SI AM­MAZ­ZA?

Vanity Fair (Italy) - - Week -

ai quan­do ti di­ci che è quel­lo che hai sem­pre vo­lu­to, che è pro­prio lui? Era esta­te. E sia io sia An­drea ave­va­mo de­ci­so di fa­re gli ani­ma­to­ri in spiag­gia per met­te­re da par­te un po’ di sol­di e pe­sa­re meno sui no­stri ge­ni­to­ri. Quel gior­no, pe­rò, c’era po­ca gen­te. Sai, Clau­dia, quel­le gior­na­te nu­vo­lo­se in cui al ma­re non ci si vie­ne? Una gior­na­ta spre­ca­ta, pen­sa­vo im­bron­cia­ta, avrei fat­to me­glio a ri­ma­ne­re a ca­sa a stu­dia­re. «Se­con­do me se sor­ri­di sei più bel­la», ave­va det­to An­drea av­vi­ci­nan­do­si. Do­po po­chi mi­nu­ti, era co­me se lo co­no­sces­si da an­ni. Gli ave­vo rac­con­ta­to del te­st di Me­di­ci­na che non era an­da­to be­ne, e del­la de­ci­sio­ne di iscri­ver­mi a Eco­no­mia. Del­la mia pas­sio­ne per la dan­za, del di­plo­ma di Con­ser­va­to­rio. E lui mi ave­va ascol­ta­to co­me se nul­la con­tas­se più di quel­lo che di­ce­vo.

Sa quel gior­no non ci sia­mo più la­scia­ti. Per que­sto ti di­ce­vo che non ave­vo tem­po di pas­sa­re da te do­po la dan­za. Quan­do so­no ri­co­min­cia­te le le­zio­ni, An­drea ha pre­so l’abi­tu­di­ne di ac­com­pa­gnar­mi ogni gior­no all’uni­ver­si­tà e di ve­nir­mi a pren­de­re al­la ne dei cor­si. E se do­ve­vo re­sta­re a ca­sa a stu­dia­re, ci sen­ti­va­mo al te­le­fo­no. Era ca­pa­ce di chia­mar­mi an­che ven­ti vol­te al gior­no. Pen­sa che pre­mu­ro­so: vo­le­va sem­pre sa­pe­re co­sa stes­si fa­cen­do, a che pun­to stes­si con lo stu­dio, se a ca­sa an­das­se tut­to be­ne. E poi era co­sì ge­lo­so! Per­si­no di te, Clau­dia. E non c’era gior­no che non mi di­ces­se che non po­te­va più vi­ve­re sen­za di me. Non mi ero mai sen­ti­ta co­sì im­por­tan­te. Cer­to, la vol­ta che mi ave­va det­to che se me ne fos­si an­da­ta si sa­reb­be am­maz­za­to mi ave­va fat­to pau­ra. Ma, ve­den­do­mi scon­vol­ta, mi ave­va chie­sto su­bi­to scu­sa. «Non mi guar­da­re co­sì Chia­ra, ti pre­go. Ho det­to una caz­za­ta, non lo fa­rò più, te lo pro­met­to, ma tu per­do­na­mi!». Mi ave­va giu­ra­to che non l’avreb­be mai più nem­me­no pen­sa­to.

Da pro­mes­sa non l’ave­va man­te­nu­ta. Ti ri­cor­di, Clau­dia, quel­la vol­ta che era­va­mo in­sie­me e il te­le­fo­no non smet­te­va di suo­na­re e al­lo­ra lo ave­vo stac­ca­to? Quan­do l’ho riac­ce­so, c’era­no al­me­no die­ci sms. «Te­so­ro, do­ve sei?». «Amo­re, per­ché il

Lcel­lu­la­re è stac­ca­to?». «Mi ri­chia­mi per fa­vo­re?». «Chia­ra, ri­spon­di!». E poi me lo so­no ri­tro­va­to da­van­ti a ca­sa. «Hai vi­sto l’ora? Ma do­ve caz­zo eri?». Fa­ce­va qua­si pau­ra. Cioè, non pro­prio pau­ra. Di­cia­mo che fa­ce­va pe­na. Cioè, non pro­prio pe­na… Non so co­me spie­gar­te­lo, Clau­dia, era un mi­sto di pau­ra, pe­na, do­lo­re, an­go­scia, rab­bia. Sì, lo so che era ge­lo­sis­si­mo. Ma, quel­la se­ra, era peg­gio del so­li­to. Av­vi­li­to, fu­rio­so e di­spe­ra­to al tem­po stes­so. E quan­do ave­vo cer­ca­to di dir­gli che ave­vo so­lo bi­so­gno di sta­re un po’ con te, un po’ sen­za di lui, un po’ so­la, mi ave­va ag­gre­di­to. «Se mi amas­si ve­ra­men­te, non avre­sti bi­so­gno di sta­re con al­tre per­so­ne. Avre­sti so­lo bi­so­gno di sta­re con me. Lo sai che se mi la­sci mi uc­ci­do, ve­ro?». E non era servito a nul­la ri­cor­dar­gli che mi ave­va pro­mes­so di non dir­lo più. «Mi vuoi la­scia­re? Te ne vuoi an­da­re via? Do­vre­sti ver­go­gnar­ti di trat­tar­mi co­sì!». Ma co­me lo sta­vo trat­tan­do, Clau­dia? Mi­ca lo sta­vo tra­den­do, ave­vo so­lo pas­sa­to con te la se­ra­ta. Per­ché non ca­pi­va che era nor­ma­le? E io, so­prat­tut­to, per­ché l’ho per­do­na­to an­co­ra una vol­ta? Per­ché non gli ho det­to di spa­ri­re? Per­ché l’ho pre­so tra le brac­cia e gli ho det­to «va be­ne», «non lo fac­cio più», «smet­ti­la di pian­ge­re pe­rò», «lo sai che ti amo»? a qual­che set­ti­ma­na, sem­pre co­sì va a ni­re. Li­ti­ghia­mo fu­rio­sa­men­te, poi fac­cia­mo la pa­ce. Ma io so­no stan­ca di que­ste sue os­ses­sio­ni. Non è que­sto che vo­le­vo. Non era co­sì all’ini­zio. Non cre­do che si pos­sa an­da­re avan­ti per mol­to. An­drea è una per­so­na buo­na, e lo ca­pi­sco che quan­do si in­fu­ria lo fa per­ché sta ma­le. Ma ora co­min­cio a sta­re ma­le an­ch’io. Pen­sa che l’al­tro gior­no, in uni­ver­si­tà, qua­si sen­za ac­cor­ger­me­ne sta­vo ssan­do un ti­po. E quan­do lui se ne è ac­cor­to e mi ha sor­ri­so, so­no di­ven­ta­ta tut­ta ros­sa. Pen­sa se ci fos­se sta­to An­drea: co­me avreb­be rea­gi­to? Ma­ga­ri lo avreb­be pre­so a pu­gni. E ora co­me fac­cio? È co­sì fra­gi­le. E se si am­maz­za ve­ra­men­te?

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