“PER­CHÉ ERO GIÀ VE­STI­TA”»

Vanity Fair (Italy) - - Confessions Vanity -

ri­ce­ve la Lé­gion d’hon­neur a Pa­ri­gi, per ri­ba­di­re che ci so­no an­ch’io ac­can­to al suo straor­di­na­rio per­cor­so pro­fes­sio­na­le». Si in­tui­sce che, ben­ché da pic­co­lo for­se l’avreb­be vo­lu­ta tut­ta per sé, co­me una mam­ma nor­ma­le, lei pro­va un’am­mi­ra­zio­ne scon­fi­na­ta per Fran­ca. F.C.: «Sì, ma ogni vol­ta che pro­vo a dir­glie­lo, lei si in­fu­ria». F.S.: «Avrei de­te­sta­to un film in cui non si fa al­tro che di­re quan­to è bra­va di qui, quan­to è ge­nia­le di là. Non mi piac­cio­no i san­ti­ni e le au­to­ce­le­bra­zio­ni». Nei suoi nu­me­ro­si viag­gi di la­vo­ro, ha mai por­ta­to Fran­ce­sco con sé? F.S.: «Spes­so. Una vol­ta an­dam­mo in Giap­po­ne, lui avrà avu­to 12 an­ni. La se­ra del no­stro ar­ri­vo a To­kyo, an­dia­mo a ce­na con la sti­li­sta Rei Ka­wa­ku­bo e il ma­ri­to. Una se­ra­ta dif­fi­ci­le, i due par­la­va­no po­chis­si­mo e noi era­va­mo stra­vol­ti dal jet lag. In mac­chi­na, tor­nan­do in al­ber­go, gli dis­si: “Sei sta­to bra­vis­si­mo, Fran­ce­sco”. Lui mi ri­spo­se: “Mam­ma, ero trop­po stan­co per fa­re l’an­ti­pa­ti­chet­to”». Ha in­co­rag­gia­to l’in­te­res­se di Fran­ce­sco per il ci­ne­ma? F.S.: «Da su­bi­to. Sic­co­me già a 13 an­ni lui ave­va co­min­cia­to a di­re che vo­le­va fa­re il re­gi­sta, due an­ni do­po, pur di non ve­der­lo spiag­gia­to tut­ta l’esta­te a For­te dei Mar­mi o a Por­to­fi­no, lo man­dai a fa­re un cor­so di ci­ne­ma a Los An­ge­les. Tor­nò en­tu­sia­sta e non ha più cam­bia­to idea. Ha la­vo­ra­to e an­co­ra la­vo­ra an­che co­me fo­to­gra­fo, e io so­no fe­li­ce. Ab­bia­mo un dia­lo­go in­te­res­san­te, su ar­go­men­ti che ci ap­pas­sio­na­no en­tram­bi. Aves­se scel­to di fa­re il me­di­co o l’av­vo­ca­to, sa­reb­be sta­ta una sfor­tu­na per me». Es­se­re il fi­glio di Fran­ca Soz­za­ni è so­lo un pri­vi­le­gio o an­che un osta­co­lo? F.C.: «Cer­ta­men­te un pri­vi­le­gio, per l’aria che ho re­spi­ra­to, per­ché co­me fo­to­gra­fo ho avu­to lo stes­so men­to­re che han­no avu­to dei gran­dis­si­mi co­me Pe­ter Lind­ber­gh o Ste­ven Mei­sel. È un pri­vi­le­gio per­ché, gra­zie al suo ami­co Hel­mut Lang, a 21 an­ni so­no sta­to due set­ti­ma­ne sul set di Oli­ver Twi­st di Ro­man Po­lan­ski, do­ve ho avu­to la fol­go­ra­zio­ne de­fi­ni­ti­va per il ci­ne­ma. È un osta­co­lo, ma di mi­nor im­por­tan­za, per­ché la gen­te ha dei pre­giu­di­zi. Mol­ti pen­sa­no che io sia un rac­co­man­da­to. Del re­sto, è ve­ro che ho avu­to una par­ten­za mol­to ve­lo­ce, e in più sto riu­scen­do in quel­lo che fac­cio. È ov­vio che si crei­no ini­mi­ci­zie. Va det­to che an­che lei, nel­la sua po­si­zio­ne, ha un sac­co di ne­mi­ci. An­zi, ogni tan­to la chia­mo e le chie­do se per fa­vo­re può evi­ta­re di li­ti­ga­re con Ti­zio o Ca­io per­ché non vor­rei fi­ni­re vit­ti­ma di una di que­ste an­ti­pa­tie tran­si­ti­ve…». E lei, Fran­ca, che co­sa ri­spon­de al­le ac­cu­se di ne­po­ti­smo? F.S.: «Qua­le ge­ni­to­re non aiu­te­reb­be un fi­glio? Poi, tu le pos­si­bi­li­tà le dai, ma se non si han­no le ca­pa­ci­tà si ca­de da so­li. Non si se­mi­na sul ce­men­to. Per esem­pio, nel 2007, io ho man­da­to Fran­ce­sco a fo­to­gra­fa­re Tim Bur­ton per L’Uo­mo Vo­gue. Pri­ma di chia­ma­re lui ave­vo cer­ca­to al­tri fo­to­gra­fi, ma Bur­ton po­te­va so­lo l’8 ago­sto a Cuer­na­va­ca, in Mes­si­co, ed era­no tut­ti in va­can­za. Fran­ce­sco par­te, ar­ri­va lì e Tim Bur­ton ha cam­bia­to idea. Non vuo­le fa­re le fo­to, era­no a due­mi­la me­tri e gli man­ca­va l’aria. Fran­ce­sco mi chia­ma e mi di­ce che ci so­no que­sti pro­ble­mi. Io ri­spon­do “ar­ran­gia­ti” e gli but­to giù il te­le­fo­no. Si è ar­ran­gia­to, è riu­sci­to a con­vin­cer­lo, il ser­vi­zio era bel­lo, la sua oc­ca­sio­ne non l’ha cer­to spre­ca­ta». Nel film ci so­no mol­ti mo­men­ti in cui vi scon­tra­te a mu­so du­ro. F.C.: «Non se­gui­va le mie istru­zio­ni, do­ve­vo far­le ri­pe­te­re le fra­si mil­le vol­te e lei si spa­zien­ti­va!». F.S.: «In­som­ma, tut­ti mi ac­cu­sa­no di non sa­per­mi spie­ga­re per­ché trop­po sin­te­ti­ca, lui è l’uni­co al mon­do che mi ac­cu­sa di es­se­re pro­lis­sa!». C’è una co­sa, nel film, che ho tro­va­to te­ne­ra e che non mi aspet­ta­vo. Lei di­ce che spera an­co­ra di in­con­tra­re un gran­de amo­re, un prin­ci­pe az­zur­ro. F.S.: «Sì, per­ché so­gna­re non co­sta nien­te, a nes­su­na età. An­che se, a dir­la tut­ta, se dav­ve­ro lo in­con­tras­si, non so­no si­cu­ra che vor­rei met­ter­me­lo in ca­sa, que­sto prin­ci­pe az­zur­ro».

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