FI­GLI MIEI Ca­ro di­ret­to­re,

Vanity Fair (Italy) - - Week -

ono 7 an­ni, 4 me­si e una man­cia­ta di gior­ni che ogni not­te mi sve­glio po­co pri­ma o po­co do­po le 3 e 32, l’ora in cui ho per­so mia fi­glia Clau­dia nel ter­re­mo­to dell’Aqui­la del 2009. La not­te del 24 ago­sto non mi so­no sve­glia­ta da so­la, ci ha pen­sa­to – al­le 3 e 36 – una vio­len­ta scos­sa di ter­re­mo­to, av­ver­ti­ta in una ca­sa lon­ta­na dal­la mia cit­tà e dai miei af­fet­ti. È un in­cu­bo o la real­tà? Ben pre­sto ca­pi­sco che, pur­trop­po, è tut­to ve­ro. Il pri­mo no­me che gri­do è quel­lo di mio ni­po­te, lon­ta­no: il pic­co­lo cuc­cio­lo che, da 3 an­ni a que­sta par­te, ha ri­do­na­to un bri­cio­lo di vi­ta a me e mio ma­ri­to. Mi ren­do con­to dell’im­ma­ne tra­ge­dia che an­co­ra una vol­ta ha col­pi­to il no­stro Pae­se al­le 4 e 40, quan­do in Tv ini­zia­no a scor­re­re le pri­me im­ma­gi­ni. È tut­to iden­ti­co a quel­lo che ho vis­su­to in pri­ma per­so­na a L’Aqui­la quel­la tre­men­da not­te. Un tet­to in­te­gro pog­gia­to su un cu­mu­lo di ma­ce­rie, una mac­chi­na im­pol­ve­ra­ta… tut­to ap­pa­re si­mi­le al­la sce­na di ca­sa di mia fi­glia. Do­po quel­le im­ma­gi­ni non so­no riu­sci­ta a ve­de­re o leg­ge­re pres­so­ché più nul­la. Ca­pi­sco che è una for­ma di pro­te­zio­ne o, piut­to­sto, di vi­gliac­che­ria. So che so­no in tan­ti ad aver per­so la vi­ta, mol­ti so­no bam­bi­ni e gio­va­ni. Da quel mo­men­to tut­ti i bim­bi so­no di­ven­ta­ti fi­gli miei, e vor­rei tan­to ab­brac­cia­re for­te a una a una tut­te le lo­ro ma­dri. Lo fac­cio qui, vir­tual­men­te. Nien­te e nes­su­no le con­so­le­rà. Quan­do ti muo­re un fi­glio, se ne va una par­te di te. La for­za per an­da­re avan­ti do­vran­no tro­var­la nel ri­cor­do dei lo­ro ca­ri, do­vran­no vi­ve­re per ave­re giu­sti­zia e fa­re in mo­do che que­sto tri­ste de­sti­no non toc­chi an­co­ra e an­co­ra ad al­tri. Ma­dri, pa­dri, fi­gli, ma­ri­ti, mo­gli, so­rel­le e fra­tel­li. A vol­te, si ha la sen­sa­zio­ne che sia più facile ri­co­strui­re che in­ve­sti­re nel­la pre­ven­zio­ne e nel­la si­cu­rez­za e, do­po un pri­mo mo­men­to di com­mo­zio­ne ge­ne­ra­le, i mor­ti re­sta­no ta­li so­lo per i con­giun­ti. A me ha aiu­ta­to mol­to scri­ve­re a mia fi­glia che non c’è più. «Let­te­re a Clau­dia» è una se­rie di scrit­ti che lei chia­ra­men­te non leg­ge­rà mai, ma che a me han­no da­to tan­ta for­za. La vi­ta non sa­rà più quel­la di pri­ma, ci sa­rà sem­pre un pri­ma e do­po il ter­re­mo­to. I gior­ni pas­sa­no len­ti, tra le vi­si­te al ci­mi­te­ro e la quo­ti­dia­ni­tà di vi­ta in una cit­tà che non è più ta­le da trop­po tem­po. Il do­lo­re cam­bia for­ma e co­lo­re, con il tem­po di­ven­ta tut­to dram­ma­ti­ca­men­te ve­ro ma non ac­cet­ta­bi­le. I ge­ni­to­ri non do­vreb­be­ro mai so­prav­vi­ve­re ai pro­pri fi­gli.

SFIORELLA TOMEI

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