CAM­BIA­RE SI PUÒ

Se Hil­la­ry Clin­ton en­tras­se al­la Ca­sa Bian­ca, ar­ri­ve­reb­be una CHANGEMAKER. Ma c’è chi li sta cer­can­do fuo­ri dal­la po­li­ti­ca

Vanity Fair (Italy) - - Week - Di FER­DI­NAN­DO CO­TU­GNO

ei suoi au­gu­ri a Hil­la­ry Clin­ton per il lo­ro an­ni­ver­sa­rio di noz­ze, e, a lu­glio, al­la con­ven­tion de­mo­cra­ti­ca, suo ma­ri­to Bill l’ha de­scrit­ta co­me «changemaker». È una pa­ro­la dif­fi­ci­le da tra­dur­re, ma sem­pre più usa­ta an­che in Ita­lia e non sem­pre le­ga­ta al­la po­li­ti­ca. La pros­si­ma ge­ne­ra­zio­ne dei «por­ta­to­ri di cam­bia­men­to» ver­rà dal mon­do dell’im­pre­sa: ne è con­vin­to Ales­san­dro Va­le­ra, di­ret­to­re di Asho­ka Ita­lia, che da due an­ni rin­trac­cia e fi­nan­zia i «changemaker» ita­lia­ni. Asho­ka è un’as­so­cia­zio­ne na­ta nel 1980 con l’idea che mi­glio­ra­re il mon­do sia (an­che) una pro­fes­sio­ne e sa­ran­no gli im­pren­di­to­ri a far­lo. Tra­mi­te do­na­zio­ni pri­va­te, fi­nan­zia pro­get­ti e star­tup in 89 Pae­si, dal 2014 an­che in Ita­lia (Asho­ka sa­rà pro­ta­go­ni­sta al TEDx di Bo­lo­gna del 22 ottobre, de­di­ca­to al te­ma del­la Tran­si­zio­ne).

NC­hi è un «changemaker»? «Un uo­mo o una don­na che svi­lup­pa nuo­ve so­lu­zio­ni, idee di­rom­pen­ti, per pro­vo­ca­re un cam­bia­men­to su lar­ga sca­la». Sì, ma con­cre­ta­men­te? «La pren­do al­la lon­ta­na, poi ca­pi­rà il pun­to. Ka­te Shep­pard fu la pri­ma don­na a bat­ter­si per il suf­fra­gio uni­ver­sa­le, che fu adot­ta­to nel­la sua Nuo­va Ze­lan­da nel 1893, do­po tre ge­ne­ra­zio­ni era glo­ba­le. Nel 1970 due ra­gaz­zi del Min­ne­so­ta chie­se­ro di spo­sar­si, li pre­se­ro per paz­zi, ne­gli ul­ti­mi die­ci an­ni due mi­liar­di di per­so­ne han­no cam­bia­to idea sul te­ma, il più ve­lo­ce mu­ta­men­to di opi­nio­ne nel­la sto­ria dell’uma­ni­tà». I cam­bia­men­ti di­ven­ta­no sem­pre più ra­pi­di. «Ec­co il pun­to. Og­gi, in un mon­do iper­con­nes­so, la ve­lo­ci­tà dà un’op­por­tu­ni­tà mai avu­ta nel­la sto­ria: ri­sol­ve­re i pro­ble­mi nel gi­ro di po­chis­si­mo tem­po. Per que­sto mo­ti­vo pun­tia­mo a crea­re un mo­vi­men­to di im­pren­di­to­ri so­cia­li». Gli at­ti­vi­sti non van­no più be­ne? Ka­te Shep­pard e i ra­gaz­zi del Min­ne­so­ta lo era­no. «Og­gi ser­vo­no qua­li­tà di­ver­se, quel­le dell’im­pren­di­to­ria, co­me la crea­ti­vi­tà, la ca­pa­ci­tà di pren­der­si dei ri­schi, ap­pli­ca­te pe­rò ai bi­so­gni so­cia­li e non so­lo al pro­fit­to». Mi può fa­re un esem­pio? «Kai­la­sh Sa­tyar­thi, No­bel per la Pa­ce nel 2014, so­ste­nu­to da Asho­ka fin dal 1993. La sua bat­ta­glia era con­tro il la­vo­ro mi­no­ri­le. Che ha af­fron­ta­to con una fon­da­zio­ne che cer­ti­fi­ca­va, e pre­mia­va eco­no­mi­ca­men­te, i tap­pe­ti che non ne fa­ce­va­no uso. Una so­lu­zio­ne di mer­ca­to: ha sfrut­ta­to l’eco­no­mia per un cam­bia­men­to rea­le. Vor­rei tro­va­re un No­bel per la Pa­ce co­sì an­che in Ita­lia». Su chi ave­te pun­ta­to? «Uno dei primi sei pro­get­ti sup­por­ta­ti in Ita­lia è quel­lo di Fran­ce­sca Fe­de­li. Suo fi­glio è sta­to col­pi­to da un ic­tus, co­me due mi­lio­ni di bam­bi­ni nel mon­do. Il pro­get­to di Fran­ce­sca è tra­sfor­ma­re la ria­bi­li­ta­zio­ne dei bam­bi­ni co­me lui in un vi­deo­gio­co, di mo­do che non si ac­cor­ga­no nem­me­no di star fa­cen­do fi­sio­te­ra­pia, ma pen­si­no so­lo a gio­ca­re».

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