PROVÒ A UCCIDERE AN­CHE ME.

MI TEN­NE IL COLTELLO AL­LA GO­LA PER OT­TO ORE»

Vanity Fair (Italy) - - Una Pinta Di Vanity -

ar­ti­co­li, è mol­to in gam­ba. Il se­con­do­ge­ni­to è un ar­ti­sta, suo­na la chi­tar­ra e vi­ve a New Or­leans, men­tre mia fi­glia è al ter­zo an­no di Fi­lo­so­fia al Tri­ni­ty Col­le­ge di Du­bli­no (in or­di­ne: Ni­co­las, na­to nel 1989, Ale­xis, 3 an­ni più gio­va­ne, e Ines, 20 an­ni. Na­ti tut­ti dal ma­tri­mo­nio con Spy­ros Niar­chos, fi­glio dell’ar­ma­to­re gre­co Sta­vros. I due han­no di­vor­zia­to nel 1999, ndr)». Rim­pian­ge di es­ser­si spo­sa­ta a so­li vent’an­ni? «No. Og­gi il mio ex è il mio mi­glior ami­co. Mi so­no in­na­mo­ra­ta di lui pro­prio co­me ca­pi­ta a chiun­que. E ab­bia­mo tre fi­gli me­ra­vi­glio­si, mol­to più in­tel­li­gen­ti di me, gra­zie a Dio». Lei vie­ne da una fa­mi­glia... «Stram­ba». Non era l’ag­get­ti­vo che ave­vo in men­te. Ma, in ef­fet­ti, ha par­la­to di espe­rien­ze estre­me du­ran­te la sua in­fan­zia. A che co­sa si ri­fe­ri­va? «Da bam­bi­na ho avu­to un sac­co di in­con­tri rav­vi­ci­na­ti con ra­pi­men­ti, mor­ti, vio­len­za. Ha mai vi­sto il film Sa­va­ge Gra­ce (del 2007, con Ju­lian­ne Moo­re ed Ed­die Red­may­ne, è ba­sa­to su una sto­ria ve­ra, ndr), su To­ny Bae­ke­land, il ti­zio che uc­ci­se sua ma­dre?». No. «Be’, po­co pri­ma ave­va pro­va­to ad am­maz­za­re me. Mi ha te­nu­ta in ostag­gio con un coltello al­la go­la per ot­to ore. Mia ma­dre era la mi­glio­re amica di sua ma­dre (Bar­ba­ra Da­ly Bae­ke­land, fu ac­col­tel­la­ta a mor­te dal fi­glio il 17 no­vem­bre 1972, ndr). E que­sto è so­lo un epi­so­dio. Co­se del ge­ne­re ca­pi­ta­va­no re­go­lar­men­te. Mio pa­dre e la mia ado­ra­bi­le fa­mi­glia ir­lan­de­se era­no una roc­cia al­la qua­le ag­grap­par­mi. Con mio pa­pà di­scu­te­vo di tut­to, da He­gel a co­me si co­strui­sce un oro­lo­gio. At­tra­ver­so le “tem­pe­ste”, ho po­tu­to con­ta­re su di lui». E sua ma­dre? Ave­va­te un rap­por­to mol­to stret­to, ve­ro? «Era un in­cre­di­bi­le mix, in so­stan­za fran­ce­se, ma in Spa­gna si sen­ti­va a ca­sa, l’in­gle­se era la sua se­con­da lin­gua. Una don­na mol­to di­ver­ten­te». Ma, mi sem­bra di in­tui­re, an­che una sor­ta di mi­ste­ro per lei. «La ama­vo mol­to e so che lei ama­va mol­to me. Era af­fa­sci­nan­te, una bra­vis­si­ma pit­tri­ce. Sal­va­dor Dalí la con­si­de­ra­va la sua al­lie­va più do­ta­ta. Vi­ve­va­mo a Ca­da­qués, una co­lo­nia di ar­ti­sti. Mar­cel Du­champ era un gran­de ami­co di mia ma­dre. E an­che Man Ray. Era un pic­co­lo vil­lag­gio, a vol­te pie­no di ten­sio­ni, pe­rò, con gli hip­py e i ca­ta­la­ni che non an­da­va­no d’ac­cor­do con gli spa­gno­li. I “dram­mi” era­no all’or­di­ne del gior­no. Da bam­bi­na de­si­de­ra­vo so­lo se­de­re sul­la ci­ma del­la mon­ta­gna e os­ser­va­re la si­tua­zio­ne da lon­ta­no. Era più sem­pli­ce che far­ne par­te. Dalí ave­va al­cu­ni puma e il suo ma­na­ger, Pe­ter Moo­re, ave­va de­ci­so di pren­der­ne uno an­che lui. Odia­va mia ma­dre, e un gior­no glie­lo tirò ad­dos­so. Chi ti­ra un puma con­tro qual­cu­no? Ep­pu­re, là que­ste co­se succedevano di con­ti­nuo». C’è an­che que­sto nel­le sue can­zo­ni? «La mu­si­ca in­cap­su­la tut­te le espe­rien­ze che ho avu­to. Ma co­me le di­ce­vo pri­ma, non par­lo di me. La gen­te è os­ses­sio­na­ta da “io, io, io”. A dir­la tut­ta non mi pia­ce quel­lo che ve­do in gi­ro, un mon­do di ce­le­bri­ty, azien­de, bu­si­ness. Fi­no a sei me­si fa pen­sa­vo che X Fac­tor fos­se uno spet­ta­co­lo por­no». Scu­si? «Non guar­do la Tv. Un gior­no, un mio ami­co, che ha 17 an­ni, mi ha det­to di aver­lo vi­sto. “Non sei trop­po gio­va­ne per quel­la ro­ba?”, gli ho chie­sto. E lui: “Ma, no, è un ta­lent show”. Co­sì l’ho guar­da­to. È tut­ta ro­ba com­mer­cia­le, non c’en­tra nien­te con la mu­si­ca. Tut­to ruo­ta in­tor­no al­la fa­ma, al de­na­ro. Non di­co che il suc­ces­so e i sol­di non sia­no pia­ce­vo­li. Ma non è que­sto il pun­to». Qual è? «Al­la fi­ne, il ve­ro obiet­ti­vo è l’amo­re. Ho im­pa­ra­to che da un mo­men­to all’al­tro la vi­ta può ri­ser­var­ti brut­te sor­pre­se e che le so­le co­se che con­ta­no so­no la tua ar­te e le per­so­ne al­le qua­li vuoi be­ne». Quan­do lo ha ca­pi­to? «Do­po es­se­re pas­sa­ta at­tra­ver­so il lutto per la mor­te dei miei ami­ci. Si so­no sui­ci­da­ti». Isa­bel­la Blow e Ale­xan­der McQueen, che con­si­de­ra­va par­te del­la fa­mi­glia. Si è mai sen­ti­ta in qual­che mo­do tra­di­ta dal­la lo­ro de­ci­sio­ne? «Un po’, for­se. So­prat­tut­to, mi so­no chie­sta se avrei po­tu­to fa­re di più per evi­tar­lo. Ma ho ca­pi­to che quel­la è sta­ta la lo­ro scel­ta. Men­tre la mia è non far­la fi­ni­ta. Pen­so che sui­ci­dar­si sia sba­glia­to. Sto fa­cen­do ri­cer­che sul te­ma e sul per­ché la gen­te sia co­sì “di­scon­nes­sa”. I vi­ci­ni di ca­sa non si par­la­no. Io cer­co sem­pre di guar­da­re ne­gli oc­chi le per­so­ne che in­con­tro per stra­da». Im­ma­gi­no che per una per­so­na co­me lei sia fa­ci­le sen­tir­si so­la. «Lo è, in ef­fet­ti. E mi ca­pi­ta di sen­tir­mi an­co­ra più iso­la­ta du­ran­te quel­le se­ra­te af­fol­la­te in cui nes­su­no in real­tà co­mu­ni­ca, che quan­do so­no per con­to mio a scri­ve­re una can­zo­ne. Le re­la­zio­ni, be’, chia­ra­men­te non so­no il mio for­te. Non che non ami, ma che co­sa puoi fa­re quan­do non sei ri­cam­bia­ta? Se le per­so­ne non si fan­no ve­de­re quan­do hai bi­so­gno? A que­sto pun­to mi con­si­de­ro spo­sa­ta con la mia ar­te. La mia band è co­me la mia fa­mi­glia». Op­ti­mi­st in Black,

La sua as­si­sten­te ar­ri­va a dir­ci che il tem­po è fi­ni­to. Mi ren­do con­to di non aver­le chie­sto che co­sa in­dos­sa. «Oh, met­to in­sie­me sem­pre le stes­se vec­chie co­se». Scar­pe, leg­gings e top li ha di­se­gna­ti lei. «Men­tre la giac­ca è di Ale­xan­der». Le con­fes­so di non ca­pi­re qua­si nien­te di moda. Mi sor­ri­de co­me se le aves­si fat­to un re­ga­lo. «Io la de­te­sto. I ca­pi fir­ma­ti do­vreb­be­ro ave­re, cu­ci­to so­pra, un av­vi­so sui dan­ni che ar­re­ca­no al­la sa­lu­te, co­me con i pac­chet­ti di si­ga­ret­te. An­zi, sa che co­sa? Lo scri­ve­rò in una can­zo­ne».

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