I MIEI GE­NI­TO­RI

NON VO­GLIO «AMA­RE» CO­ME

Vanity Fair (Italy) - - Il Postino -

ma vi­ve: eb­be­ne, han­no re­pli­ca­to lo stes­so sche­ma. Con na­tu­ra­lez­za, co­me se non po­tes­se­ro es­ser­ce­ne al­tri, e in ef­fet­ti per lo­ro era co­sì. La con­di­zio­ne dei fi­gli di di­vor­zia­ti è an­co­ra sot­to os­ser­va­zio­ne, in quan­to si trat­ta di un fe­no­me­no re­la­ti­va­men­te gio­va­ne. Ma da quel che ve­do in gi­ro mi sto con­vin­cen­do che sia me­glio cre­sce­re con ge­ni­to­ri se­pa­ra­ti piut­to­sto che con ge­ni­to­ri che li­ti­ga­no di con­ti­nuo. Nel pri­mo ca­so si spe­ri­men­ta più so­li­tu­di­ne, ma an­che più amo­re. Per chi co­me te vi­ve in trin­cea tra due adul­ti che si scan­na­no e uti­liz­za­no i fi­gli co­me am­ba­scia­to­ri o co­me frec­ce da sca­glia­re con­tro l’av­ver­sa­rio, di­ven­ta dif­fi­ci­le im­ma­gi­na­re che lo sta­re in­sie­me pos­sa es­se­re qual­co­sa di di­ver­so da un in­fer­no in cui, esau­ri­ta la pas­sio­ne de­gli ini­zi, due ca­rat­te­ri in­com­pa­ti­bi­li si osti­na­no a ri­ma­ne­re sot­to lo stes­so tet­to per ra­gio­ni va­rie, ag­grap­pan­do­si a quel “be­ne dei fi­gli” a cui in­ve­ce i lo­ro bi­stic­ci pe­ren­ni fan­no so­lo del ma­le. De­vi dun­que ras­se­gnar­ti a una vi­ta in fuga dall’amo­re co­me uni­ca al­ter­na­ti­va a un ma­tri­mo­nio mar­to­ria­to? Non cre­do pro­prio. Ti pro­por­rò un pa­ra­go­ne “vin­ta­ge”. Per­ché un di­sco di vi­ni­le si in­can­ti, non è suf­fi­cien­te che sia ri­ga­to. Mol­to, se non tut­to, di­pen­de dal­la pun­ti­na del gi­ra­di­schi. Una pun­ti­na ben ta­ra­ta pas­se­rà so­pra la ri­ga sen­za fer­mar­si. Im­ma­gi­na di es­se­re un di­sco ri­ga­to e che quel graf­fio sia l’espe­rien­za dei tuoi ge­ni­to­ri, or­mai en­tra­ta in mo­do in­de­le­bi­le nei tuoi sche­mi men­ta­li. Sei ob­bli­ga­ta a ri­pro­por­li co­me un au­to­ma? No. La ri­ga esi­ste e non puoi più can­cel­lar­la. Ma la pun­ti­na del gi­ra­di­schi la de­ci­di tu. Tu puoi rein­di­riz­za­re il tuo cer­vel­lo e il tuo cuo­re. L’im­por­tan­te è non op­por­re re­si­sten­za al­la real­tà, co­me fa chi si ri­fiu­ta di ve­der­la, li­mi­tan­do­si a giu­di­car­la. Os­ser­va i tuoi ge­ni­to­ri. Sen­za giu­di­zio. Os­ser­va­li e ba­sta. Esa­mi­na con di­stac­co le di­na­mi­che ne­fa­ste di quel rap­por­to. Co­sa fa scat­ta­re l’in­co­mu­ni­ca­bi­li­tà, il di­sa­gio, l’in­sof­fe­ren­za re­ci­pro­ca. E un po’ al­la vol­ta co­strui­sci­ti un tuo mo­del­lo di com­por­ta­men­to al­ter­na­ti­vo. In­ve­ce di cer­ca­re un uo­mo di­ver­so da tuo pa­dre, cer­ca di di­ven­ta­re di­ver­sa tu. Co­sì, per la no­ta leg­ge de­gli spec­chi, co­no­sce­rai an­che l’uo­mo di­ver­so. O ma­ga­ri sco­pri­rai di aver­lo già in­con­tra­to. AN­DRÉ DA LOBA

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