Sia­mo tut­ti voyeur»

«Io stes­sa, quan­do fa­ce­vo la pen­do­la­re, spia­vo gli al­tri pas­seg­ge­ri e mi in­ter­ro­ga­vo sul­le lo­ro vi­te:

Vanity Fair (Italy) - - In Carrozza Vanity -

rri­va in un abi­to op­ti­cal ver­de e blu, san­da­li plat­form e lo stes­so sor­ri­so sar­ca­sti­co che la re­se in­di­men­ti­ca­bi­le nel ruo­lo di as­si­sten­te di Me­ryl Streep nel Diavolo ve­ste Pra­da. A guar­dar­la in fac­cia sem­bra pas­sa­to un gior­no, e in­ve­ce so­no tra­scor­si die­ci an­ni. «È dif­fi­ci­le ren­de­re Emi­ly più brut­ta», mi rac­con­te­rà poi il re­gi­sta, Ta­te Tay­lor, che si è tro­va­to ad af­fron­ta­re pro­prio que­sta im­pre­sa di­ri­gen­do­la nel ruo­lo di Ra­chel, la pro­ta­go­ni­sta al­co­liz­za­ta del­la Ra­gaz­za del tre­no. «A un cer­to pun­to de­ci­dem­mo che per ogni sce­na avrem­mo scel­to tra quat­tro li­vel­li di ubria­chez­za. Nel pri­mo fa­ce­va­mo av­vam­pa­re le guan­ce di Emi­ly e le met­te­va­mo len­ti a con­tat­to che ar­ros­si­sco­no gli oc­chi. Nel se­con­do li­vel­lo ag­giun­ge­va­mo pro­te­si che le gon­fia­va­no le guan­ce. Nel ter­zo, le pro­te­si di­ven­ta­va­no più gran­di. Nel quar­to au­men­ta­va­mo ul­te­rior­men­te il ros­so­re e il gon­fio­re. Ra­chel non ha sol­di per tin­ger­si i ca­pel­li, che quin­di era­no di un mar­ro­ne spen­to. E gli abi­ti che in­dos­sa so­no in­die­tro di sei sta­gio­ni ri­spet­to a quel­li ora di mo­da». An­che do­po un trat­ta­men­to del ge­ne­re, Emi­ly Blunt rie­sce pe­rò nell’im­pre­sa di ren­de­re ac­cet­ta­bi­le un per­so­nag­gio che sem­bra non fa­re al­tro che pre­ci­pi­ta­re in una spi­ra­le di au­to­di­strut­ti­vi­tà e al­col. Qua­si sem­pre ubria­ca, Ra­chel pren­de un tre­no La ra­gaz­za del tre­no è trat­to dal bestsel­ler in­ter­na­zio­na­le di Pau­la Ha­w­kins (edi­to in Ita­lia da Piem­me). So­pra, la Blunt e Ju­stin The­roux, 45 an­ni, che in­ter­pre­ta l’ex ma­ri­to. pen­do­la­ri per New York, do­ve non ha un la­vo­ro da an­ni, so­lo per spia­re la ca­sa do­ve vi­ve­va con il ma­ri­to Tom, che l’ha la­scia­ta. Tom abi­ta ora con la gio­va­ne mo­glie e una neo­na­ta. L’immagine del­la lo­ro fe­li­ci­tà è tal­men­te do­lo­ro­sa che Ra­chel si fis­sa sulla gio­va­ne cop­pia po­che por­te ac­can­to e si im­ma­gi­na di ave­re tro­va­to la per­fe­zio­ne in Me­gan e Scott, fi­no a quan­do an­che quel­le im­ma­gi­ni da so­gno ven­go­no interrotte da qual­co­sa che lei non rie­sce a de­ci­fra­re, un po’ co­me ac­ca­de nel­la Fi­ne­stra sul cor­ti­le di Hit­ch­cock. I dub­bi sulla pro­pria af­fi­da­bi­li­tà di te­sti­mo­ne au­men­ta­no quan­do Me­gan scom­pa­re e Ra­chel de­ci­de di pre­sen­tar­si a Scott con­vin­ta di ave­re vi­sto qual­co­sa. Trat­to dal bestsel­ler di Pau­la Ha­w­kins, La ra­gaz­za del tre­no ha por­ta­to Emi­ly Blunt a in­ter­pre­ta­re per la pri­ma vol­ta un per­so­nag­gio di cui ave­va «ter­ro­re pu­ro». Non una eroi­na co­me Ri­ta Vra­ta­ski, cui il mon­do ha af­fi­da­to la pro­pria sal­vez­za in Edge of Tomorrow - Sen­za do­ma­ni. Non un’agen­te dell’Fbi con il com­pi­to di fre­na­re il nar­co­traf­fi­co al con­fi­ne col Messico co­me in Si­ca­rio. E cer­ta­men­te non l’angelica Ma­ry Pop­pins che af­fron­te­rà pre­sto, ri­crean­do dal nul­la – sen­za nep­pu­re una can­zo­ne ori­gi­na­le – il per­so­nag­gio por­ta­to al ci­ne­ma da Ju­lie An­drews (che ha da­to la sua ap­pro­va­zio­ne al pro­get­to). No, nel mon­do del­la pen­do­la­re Ra­chel non c’è al­cu­na cer­tez­za. E que­sto ha con­ti­nua­to a tur­ba­re Emi­ly do­po le ri­pre­se, quan­do tor­na­va a ca­sa per oc­cu­par­si as­sie­me al ma­ri­to John Kra­sin­ski di Ha­zel, la figlia na­ta nel feb­bra­io 2014, do­po ave­re ap­pre­so all’ini­zio del­la la­vo­ra­zio­ne del film di es­se­re in­cin­ta di una se­con­da bam­bi­na (Vio­let, che ora ha tre me­si). «Di so­li­to è un buon in­di­ca­to­re: se ho pau­ra, vuol di­re che la par­te rap­pre­sen­ta una sfida da ac­cet­ta­re. Ma Ra­chel è una per­so­na tal­men­te tos­si­ca, emo­ti­va­men­te e fi­si­ca­men­te, che non vuoi re­spi­ra­re trop­po a lun­go la sua stes­sa aria. Quin­di, du­ran­te il lun­go viag­gio in mac­chi­na ver­so ca­sa me­di­ta­vo, e cer­ca­vo di con­cen­trar­mi su pen­sie­ri fe­li­ci. Per for­tu­na ave­re una bam­bi­na che mi aspet­ta­va mi im­pe­di­va di fa­re la me­thod ac­tor: sta­re “in per­so­nag­gio” (co­me pre­ve­de il Me­to­do Sta­ni­sla­v­skij pra­ti­ca­to dall’Ac­tors Stu­dio, ndr) tut­to il tem­po sa­reb­be sta­to ve­ra­men­te trop­po». Che co­sa lÕ­ha spin­ta ad ac­cet­ta­re la par­te, no­no­stan­te tut­to? «Mi at­ti­ra­va che in un ruo­lo co­me que­sto ci fos­se una don­na, per­ché suc­ce­de co­sì ra­ra­men­te in una gran­de pro­du­zio­ne: le don­ne di so­li­to non sba­glia­no, men­tre a Ra­chel è suc­ces­so più vol­te e ora si tro­va iso­la­ta, con una sen­sa­zio­ne di in­com­ple­tez­za che la por­ta a nar­ra­re la sto­ria di cui è pro­ta­go­ni­sta sen­za es­se­re cer­ta di quel­lo che di­ce». Co­me si • pre­pa­ra­ta? «Guar­dan­do do­cu­men­ta­ri e gli epi­so­di del­la se­rie Tv In­ter­ven­tion, che è ba­sa­ta su sto­rie ve­re di per­so­ne af­fet­te da va­rie di­pen­den­ze. Una in par­ti­co­la­re, su una soc­cer mom (le ma­dri ame­ri­ca­ne che pas­sa­no il lo­ro tem­po ad ac­com­pa­gna­re i fi­gli im­pe­gna­ti in at­ti­vi­tà e sport, ndr), di quel­le per­fet­ti­ne che è pre­ci­pi­ta­ta nell’al­co­li­smo a una ve­lo­ci­tà spa­ven­to­sa. È ter­ri­bi­le ve­de­re il po­te­re de­gli ar­ti­gli del­la ma­lat­tia una vol­ta che ti ha cat­tu­ra­to. Ho ca­pi­to lì quan­to fos­se com­pli­ca­to ri­trar­re un’al­co­li­sta: non vuoi che ri­sul­ti co­mi­ca, o ac­co­mo­dan­te co­me que­gli zii che alzano un po’ trop­po il go­mi­to. Vuoi che ti spa­ven­ti». Lo vo­le­va an­che il re­gi­sta? «Sì, al pun­to che all’ini­zio del­le ri­pre­se io e Ta­te ab­bia­mo fat­to un pat­to: per es­se­re ri­spet­to­si ver­so chi sof­fre di al­co­li­smo, non avrem­mo ab­bel­li­to la si­tua­zio­ne ma avrem­mo of­fer­to un ri­trat­to rea­li­sti­co, di una

15 MI­LIO­NI DI CO­PIE

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