Amo­re non • un pro­no­me

Lui era lei. Ma ora ha mes­so su fa­mi­glia con Mag­gie Nel­son, che par­te dal­la pro­pria sto­ria sen­ti­men­ta­le per scri­ve­re il «so­li­to» caso let­te­ra­rio

Vanity Fair (Italy) - - Carpe Diem - Di LAU­RA PEZZINO

La po­li­zia del­la fe­li­ci­tà ver­rà ad ar­re­star­ci, se an­dia­mo avan­ti co­sì. Ci met­te­ran­no den­tro per la for­tu­na che ab­bia­mo. La for­tu­na, per Mag­gie Nel­son, è di es­ser­si in­na­mo­ra­ta di Har­ry, ri­cam­bia­ta. L’ave­va­no mes­sa in guar­dia: è un bad boy, non vor­rà im­pe­gnar­si. Ep­pu­re. So­no an­da­ti a con­vi­ve­re a Los An­ge­les, lui por­ta­va con sé il ba­ga­glio di un fi­glio, col tem­po lei è ri­ma­sta in­cin­ta, e ora i fi­gli so­no due. Lui, lei: so­no pro­no­mi. «I pro­no­mi so­no pre­po­ten­ti e chias­so­si», di­ce. Per­ché Har­ry era na­to Wen­dy, e so­lo do­po era di­ven­ta­to l’ar­ti­sta tran­sgen­der Har­ry Dod­ge. È di lui che Mag­gie si in­na­mo­ra, e l’epi­so­dio (i ven­ti di San­ta Ana, il ses­so vio­len­to) è rac­con­ta­to nel­le pri­me ri­ghe de­gli Ar­go­nau­ti (Il Sag­gia­to­re). Li­bro com­ples­so e vi­sce­ra­le: una se­quen­za di pa­ra­gra­fi, ri­fles­sio­ni fi­lo­so­fi­che, ri­cor­di, cri­ti­ca del lin­guag­gio, è un trat­ta­to sul­la ma­ter­ni­tà (che de­fi­ni­sce queer, biz­zar­ra, per via del­la ra­di­ca­le tra­sfor­ma­zio­ne che com­por­ta), sul gen­der, sul cor­po, sul fem­mi­ni­smo. È tut­to que­sto, e sfug­ge al no­stro «bi­so­gno A un cer­to pun­to, lei scri­ve che Har­ry «non è né ma­schio né fem­mi­na, ma un’of­fer­ta spe­cia­le: un due per uno», una co­sa che po­treb­be fa­re va­cil­la­re l’iden­ti­tà di un part­ner: «Il ge­ne­re è flui­do per chiun­que. L’au­toi­den­ti­fi­ca­zio­ne di una per­so­na può es­se­re mol­to di­ver­sa da quel­lo che gli al­tri, da fuo­ri, pos­so­no pen­sa­re». Un li­bro, Gli Ar­go­nau­ti, sul «di­ve­ni­re»: del cor­po, dell’amo­re, dell’iden­ti­tà. «È an­che una sor­ta di cap­su­la del tem­po che con­tie­ne quel­lo che suc­ce­de­va ne­gli Sta­ti Uni­ti nel pe­rio­do a cui il li­bro si ri­fe­ri­sce, dal 2007 al 2014. Un pe­rio­do in­te­res­san­te». Al­la fi­ne del qua­le, una don­na cor­re per la Ca­sa Bian­ca: «Hil­la­ry Clin­ton non è di si­ni­stra, ma con­di­vi­dia­mo lo stes­so pun­to di vi­sta su don­ne e fem­mi­ni­smo». Su Trump: «Le sue pa­ro­le pos­so­no cau­sa­re dan­ni rea­li, non la­sce­rò che i miei fi­gli le ascol­ti­no. Se do­ves­se vin­ce­re, ter­rò la Tv spen­ta per 4 an­ni». E non sa­rà nem­me­no sem­pli­ce spie­gar­gli la par­ti­co­la­ri­tà del­la lo­ro fa­mi­glia: «Noi non ci sen­tia­mo par­ti­co­la­ri. Ogni fa­mi­glia che co­no­sco ha mol­te co­se da spie­ga­re. Le fa­mi­glie so­no fa­mi­glie e so­no com­pli­ca­te. Sa­re­mo one­sti, gli di­re­mo da do­ve ven­go­no». Non la fa ar­rab­bia­re che Beyon­cé sia con­si­de­ra­ta un sim­bo­lo fem­mi­ni­sta? «No! An­co­ra og­gi, fa­re co­ming out co­me fem­mi­ni­ste non gio­va al­la car­rie­ra di nes­su­na. An­zi, può es­se­re ri­schio­so. Esi­sto­no stu­di sui di­ver­si si­gni­fi­ca­ti di “fem­mi­ni­smo”, ma non sa­rò di cer­to io a di­re co­sa sia giu­sto e co­sa no. È an­co­ra tal­men­te dif­fi­ci­le per le gio­va­ni iden­ti­fi­car­si nel fem­mi­ni­smo che qual­sia­si co­sa le met­ta su quel­la stra­da va be­ne». Il ti­to­lo del li­bro è un omag­gio a Ro­land Bar­thes: in un suo scrit­to, pa­ra­go­nò la per­so­na che pro­nun­cia per pri­ma la fra­se «ti amo» all’Ar­go­nau­ta che rin­no­va la na­ve du­ran­te il viag­gio sen­za cam­biar­le il no­me. Le par­ti po­tran­no es­se­re rim­piaz­za­te nel tem­po, ma la na­ve con­ti­nue­rà a chia­mar­si Ar­go. «Al­lo stes­so mo­do, tut­te le vol­te che l’in­na­mo­ra­to di­rà “ti amo”, il suo si­gni­fi­ca­to ver­rà rin­no­va­to a ogni uti­liz­zo». Co­me di­re, l’amo­re è un la­vo­ro, un can­tie­re aper­to, un rin­no­var­si. Ora si ca­pi­sce me­glio il di­lem­ma dei pro­no­mi. Ma ci so­no dei so­sti­tu­ti? «Io pen­so sia sem­pre giu­sto chia­ma­re le per­so­ne co­me que­ste vo­glio­no es­se­re chia­ma­te». Mag­gie Nel­son, 43 an­ni, è una del­le scrit­tri­ci di non-fiction più im­por­tan­ti de­gli Sta­ti Uni­ti. ari­sto­te­li­co di ca­te­go­riz­za­re ogni co­sa». Sa­rà che ogni co­sa che esce dal­la sua te­sta (no­no­stan­te lei di­ca di scri­ve­re «dal cuo­re, an­che se è fuo­ri mo­da») ne­gli Sta­ti Uni­ti di­ven­ta ora­co­lo, co­me per i pre­ce­den­ti Ja­ne: a Mur­der, The Art of Cruel­ty, Blue­ts, i suoi Ar­go­nau­ti han­no vin­to pre­mi e so­no sta­ti un caso let­te­ra­rio. Ogni vol­ta, Nel­son pren­de spun­to dal­la pro­pria vi­ta. In Ja­ne: a Mur­der, era lo stu­pro e omi­ci­dio del­la zia al­la fi­ne de­gli an­ni ’60. Qui è la sua sto­ria con un uo­mo im­pri­gio­na­to nel cor­po di una don­na, le noz­ze, il «bro­do or­mo­na­le» nel qua­le si im­mer­go­no qua­si con­tem­po­ra­nea­men­te, lei con i ten­ta­ti­vi del­la fe­con­da­zio­ne as­si­sti­ta, lui al­le pre­se con te­sto­ste­ro­ne e ma­stec­to­mia. Ep­pu­re, ren­de­re pub­bli­che co­se co­sì in­ti­me non la spa­ven­ta­va: «So­no uno di que­gli scrit­to­ri al ser­vi­zio del li­bro, ai let­to­ri pen­so do­po. Cer­to, ho do­vu­to far­lo leg­ge­re a Har­ry, non vo­le­vo ro­vi­na­re un ma­tri­mo­nio».

GLI AR­GO­NAU­TI

di Mag­gie Nel­son (Il Sag­gia­to­re, pagg. 224, ¤ 19; trad. di Fran­ce­sca Cre­scen­ti­ni, esce l’8 set­tem­bre).

NON SO­LO SAG­GI

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