PER­CHÉ SI DI­CE «PA­RA»?

E che cos’è la pal­la­re­te? Ma i non uden­ti non par­te­ci­pa­no? Chi è l’atle­ta da bat­te­re? E quan­to gua­da­gna­no? I GIO­CHI PA­RA­LIM­PI­CI stan­no per ini­zia­re e po­chi li co­no­sco­no dav­ve­ro. Que­sti so­no i fat­ti da sa­pe­re

Vanity Fair (Italy) - - Week - Di SIL­VIA NUCINI

Gli an­te­na­ti del­le Paralimpiadi si chia­ma­no Sto­ke Man­de­vil­le Games e li in­ven­ta, nel 1948, il dot­tor Lud­wig Gutt­mann, neu­ro­lo­go dei re­du­ci in­gle­si del­la Se­con­da guer­ra mon­dia­le, con­vin­to so­ste­ni­to­re del­lo sport co­me stru­men­to di ria­bi­li­ta­zio­ne. Per le pri­me ve­re Paralimpiadi bi­so­gna pe­rò aspet­ta­re il 1960 e le Olim­pia­di di Ro­ma. Vi par­te­ci­pa­no 400 atle­ti da tut­to il mon­do e la de­le­ga­zio­ne ita­lia­na è la più nu­me­ro­sa. Gli atle­ti – tut­ti in car­roz­zi­na – ven­go­no al­log­gia­ti in una strut­tu­ra pie­na di bar­rie­re ar­chi­tet­to­ni­che e de­ve es­se­re impiegato l’eser­ci­to per tra­spor­tar­li den­tro e fuo­ri le lo­ro stan­ze. Esi­sto­no an­che le Paralimpiadi in­ver­na­li: le pri­me si so­no svol­te in Sve­zia nel 1976. Il pre­fis­so «pa­ra» non ha nul­la a che fa­re con l’idea del­la pa­ra­ple­gia, si­gni­fi­ca sol­tan­to «ac­can­to», a in­di­ca­re una com­pe­ti­zio­ne spor­ti­va che si tie­ne vi­ci­no – sem­pre do­po – le Olim­pia­di. Gli atle­ti pa­ra­lim­pi­ci pos­so­no ga­reg­gia­re an­che nel­le com­pe­ti­zio­ni de­sti­na­te ai nor­mo­do­ta­ti. Ogni atle­ta è iden­ti­fi­ca­to da una si­gla com­po­sta da 3 ele­men­ti: una let­te­ra che si ri­fe­ri­sce al­lo sport che pra­ti­ca, e due nu­me­ri. Il pri­mo in­di­ca la di­sa­bi­li­tà e il se­con­do sta­bi­li­sce il ti­po di im­pe­di­men­to. Mar­ti­na Cai­ro­ni, 27 an­ni. Ga­reg­gia nei 100 me­tri e nel sal­to in lun­go. Su Va­ni­ty­Fair.it, dal 7 set­tem­bre, le fo­to e le storie di die­ci atle­ti pa­ra­lim­pi­ci ita­lia­ni. Jes­si­ca Long, nuo­ta­tri­ce ame­ri­ca­na am­pu­ta­ta a en­tram­be le gam­be, è sta­ta la più gio­va­ne pa­ra­lim­pi­ca a vin­ce­re l’oro. È suc­ces­so ad Ate­ne, l’oro non era uno, ma tre, e lei ave­va 12 an­ni. La più de­co­ra­ta del­la sto­ria è Tri­scha Zorn: an­che lei ame­ri­ca­na, an­che lei nuo­ta­tri­ce – ca­te­go­ria non ve­den­ti – ha ga­reg­gia­to dal 1980 al 2004 por­tan­do­si a ca­sa 55 me­da­glie di cui 44 d’oro. Le spe­cia­li­tà pa­ra­lim­pi­che a Rio 2016 so­no 23. Per la pri­ma vol­ta ci so­no tria­thlon e ca­noa. Gli atle­ti so­no 4.500 per 175 Pae­si. Gli ita­lia­ni so­no 105 e ga­reg­gia­no in 14 di­sci­pli­ne (di­ret­te su RaiS­port1 e Rai­due). Ci so­no sport che so­no pa­ra­lim­pi­ci ma non olim­pi­ci: le boc­ce e la pal­la­re­te, una spe­cie di pal­la­ma­no per non ve­den­ti e ipo­ve­den­ti. Le me­da­glie pa­ra­lim­pi­che val­go­no cir­ca la me­tà di quel­le olim­pi­che (se per un oro olimpico l’atle­ta ri­ce­ve 150 mi­la eu­ro, per quel­lo pa­ra­lim­pi­co ne ri­ce­ve 75 mi­la), ma di­ver­sa­men­te da quan­to av­vie­ne per i nor­mo­do­ta­ti, so­no cu­mu­la­bi­li.

POR­TA­BAN­DIE­RA

Newspapers in Italian

Newspapers from Italy

© PressReader. All rights reserved.