SO­LI­DA­RIE­TÀ NON È UN PO­ST

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eri po­me­rig­gio, in spiag­gia all’om­bra di un so­le in­cer­to, mi so­no im­bat­tu­ta nel­lo sta­tus di una co­no­scen­te su Fa­ce­book. Era l’en­ne­si­mo sta­tus, che chie­de­va di es­se­re co­piain­col­la­to (non con­di­vi­so, per ca­ri­tà), in cui si espri­me­va so­li­da­rie­tà ai ma­la­ti di can­cro e ai lo­ro ca­ri. Cuo­ri­ci­ni e fac­ci­ne com­ple­ta­va­no il tut­to. Sta­vol­ta non so­no an­da­ta sem­pli­ce­men­te avan­ti. No. Ho mes­so giù lo smart­pho­ne e ho toc­ca­to i miei ca­pel­li, non più li­sci co­me pri­ma del­la che­mio. Ho toc­ca­to il mio se­no, an­zi no, la mia pro­te­si per­ché il se­no non c’è più, an­zi no, le mie pro­te­si per­ché ne ho due, una di si­li­co­ne, che la gen­te pen­sa sia bel­la e so­da co­me quel­la del­le mo­del­le ri­fat­te, e una in­fi­la­ta nel co­stu­me, un pez­zo di gom­ma per col­ma­re il vuo­to che il chirurgo non è riu­sci­to a riem­pi­re. Ho guar­da­to i miei fi­gli, ogni gior­no og­get­to del­la mia pau­ra di sco­pri­re una me­ta­sta­si, e no, que­sta vol­ta ve lo de­vo di­re: la so­li­da­rie­tà non si espri­me co­piain­col­lan­do un po­st. So­li­da­rie­tà si espri­me chie­den­do a chi è ma­la­to co­me sta. A chi lo è sta­to se va me­glio, e se si è co­rag­gio­si gli si può an­che chie­de­re se ha (an­co­ra) pau­ra. A chi ha un fi­glio, un ge­ni­to­re, un fra­tel­lo, un ami­co ma­la­to, chie­de­te co­me sta lui in­nan­zi­tut­to, te­ne­te a men­te che lui sof­fre di un do­lo­re tut­to suo e a vol­te per­si­no più gran­de. Non ab­bia­te ti­mo­re a chie­de­re, la­scia­te che vi ri­spon­da, ma­ga­ri gli fa be­ne.

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