A RECOBA

IL M5S STOP­PA IL PD, MA OC­CHIO

Vanity Fair (Italy) - - Week -

inal­men­te si ti­ra­no le som­me del pri­mo round del­le am­mi­ni­stra­ti­ve. Che si sin­te­tiz­za­no in tre tweet.

F1. Hou­ston, il Pd e Mat­teo Ren­zi han­no più pro­ble­mi. Il prin­ci­pa­le si chia­ma Mi­la­no. 2. Il cen­tro­de­stra uni­to, non le­pe­ni­sta, può im­pen­sie­ri­re il cen­tro­si­ni­stra. 3. Il M5S va for­te a Ro­ma e To­ri­no. Ma a Bo­lo­gna, do­ve è na­to, ar­ri­va ter­zo e non va al bal­lot­tag­gio. C’è il ri­schio Recoba. Sì, Mi­la­no è un pro­ble­ma per il Pd. Men­tre a Ro­ma il bal­lot­tag­gio era scon­ta­to (scon­ta­to, sì, ma co­mun­que no­te­vo­le vi­sto che stia­mo par­lan­do del­la Ca­pi­ta­le d’Ita­lia), è nel ca­po­luo­go lom­bar­do che Ren­zi ave­va in­ve­sti­to di più nel­la rea­liz­za­zio­ne del nuo­vo Pd. Mi­la­no cit­tà dell’Ex­po, Mi­la­no sim­bo­lo di un ri­tro­va­to spi­ri­to per l’in­no­va­zio­ne, Mi­la­no — co­me si di­ce — cit­tà la­bo­ra­to­rio, da cui ar­ri­va­no sto­ri­ca­men­te le no­vi­tà pron­te a ca­la­re dall’al­to sul­la Cit­tà Eter­na (da Cra­xi al­la Le­ga, a Ber­lu­sco­ni, per non di­men­ti­ca­re il fa­sci­smo). In­som­ma Mi­la­no pa­re­va es­se­re la cul­la di un nuo­vo mo­del­lo di par­ti­to, quel­lo che il se­gre­ta­rio-pre­si­den­te del Con­si­glio da sem­pre va­gheg­gia. Un Pd schiac­cia­sas­si tra­sver­sa­le, che rap­pre­sen­ta il Ren­zi dei pri­mi tem­pi, una spe­cie di Pip­po In­za­ghi che bal­la sul­la li­nea del fuo­ri­gio­co. Bep­pe Sa­la è il can­di­da­to-pro­to­ti­po del ren­zi­smo: estra­neo ai par­ti­ti, po­st-ideo­lo­gi­co, per­fet­to al ere del mi­to­lo­gi­co Par­ti­to del­la Na­zio­ne. So­lo che il ri­sul­ta­to è sta­to de­lu­den­te con­tro Ste­fa­no Pa­ri­si, can­di­da­to del cen­tro­de­stra. Con un te­sta a te­sta che rac­con­ta, in­ve­ce, qual­co­sa sul de­sti­no de­gli av­ver­sa­ri di Ren­zi. Il mo­del­lo le­pe­ni­sta non sfon­da. Gior­gia Me­lo­ni, sup­por­ta­ta da Mat­teo Sal­vi­ni a Ro­ma, è ar­ri­va­ta ter­za ed è fuo­ri dal bal­lot­tag­gio tra la Rag­gi e Ro­ber­to Gia­chet­ti. Il bal­lot­tag­gio di­rà se è il mo­del­lo di Pa­ri­si quel­lo che fun­zio­na, ma in­tan­to si re­gi­stra un da­to: se il cen­tro­de­stra è uni­to ed è rap­pre­sen­ta­to da un can­di­da­to non ber­cian­te al­lo­ra può crea­re pa­rec­chi pro­ble­mi al PdL, il Par­ti­to del­la Leo­pol­da. Lo di­mo­stra il si­len­zio de­gli ul­ti­mi me­si di cam­pa­gna elet­to­ra­le di Sal­vi­ni su Mi­la­no, che è sta­to mes­so sot­to tu­te­la, non ha spa­ra­to le sue bor­da­te e non ha spa­ven­ta­to l’elet­to­ra­to mo­de­ra­to. Il Pd, nel re­sto del Pae­se, ha un se­rio pro­ble­ma di clas­se di­ri­gen­te, co­me si ve­de an­che con la «vec­chia guar­dia»; a To­ri­no, do­ve Pie­ro Fas­si­no non sfon­da (l’Ap­pen­di­no di M5S in­ve­ce ar­ri­va al 30 per cen­to), e a Bo­lo­gna, do­ve Vir­gi­nio Me­ro­la, pu­re lui sin­da­co uscen­te, re­sta in­chio­da­to al 39,46 e va al bal­lot­tag­gio. Que­ste ele­zio­ni am­mi­ni­stra­ti­ve non so­no sta­te un te­st sul Ren­zi pre­si­den­te del Con­si­glio, ma un te­st sul Ren­zi se­gre­ta­rio del Pd senz’al­tro. Per que­sto ap­pa­io­no trop­po co­mo­de le di­chia­ra­zio­ni dei ver­ti­ci del Pd, che han­no su­bi­to in­col­pa­to l’ex sin­da­co Igna­zio Ma­ri­no per la dé­bâ­cle ro­ma­na: la nuo­va se­gre­te­ria go­ver­na il par­ti­to dal di­cem­bre 2013, non esat­ta­men­te da un pa­io di me­si e ha avu­to tut­to il tem­po per ca­pi­re che co­sa c’è che non va. E a Ro­ma il M5S ha dop­pia­to il Pd, che re­sta al 17 per cen­to. Il par­ti­to dun­que che si a da al­le al­chi­mie par­la­men­ta­ri an­che fuo­ri dal Pa­laz­zo, ve­di l’al­lean­za con De­nis Ver­di­ni, non fun­zio­na, e que­sto pre­scin­de dall’esi­to dei bal­lot­tag­gi che si ter­ran­no fra due set­ti­ma­ne. Ne sa qual­co­sa la can­di­da­ta del Pd a Na­po­li, Va­le­ria Va­len­te, so­ste­nu­ta an­che da Ver­di­ni, che è ar­ri­va­ta ter­za, ha per­so con­tro il cen­tro­de­stra e con­tro Lui­gi de Ma­gi­stris, che può ben fe­steg­gia­re. Il M5S cor­re an­co­ra il ri­schio di es­se­re l’eter­no Recoba, ex gio­ca­to­re dell’In­ter, sem­pre sul pun­to di spac­ca­re il mon­do sen­za pe­rò es­se­re mai riu­sci­to a di­ven­ta­re un ve­ro cam­pio­ne. Per la Rag­gi il pun­to, a meno di cla­mo­ro­se ga e, non sem­bra es­se­re vin­ce­re a Ro­ma, ma go­ver­na­re la cit­tà più in­go­ver­na­bi­le d’Ita­lia sen­za far rim­pian­ge­re i pre­de­ces­so­ri. Vin­ce­re al se­con­do tur­no e fa­re un di­sa­stro poi sa­reb­be il peg­gior bi­gliet­to da vi­si­ta per le pros­si­me ele­zio­ni po­li­ti­che. Il ca­so di Livorno con Fi­lip­po No­ga­rin po­treb­be aver in­se­gna­to qual­co­sa al Mo­Vi­men­to.

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