IN COL­PA?

Vanity Fair (Italy) - - Il Postino -

agi­sco­no a scop­pio ri­tar­da­to. Ma do­po qual­che tem­po tro­vai la for­za di cam­bia­re at­teg­gia­men­to. L’ami­ci­zia si af­fie­vo­lì, pe­rò quel che ne ri­ma­se fu un sen­ti­men­to più sin­ce­ro. Spo­ra­di­ca­men­te ci ri­ca­sco an­co­ra. Ba­sta che qual­cu­no, an­che un mez­zo sco­no­sciu­to, mi met­ta il bron­cio per­ché io av­ver­ta su­bi­to un de­bi­to emo­ti­vo ver­so di lui. Si chia­ma iper­sen­si­bi­li­tà e non è un com­pli­men­to, ma una ma­lat­tia con cui abi­tuar­si a con­vi­ve­re, cer­can­do di con­te­ner­ne gli ef­fet­ti en­tro li­mi­ti sop­por­ta­bi­li. Dal rac­con­to che ne fai, tua ma­dre sem­bra una fab­bri­can­te com­pul­si­va di sen­si di col­pa. La im­ma­gi­no con lo sguar­do so­ste­nu­to e do­len­te, men­tre scio­ri­na all’iner­me in­ter­lo­cu­tri­ce il suo ro­sa­rio quo­ti­dia­no di pic­co­le in­fe­li­ci­tà per far­le sen­ti­re quan­to sia or­ri­bi­le da par­te sua osti­nar­si a vi­ve­re con il cor­do­ne om­be­li­ca­le stac­ca­to. Se non la chia­mi la se­ra, si la­men­ta che non la chia­mi mai. Se la chia­mi la se­ra, si la­men­ta che non l’hai chia­ma­ta la mat­ti­na. Ma se la chia­mi la se­ra e la mat­ti­na, si la­men­ta che non tro­vi il tem­po di pas­sar­la a tro­va­re. Se poi pas­si a tro­var­la, si la­men­ta che non lo fai ab­ba­stan­za spes­so. E se lo fai tut­ti i gior­ni, si la­men­ta che non lo fa tua so­rel­la, esco­gi­tan­do un mo­do la­te­ra­le per at­tri­buir­te­ne la col­pa. Si trat­ta di un gio­co per­ver­so con cui cer­ca di te­ner­ti le­ga­ta a sé. Non sa che il gior­no in cui ti ac­co­glies­se con un sor­ri­so pri­vo di ri­mo­stran­ze ma col­mo so­lo dell’im­men­so pia­ce­re di ve­der­ti, tu tor­ne­re­sti a tro­var­la più spes­so e so­prat­tut­to più vo­len­tie­ri. Ma è trop­po tar­di per cam­biar­le i mec­ca­ni­smi men­ta­li. Men­tre sei an­co­ra in tem­po per cam­bia­re i tuoi, rom­pen­do la sua stra­te­gia con­so­li­da­ta con una mos­sa a sor­pre­sa. Lei si aspet­ta che tu rea­gi­sca ai suoi la­men­ti col­pe­vo­liz­zan­ti con del­le scu­se o del­le of­fe­se. Se in­ve­ce co­min­ci a tra­smet­ter­le iro­nia, a non pren­der­la sul se­rio, a scher­za­re sul suo rap­por­to mor­bo­so ver­so le fi­glie, fi­ni­rai per smon­tar­le il gio­cat­to­lo e la co­strin­ge­rai a mo­di­fi­ca­re il suo at­teg­gia­men­to pur di ot­te­ne­re la co­sa che de­si­de­ra so­pra ogni al­tra: la tua at­ten­zio­ne. In que­sto sen­so l’ar­ri­vo di un ni­po­ti­no da af­fi­da­re sal­tua­ria­men­te al­le sue cu­re le ri­da­reb­be un ruo­lo. A pat­to pe­rò che poi non si met­ta a col­pe­vo­liz­za­re an­che lui… AN­DRÉ DA LOBA

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