THE VOYEUR’S MO­TEL

Vanity Fair (Italy) - - Racconti -

Il suo de­si­de­rio fu esau­di­to, ma in se­gui­to Kac­zyn­ski fu sco­per­to e ar­re­sta­to. Il fra­tel­lo l’ave­va ri­co­no­sciu­to dal­lo sti­le di scrit­tu­ra. Una­bom­ber si era fat­to fre­ga­re dal suo stes­so ma­no­scrit­to. Le per­so­ne che ac­qui­sta­ro­no i mo­tel di Ge­rald Foos nel 1995 pre­su­mi­bil­men­te non sep­pe­ro mai per­ché i sof­fit­ti di al­cu­ne del­le stan­ze aves­se­ro dei rap­pez­zi in car­ton­ges­so di quin­di­ci cen­ti­me­tri per tren­ta­cin­que. Nel 2014 il Ma­nor Hou­se fu ven­du­to a una so­cie­tà im­mo­bi­lia­re che fa­ce­va ca­po a un im­pren­di­to­re edi­le di no­me Broo­ke Ban­bu­ry. Il gior­no do­po la fir­ma del con­trat­to, i pre­ce­den­ti pro­prie­ta­ri se ne an­da­ro­no tem­pe­sti­va­men­te, ab­ban­do­nan­do i pro­pri ef­fet­ti per­so­na­li e le pro­prie­tà del mo­tel. Fra gli og­get­ti ri­tro­va­ti nel Ma­nor Hou­se c’era un fu­ci­le mi­tra­glia­to­re con tre car­tuc­ce ca­ri­che e dei pro­iet­ti­li di scor­ta. La mo­glie di Ban­bu­ry avreb­be vo­lu­to do­na­re gli og­get­ti del mo­tel a un en­te di be­ne­fi­cen­za lo­ca­le, ma non tro­vò nes­su­no di­spo­sto ad ac­cet­tar­lo. Al­lo­ra il ma­ri­to chia­mò una squa­dra di de­mo­li­to­ri per ra­der­lo al suolo e por­ta­re via tut­to. Di lì a due set­ti­ma­ne, del mo­tel Ma­nor Hou­se ri­ma­ne­va sol­tan­to un ter­re­no piat­to cir­con­da­to da una re­cin­zio­ne me­tal­li­ca. di Gay Talese (Gro­ve Pr, pagg. 233, da Û 15,58 su Ama­zon) u ciò che vi­de­ro Ge­rald e Ani­ta Foos quan­do, quat­tro me­si do­po, mi re­cai sul po­sto con lo­ro. Non sa­pe­va­no che il mo­tel era sta­to de­mo­li­to, e Ani­ta par­cheg­giò ac­can­to al re­cin­to con le la­cri­me agli oc­chi. «Non è ri­ma­sto dav­ve­ro nien­te», dis­se Foos, apren­do la por­tie­ra e scen­den­do con l’aiu­to del ba­sto­ne. I due at­tra­ver­sa­ro­no il can­cel­lo aper­to del­la re­cin­zio­ne te­nen­do­si sot­to­brac­cio. «Spe­ria­mo di tro­va­re qual­co­sa da por­ta­re a ca­sa», dis­se Foos cam­mi­nan­do len­ta­men­te, con la te­sta chi­na, in cer­ca di un ri­cor­do o due da ag­giun­ge­re al­le sue col­le­zio­ni, ma­ga­ri una ma­ni­glia o il nu­me­ro di una stan­za. Ma i de­mo­li­to­ri ave­va­no pol­ve­riz­za­to tut­to. A un cer­to pun­to Foos si ab­bas­sò e rac­col­se due pez­zi di pietra di­pin­ta di ver­de che ave­va­no fian­cheg­gia­to il via­let­to lun­go il par­cheg­gio (e da lui di­pin­ti per­so­nal­men­te) e un pez­zo di fi­lo elet­tri­co dell’in­se­gna al neon ros­sa con il no­me del mo­tel. «Che pec­ca­to non es­se­re ve­nu­ti pri­ma», dis­se. «Ma­ga­ri tro­va­va­mo un pez­zo dell’in­se­gna». Per­cor­se­ro len­ta­men­te il ter­re­no per un quar­to d’ora, sem­pre a te­sta bas­sa. Fa­ce­va mol­to cal­do, e Foos sta­va su­dan­do. «An­dia­mo a ca­sa», dis­se Ani­ta. «Sì», con­ven­ne lui gi­ran­do­si ver­so il can­cel­lo. «Ho vi­sto ab­ba­stan­za». Il racconto di Talese è di­ven­ta­to un li­bro ap­pe­na usci­to ne­gli Sta­ti Uni­ti. In Ita­lia sa­rà pub­bli­ca­to da Riz­zo­li nel 2017.

F(Tra­du­zio­ne di Mat­teo Co­lom­bo)

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