IN ITA­LIA

Vanity Fair (Italy) - - Punk -

nep­pu­re di ar­ri­va­re co­sì vi­ci­no al­la Ca­sa Bian­ca». E a due me­si scar­si dal­le ele­zio­ni, il ri­schio che Trump ce la fac­cia è rea­le. «Il suo è una sor­ta di “fa­sci­smo azien­da­le”», pro­se­gue Arm­strong. «La co­sa più tri­ste pe­rò è che una par­te del­la so­cie­tà ame­ri­ca­na si ri­flet­te in lui: le persone di­spe­ra­te, quel­le del­la clas­se ope­ra­ia e i più po­ve­ri. Trump dà a lo­ro un ne­mi­co, gio­ca con la car­ta del raz­zi­smo, di­pin­ge un mon­do do­ve il ma­le è rap­pre­sen­ta­to dai mes­si­ca­ni, dai mu­sul­ma­ni che ar­ri­va­no a ru­bar­ci il la­vo­ro, a stu­pra­re i bam­bi­ni, a uc­ci­der­ci, frasi che ab­bia­mo sen­ti­to tut­ti usci­re dal­la sua boc­ca. È que­sta la co­sa che mi rattrista di più, quan­do si pun­ta il di­to sull’uo­mo ne­ro, di­men­ti­can­do­si te­mi vi­ta­li co­me la sa­ni­tà, l’istru­zio­ne, lo sti­pen­dio mi­ni­mo e co­sì via». Te­mi vi­ta­li co­me è vi­ta­le un re­spi­ro. Nel nuo­vo al­bum c’è un bra­no che par­la pro­prio di que­sto, e la men­te non può che cor­re­re al pe­rio­do più buio del­la sua vi­ta, quel­lo del­la cli­ni­ca di di­sin­tos­si­ca­zio­ne: «Still Brea­thing par­la di so­prav­vi­ven­za, che per me è sta­ta l’espe­rien­za di in­vec­chia­re, di­ven­ta­re so­brio. Par­la di quel sen­so di vo­ler­si sal­va­re, dall’avan­za­re de­gli an­ni o da qual­co­sa di più spe­ci­fi­co, che si trat­ti di dro­ga o di stress post­trau­ma­ti­co co­me ac­ca­de ai ve­te­ra­ni di guer­ra. A vol­te, il so­lo fat­to di re­spi­ra­re è suf­fi­cien­te». Pri­ma di sa­lu­tar­ci, Bil­lie Joe Arm­strong vuo­le ras­si­cu­ra­re tut­ti co­lo­ro che te­mo­no che Re­vo­lu­tion Ra­dio pos­sa es­se­re l’ul­ti­mo gran­de al­bum del­la band. «Oh no, i Green Day non mol­le­ran­no mai. Fa­re­mo mu­si­ca fin­ché sa­re­mo in vi­ta, fa­cen­do tour e di­ver­ten­do­ci il più pos­si­bi­le». Co­me da trent’an­ni a que­sta par­te, co­me sem­pre. La co­ver di Re­vo­lu­tion Ra­dio dei Green Day. Il lo­ro tour eu­ro­peo si apre in Ita­lia con quat­tro da­te a gen­na­io: il 10 a To­ri­no, l’11 a Fi­ren­ze, il 13 a Bo­lo­gna e il 14 a Mi­la­no.

ndr). Dall’al­tra par­te, c’è un al­tro ti­po d’ideo­lo­gia, che si trat­ti di Isis o di qual­che al­tra paz­zia. Cer­co di con­si­de­ra­re en­tram­bi gli aspet­ti e di met­ter­li in­sie­me, è il nar­ci­si­smo del­la no­stra cul­tu­ra. Ora con i so­cial me­dia co­sì fuo­ri con­trol­lo, di ca­si ne ve­dia­mo sem­pre più. Ed è in­cre­di­bi­le il fat­to che nessuno ri­du­ca le di­stan­ze, per esem­pio, tra la po­li­zia che uc­ci­de giovani ne­ri e la stes­sa co­mu­ni­tà afroa­me­ri­ca­na, se non quan­do so­no i po­li­ziot­ti a es­se­re uc­ci­si, com’è ac­ca­du­to di re­cen­te a Dal­las». I bra­ni di Re­vo­lu­tion Ra­dio so­no sta­ti scrit­ti ben pri­ma che Do­nald Trump si can­di­das­se al­la pre­si­den­za de­gli Sta­ti Uni­ti. Per que­sto l’al­bum, di un’at­tua­li­tà di­sar­man­te, pa­re sia riu­sci­to a pre­ve­de­re il fu­tu­ro. «Cre­do che Trump sia Ronald McDo­nald (la ma­scot­te-pa­gliac­cio del­la fa­mo­sa ca­te­na di fa­st food,

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