CIAO FUL­VIO,

TI VO­LE­VO CHIA­MA­RE Un gior­no o l’al­tro, si sa­le su un tre­no.

Vanity Fair (Italy) - - Week - PA­TRICK MODIANO di GA­BRIEL­LA GENISI*

C Õe­ra un mio ami­co su quel tre­no che pas­sa­va in mez­zo agli uli­vi e al­la ter­ra spac­ca­ta dal so­le, in un mez­zo­gior­no d’esta­te. Si chia­ma­va Ful­vio, fa­ce­va il po­li­ziot­to. Un uo­mo ap­pas­sio­na­to, col­to, un pro­fes­sio­ni­sta se­rio, spo­sa­to e pa­dre di due ra­gaz­ze. Era un let­to­re raf­fi­na­to, mu­si­ci­sta, au­to­re di te­sti tea­tra­li. Vi­ce que­sto­re in quel­la Que­stu­ra ba­re­se pro­ta­go­ni­sta di tan­ti miei li­bri. C’era­va­mo co­no­sciu­ti mol­ti an­ni fa, era sta­to uno dei miei pri­mi let­to­ri. La pri­ma vol­ta che ci in­con­tram­mo fu a Ba­ri, da­van­ti al­la stazione do­ve non è mai ar­ri­va­to. A pen­sar­ci ades­so mi vie­ne da pian­ge­re.

Ri­cor­do uno scam­bio di mail. Era di­cem­bre, io leg­ge­vo Pa­tri­mo­nio di Phi­lip Ro­th, lui mi rac­con­ta­va del­la mor­te di sua ma­dre. Ci scam­bia­va­mo le im­pres­sio­ni, la vi­ta ve­ra e la let­te­ra­tu­ra che in­cro­cia­va­no i de­sti­ni. Un gior­no or­ga­niz­zò una pre­sen­ta­zio­ne del mio li­bro, nel­la sua An­dria. Al­la fi­ne si mi­se a suo­na­re can­zo­ni con la chi­tar­ra. An­che Ful­vio scri­ve­va sto­rie, ma non gli in­te­res­sa­va pub­bli­car­le. Ho avu­to la for­tu­na di leg­ger­ne un pa­io, vo­le­va re­ga­lar­mi un suo per­so­nag­gio, un so­sti­tu­to pro­cu­ra­to­re don­na del Sud, di quel­le che da fuo­ri se­de si por­ta­no il cal­zo­ne di ci­pol­la nel­la bor­sa da la­vo­ro. Mi di­ce­va «usa­la tu un gior­no, in­sie­me a Lo­li­ta ci sta per­fet­ta». Gli ave­vo det­to sì, e lo avrei fat­to dav­ve­ro. È tal­men­te stra­no il de­sti­no, che pro­prio un pa­io di set­ti­ma­ne fa ho pensato di chia­mar­lo. «Ful­vio», vo­le­vo dir­gli, «ades­so che il com­mis­sa­rio Lo­li­ta è di stan­za a Pa­do­va, la met­to ad abi­ta­re in casa con la tua Pm». Vo­le­vo chia­mar­lo Ful­vio, e in­ve­ce non l’ho fat­to. E ie­ri quan­do ho sen­ti­to la no­ti­zia dell’in­ci­den­te ho pensato a lui. Sa­pe­vo do­ve abi­ta­va, che tre­no pren­de­va. Gli pia­ce­va viag­gia­re in tre­no, al­me­no pos­so leg­ge­re, di­ce­va.

Sa­rà ac­cor­so sul po­sto, ho pensato men­tre spia­vo il suo pro­fi­lo Fa­ce­book al­me­no cen­to vol­te, ri­guar­dan­do quel­le fo­to di tre­ni che ama­va scat­ta­re. «Va­go­ni da ma­cel­lo ri­ser­va­ti / su bi­na­ri mor­ti di­men­ti­ca­ti», scri­ve­va po­chi gior­ni fa, ci­tan­do Ser­gio En­dri­go. Ho con­ti­nua­to a cer­car­lo su Fb per ore, con l’an­go­scia che sa­li­va. Fi­no a quan­do ho sa­pu­to che Ful­vio, l’ami­co mio, non c’era più. Con­ti­nuo a ri­sen­ti­re la sua vo­ce, quel suo chia­mar­mi Gab­briel­la con due B, a ri­cor­da­re quan­do rac­con­ta­va del­la ca­set­ta di Na­vel­li, il suo buen retiro in un pae­si­no abruz­ze­se, o la no­stra pas­seg­gia­ta a Po­li­gna­no, lo scor­so Na­ta­le, in­sie­me a Em­ma che ado­ra­va e a una cop­pia di ami­ci ar­ri­va­ti da fuo­ri re­gio­ne. O an­co­ra quan­do ci sia­mo vi­sti a Ba­ri, al con­cer­to di Ja­mes Tay­lor. Gli pia­ce­va tan­to la mu­si­ca. «Ciao Gab», mi scri­ve­sti un gior­no, «sa­lu­ta­mi ’a Lo­lì». Ciao Ful­vio, ti ri­cor­de­rò co­sì. Mi man­che­rai.

* Ga­briel­la Genisi vi­ve a Ba­ri. Ha scrit­to nu­me­ro­si li­bri e in­ven­ta­to il per­so­nag­gio del com­mis­sa­rio Lo­li­ta Lo­bo­sco, già pro­ta­go­ni­sta di sei ro­man­zi pub­bli­ca­ti da Son­zo­gno: La cir­con­fe­ren­za del­le aran­ce (2010), Gial­lo ci­lie­gia (2011), Uva noir (2012), Gio­co pe­ri­co­lo­so (2014), Spa­ghet­ti all’As­sas­si­na (2015), Ma­re ne­ro (2016) .

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