AMI­CO DI MIO FI­GLIO? MAI

So­lo lui non era su Fa­ce­book. Poi, il re­gi­sta BRANT PINVIDIC ha ap­pro­fon­di­to il per­ché del ri­fiu­to, i pre­con­cet­ti so­no ca­du­ti e ne è na­to un do­cu­men­ta­rio. Me­ri­to del suo pri­mo­ge­ni­to

Vanity Fair (Italy) - - Week - Di FER­DI­NAN­DO CO­TU­GNO

Brant Pinvidic è un pro­dut­to­re Tv e re­gi­sta ame­ri­ca­no che fi­no a un pa­io di an­ni fa ave­va un’av­ver­sio­ne per Fa­ce­book mai mes­sa in di­scus­sio­ne. Poi è ar­ri­va­to il gior­no in cui il più gran­de dei suoi tre fi­gli gli ha chie­sto il per­mes­so di iscri­ver­si. Da quel mo­men­to è co­min­cia­ta la ca­te­na di pen­sie­ri e ri­cer­che che lo ha spin­to a gi­ra­re Why I’m Not On Fa­ce­book, che po­tre­te ve­de­re al Fe­sti­val in­ter­na­zio­na­le del do­cu­men­ta­rio Vi­sio­ni dal mon­do - Im­ma­gi­ni dal­la real­tà (dal 5 al 9 ot­to­bre a Mi­la­no, in­fo: www. vi­sio­ni­dal­mon­do.it). Vi­sto il ti­to­lo («Per­ché non so­no su Fa­ce­book»), po­treb­be sem­bra­re un elen­co di mo­ti­vi per sta­re lon­ta­ni dal so­cial net­work, in­ve­ce fi­ni­sce con l’es­se­re l’esat­to con­tra­rio. Pinvidic ha pri­ma pro­va­to a rin­trac­cia­re Mark Zuc­ker­berg per far­si gui­da­re nel so­cial net­work dal suo fon­da­to­re, che pe­rò si è ne­ga­to. Al­lo­ra, per spor­car­si le ma­ni si è crea­to un’iden­ti­tà fit­ti­zia (ta­le Ste­ve Steel), che gli ha per­mes­so di smon­ta­re dub­bi e luo­ghi co­mu­ni e al­la qua­le si è af­fe­zio­na­to co­sì tan­to che è an­co­ra at­ti­va ed è di­ven­ta­ta di fat­to la sua (potete an­che ag­giun­ger­lo, se vo­le­te), con tan­to di fo­to del­la sua vi­ta ve­ra e di suo fi­glio (che in­tan­to ha avu­to il per­mes­so di iscri­ver­si). Dun­que al­la fi­ne lei è usci­to scon­fit­to e Fa­ce­book vin­ci­to­re? «La ve­ri­tà è che mi pia­ce­va es­se­re quel­lo ori­gi­na­le, l’uni­co del mio grup­po di ami­ci a non ave­re Fa­ce­book. Le domande di mio fi­glio mi han­no spin­to a es­se­re onesto, per­ché con­ti­nua­vo a cer­ca­re la­ti ne­ga­ti­vi da mo­strar­gli e con­ti­nua­vo a tro­var­ne di po­si­ti­vi. Per esem­pio, tan­ta gen­te per­de il la­vo­ro a cau­sa di idio­zie scrit­te su Fa­ce­book, ma non si par­la mai di quan­ti trovano un la­vo­ro o un im­pie­go gra­zie a Fa­ce­book. Co­sì so­no an­da­to a fon­do al­le al­tre mo­ti­va­zio­ni, che mi sem­bra­va­no pro­fon­de e in­ve­ce era­no superficiali». Co­me per esem­pio l’ossessione per la pri­va­cy? «Esat­to. Al­la fi­ne ho scoperto che era fa­ci­lis­si­mo sco­pri­re in­for­ma­zio­ni per­so­na­li su di me an­che se non ero su Fa­ce­book. Vent’an­ni fa c’era­no il no­stro nu­me­ro e in­di­riz­zo di ca­sa sull’elen­co del te­le­fo­no e nes­su­no si po­ne­va il pro­ble­ma del­la pri­va­cy, ep­pu­re chiun­que po­te­va ar­ri­va­re in cit­tà, rin­trac­ciar­ti e bus­sa­re a ca­sa tua». Qual è il suo bi­lan­cio fi­na­le do­po que­sta esplo­ra­zio­ne? «Co­me usi Fa­ce­book ri­flet­te il mo­do in cui sei fat­to, il tuo nar­ci­si­smo o le tue in­si­cu­rez­ze. La gen­te vuo­le sen­tir­si im­por­tan­te, ave­re la sen­sa­zio­ne che quel­lo che di­ce è ri­le­van­te. È per que­sto che non c’è e cre­do non ci sa­rà mai il pul­san­te: “Non mi pia­ce”. Fa­ce­book sta lì a riem­pi­re il bi­so­gno di ap­pro­va­zio­ne». Il film na­sce per un dub­bio da ge­ni­to­re, Fa­ce­book sì o no per i fi­gli. Re­spon­so? «Ne­gan­do la real­tà si smet­te di vi­ve­re. I so­cial me­dia esi­sto­no, bi­so­gna far­ci i con­ti, e quan­do suc­ce­de qual­co­sa di brut­to o di sba­glia­to, non bi­so­gna di­re: è col­pa dei so­cial. No, la col­pa è di co­me li usa­no le per­so­ne, del­la lo­ro pre­pa­ra­zio­ne e del­la lo­ro edu­ca­zio­ne. Se mio fi­glio fi­nis­se nei guai per aver det­to una co­sa raz­zi­sta su Fa­ce­book, non sa­reb­be col­pa di Fa­ce­book ma di co­me è sta­to cre­sciu­to». Ci so­no del­le re­go­le che vuo­le con­di­vi­de­re? «Ac­com­pa­gnar­li a que­sta fa­se del­la vi­ta in cui sa­ran­no co­sì spes­so con­nes­si è co­me por­tar­li in au­to a una fe­sta. Gli in­se­gni le re­go­le, gli fai ca­pi­re co­me ri­co­no­sce­re i pe­ri­co­li, poi spe­ri che va­da tut­to be­ne. Ma non puoi, per ri­ma­ne­re nel­la me­ta­fo­ra, an­da­re al­la fe­sta con lo­ro». Il re­gi­sta Brant Pinvidic in una sce­na del suo do­cu­men­ta­rio Why I’m Not On Fa­ce­book, in cui cer­ca «con al­tri mez­zi» di co­no­sce­re l’at­tri­ce Ka­thy Grif­fin.

CAR­TEL­LI

Newspapers in Italian

Newspapers from Italy

© PressReader. All rights reserved.