­to». Es­se­re ma­dre di due ma­schi ha cam­bia­to la sua pro­spet­ti­va sul fem­mi­ni­smo? «Il fem­mi­ni­smo, la con­di­zio­ne e il fu­tu­ro del­le don­ne so­no sem­pre sta­ti al cen­tro dei miei pen­sie­ri, del­la

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