SÌ, CHE MI IM­POR­TA­VA»

«ALL’INI­ZIO NON MI IM­POR­TA­VA CHE SPARLASSERO DI ME E JU­STIN. POI MI SI È SPEZ­ZA­TO IL CUO­RE. E AL­LO­RA

Vanity Fair (Italy) - - Vanity Copertina -

in­tan­to io ero in un an­go­lo a sbat­te­re la te­sta con­tro il mu­ro. Non sa­pe­vo da che par­te gi­rar­mi». Ne par­la con una sor­ta di di­stac­co ana­li­ti­co, co­me una psi­ca­na­li­sta che ri­pas­sa gli ap­pun­ti su un pa­zien­te, sen­za mai sem­bra­re fe­ri­ta né ci­ni­ca, ma più che al­tro sag­gia. Da un pa­io d’an­ni in qua, nel suo per­cor­so per «im­pa­ra­re a es­se­re me stes­sa», Go­mez ha mo­di­fi­ca­to di­ver­si aspet­ti del­la sua vi­ta. Ha cam­bia­to ma­na­ger – pri­ma era la ma­dre Man­dy Tee­fey –, sce­glien­do­se­lo per­so­nal­men­te. Non è sta­to fa­ci­le, per­ché la co­sa ha for­ni­to ai ta­bloid la scusa per scri­ve­re che Se­le­na Go­mez ave­va «li­cen­zia­to» la mam­ma, la­scian­do in­tra­ve­de­re con­tra­sti fa­mi­glia­ri ine­si­sten­ti. «Le ho det­to: “Mam­ma, ho bi­so­gno di ar­ran­giar­mi da so­la”», ri­cor­da Go­mez, che con la ma­dre, il pa­tri­gno e la so­rel­la ac­qui­si­ta ha abi­ta­to fi­no al 2014, quan­do si è tra­sfe­ri­ta in un vil­lo­ne di Los An­ge­les con due ami­che del cuo­re. «È sta­to co­me quan­do i fi­gli se ne van­no all’uni­ver­si­tà». Nel ten­ta­ti­vo di ren­de­re la sua im­ma­gi­ne me­no sdol­ci­na­ta, ha in­ter­rot­to an­che la col­la­bo­ra­zio­ne con Kmart e idea­to una cap­su­le col­lec­tion per Adi­das, il tut­to men­tre si ag­giu­di­ca­va par­ti ci­ne­ma­to­gra­fi­che mol­to di­ver­se: un ca­meo nel­la Gran­de scommessa, un al­tro in Cat­ti­vi vi­ci­ni 2, e il ruo­lo prin­ci­pa­le nel film drammatico in­di­pen­den­te Al­trui­sti si di­ven­ta, pre­sen­ta­to all’ul­ti­mo Sun­dan­ce e di­stri­bui­to da Net­flix. «So di po­ter en­tra­re in una stan­za e con­vin­ce­re la gen­te che so­no in gra­do di in­ter­pre­ta­re un cer­to per­so­nag­gio», di­ce. «So­no pron­ta a ta­gliar­mi i ca­pel­li, a ra­sar­me­li, a tin­ger­li. Va­do lì con l’obiet­ti­vo di far­gli di­men­ti­ca­re Se­le­na» (vi­sto il con­trat­to che ha fir­ma­to qual­che me­se fa co­me te­sti­mo­nial di Pan­te­ne, pa­re da tre mi­lio­ni di dol­la­ri, im­ma­gi­no che deb­ba tro­va­re mo­di me­no dra­sti­ci). An­che se un gior­no le pia­ce­reb­be es­se­re co­no­sciu­ta so­lo co­me at­tri­ce, è nel­la mu­si­ca che ha tro­va­to la via d’usci­ta più ra­pi­da dal­la zuc­che­ro­sa in­cu­ba­tri­ce in cui è sbocciata la sua car­rie­ra. A ot­to­bre dell’an­no scor­so è usci­to l’al­bum Re­vi­val, ti­to­lo che ri­sul­te­reb­be as­sur­do per qual­sia­si al­tra ven­ten­ne. Do­po aver esor­di­to al pri­mo po­sto in clas­si­fi­ca, il di­sco le ha pro­cu­ra­to un in­vi­to a esi­bir­si du­ran­te la sfi­la­ta di Vic­to­ria’s Se­cret, spin­gen­do­la co­sì in ter­ri­to­ri so­li­ta­men­te oc­cu­pa­ti da Ri­han­na, Ka­ty Per­ry e Tay­lor Swift, que­st’ul­ti­ma sua vec­chia ami­ca e con­su­len­te om­bra di car­rie­ra. A dif­fe­ren­za di Cy­rus, che dal gu­scio Disney si è sfi­la­ta nel mo­do più tra­sgres­si­vo pos­si­bi­le, Go­mez ha scel­to una via più di­scre­ta. In Re­vi­val è vi­va­ce, sen­sua­le e un fi­li­no ar­rab­bia­ta con il suo pas­sa­to-Bieber, e nel sin­go­lo di suc­ces­so Sa­me Old Lo­ve di­chia­ra: «I’m so sick of that sa­me old lo­ve, that shit, it tears me up» («Non ne pos­so più del so­li­to vec­chio amo­re, que­sta mer­da mi distrugge»). Ma ha con­ser­va­to quel toc­co di leg­ge­rez­za e sin­ce­ri­tà ne­ces­sa­rio a non alie­nar­si i fan con l’ap­pa­rec­chio ai den­ti. «Ognu­na di noi si è mos­sa in mo­do di­ver­so», spie­ga quan­do le fac­cio l’esem­pio di Cy­rus. «Lei non fa­reb­be mai quel­lo che fac­cio io, ov­via­men­te, e vi­ce­ver­sa. La sua mu­si­ca mi pia­ce, ma non so se di­reb­be lo stes­so di me». Pri­ma di in­con­tra­re Se­le­na Go­mez ho let­to una det­ta­glia­ta cro­no­lo­gia del­la sua «fai­da» con Cy­rus, ed è im­pos­si­bi­le non do­man­dar­si se quel­lo che mi ha ap­pe­na ser­vi­to non fos­se – scoop! – un ve­la­to af­fon­do. «Non c’è mai sta­ta nes­su­na fai­da», mi ras­si­cu­ra. «Ci pia­ce­va la stes­sa per­so­na quan­do ave­va­mo se­di­ci an­ni. Ades­so vi­via­mo la no­stra vi­ta». E Bieber? Un me­se do­po la pub­bli­ca­zio­ne di Re­vi­val, ha fat­to usci­re Pur­po­se, al­bum che rap­pre­sen­ta una sor­ta di ri­chie­sta di per­do­no, e in cui le scu­se as­sai pia­cio­ne so­no in buo­na par­te ri­vol­te a lei. «So­no sfi­ni­ta», so­spi­ra. «Sul se­rio, ba­sta. Ci ten­go che stia be­ne, ma non ne pos­so più». In ca­me­ri­no, Se­le­na è an­co­ra de­ter­mi­na­ta a procurarsi del ci­bo e un at­ti­mo di fu­ga pri­ma di sa­li­re sul pal­co. «C’è un McDo­nald’s a me­no di un chi­lo­me­tro», an­nun­cia do­po aver con­sul­ta­to Goo­gle Maps. «Pos­sia­mo an­dar­ci?». Non è una ve­ra do­man­da. Go­mez si rap­por­ta al nuo­vo staff in mo­do ri­las­sa­to e scher­zo­so, ma il ca­po as­so­lu­to è lei. Nel gi­ro di un mi­nu­to, con l’as­si­sten­te uscia­mo dal pa­laz­zet­to; un suv ne­ro è sta­to con­vo­ca­to di na­sco­sto. Ac­can­to all’au­to sta­zio­na un grup­po di ra­gaz­zi­ni. Han­no fiu­ta­to la no­stra usci­ta co­me i ca­ni che sen­to­no gli ul­tra­suo­ni? Al­la vi­sta di Se­le­na at­tac­ca­no a stril­la­re, e scat­ta­no fo­to e vi­deo da ca­ri­ca­re sui so­cial. «Per me il mas­si­mo è quan­do usano Fa­ceTi­me», os­ser­va, sa­lu­tan­do­li con la ma­no. Quan­do si par­la del fe­no­me­no Go­mez, è im­pos­si­bi­le ne­ga­re l’im­por­tan­za del cel­lu­la­re e dei so­cial. Se­le­na ha bat­tu­to di re­cen­te, con ol­tre 4 mi­lio­ni di «mi pia­ce» al sel­fie con Co­ca e can­nuc­cia, il re­cord di li­ke su In­sta­gram (3,7 mi­lio­ni) che ave­va da po­co sta­bi­li­to Bieber con la fo­to di un ba­cio ai tem­pi del lo­ro amo­re. La ra­gaz­za ha suf­fi­cien­ti do­ti vo­ca­li per reg­ge­re una can­zo­ne pop romantica, e col tem­po po­treb­be

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