ME­DIO­CRE

SO­NO SOL­TAN­TO UNA DON­NA

Vanity Fair (Italy) - - Il Postino - Ca­ro Mas­si­mo,

34 an­ni mi ri­tro­vo a fa­re i con­ti con la mia me­dio­cri­tà, do­po aver nu­tri­to aspet­ta­ti­ve che, col sen­no di poi, mi do­man­do da co­sa fos­se­ro mo­ti­va­te. No­no­stan­te il do­lo­re per la lo­ro se­pa­ra­zio­ne, i miei ge­ni­to­ri mi han­no ama­ta e la­scia­ta li­be­ra di sce­glie­re, an­che quan­do ho ab­ban­do­na­to l’uni­ver­si­tà per un’at­ti­vi­tà im­pren­di­to­ria­le che era il pro­get­to di una vi­ta. Do­po un ini­zio sfol­go­ran­te, la cri­si e la mia ine­spe­rien­za han­no fat­to nau­fra­ga­re il so­gno. Ho sem­pre pen­sa­to: me­glio fal­li­re aven­do­ci pro­va­to che ri­nun­cia­re a prio­ri. Ora pe­rò mi ri­tro­vo a cer­ca­re un la­vo­ro qua­lun­que che mi per­met­ta di so­prav­vi­ve­re, con l’an­go­scia di pas­sa­re il re­sto del­la vi­ta a rim­pian­ge­re ciò che po­te­va es­se­re e non è sta­to. Ho un vuo­to den­tro che mi di­vo­ra. Val­go dav­ve­ro co­sì po­co? Ho avu­to com­pa­gni che mi han­no ama­ta, mai nes­su­no pe­rò mi ha chie­sto di di­ven­ta­re sua mo­glie, o di dar­gli un fi­glio: for­se non so­no ab­ba­stan­za nean­che per quel­lo. E poi, se non rie­sco a ba­da­re a me stes­sa, che co­sa in­se­gne­rei ai fi­gli che for­se mai avrò? La mia non è au­to­com­mi­se­ra­zio­ne, ma la pre­sa di co­scien­za del­la mia enor­me me­dio­cri­tà e la dif­fi­col­tà di ac­cet­tar­mi per quel­lo che so­no. —ELE­NA

Ache fin da pic­co­lo tra­scor­re­va la vi­ta in pe­ren­ne al­ta­le­na tra la di­si­sti­ma di sé e la con­vin­zio­ne di es­se­re sot­to­va­lu­ta­to. Per­si­no men­tre scri­ve­va un ro­man­zo, nel­le se­re pa­ri si sor­pren­de­va a pen­sa­re che le sue pa­ro­le avreb­be­ro cam­bia­to il cor­so dell’uma­ni­tà e in quel­le di­spa­ri che non avreb­be­ro in­te­res­sa­to nes­su­no. Era dun­que a que­sto cam­pio­ne di equi­li­brio men­ta­le che la ra­gaz­za af­fi­da­va il com­pi­to di pre­di­car­le una ri­cet­ta di ri­scos­sa che egli stes­so ave­va raz­zo­la­to a sin­ghioz­zo. Ep­pu­re ogni tan­to suc­ce­de il mi­ra­co­lo, spe­cie con la scrit­tu­ra. Suc­ce­de che due cuo­ri si spec­chi­no l’uno nell’al­tro, ri­flet­ten­do­si le de­bo­lez­ze re­ci­pro­che e tra­sfor­man­do­le in pun­ti di for­za. Per­ciò, ca­ra Ele­na, il tuo po­sti­no ti pren­de ideal­men­te per le spal­le e te le scuo­te con ri­so­lu­ta dol­cez­za. Che tu ci cre­da o no, il pen­sie­ro in­fluen­za le co­se che ac­ca­do­no. Non si trat­ta di una teo­ria New Age su cui spar­ge­re ci­ni­smo pur di non pro­va­re a met­ter­la in pra­ti­ca. Ciò su cui ti con­cen­tri cre­sce. Se edu­chi il tuo cer­vel­lo a for­mu­la­re cer­ti pen­sie­ri, un po’ al­la vol­ta es­si mo­di­fi­che­ran­no la real­tà cir­co­stan­te. Il fi­lo­so­fo Ber­trand Rus­sell di­ce­va: «Gli in­no­cen­ti non sa­pe­va­no che la co­sa era im­pos­si­bi­le. Per que­sto la fe­ce­ro». Gli an­glo­sas­so­ni han­no una con­ce­zio­ne del fal­li­men­to op­po­sta al­la no­stra. Per noi un im­pren­di­to­re che chiu­de un’azien­da o due co­niu­gi che di­strug­go­no un ma­tri­mo­nio so­no dei fal­li­ti. Spo­stia­mo il giu­di­zio dall’og­get­to al sog­get­to. Lo­ro no. Lo­ro pen­sa­no che i fal­li­men­ti esi­sten­zia­li for­ti­fi­chi­no le per­so­ne. Se fal­li­sce so­lo chi ha pro­va­to a riu­sci­re, so­lo chi ha pro­va­to il fal­li­men­to smet­te­rà di aver­ne pau­ra e riu­sci­rà. Le pa­ro­le più bel­le del­la vi­ta ini­zia­no per «ri»: ri­mon­ta, ri­scos­sa, ri­co­min­cia­mo. Tu hai fal­li­to, ma non sei una fal­li­ta. Sei una che sta im­pa­ran­do a vi­ve­re all’uni­ver­si­tà del­la scon­fit­ta, do­ve di so­li­to si tro­va­no gli in­se­gnan­ti mi­glio­ri. Un mio col­le­ga mol­to sag­gio mi di­ce­va sem­pre che le per­so­ne de­si­de­ra­no una vi­ta sen­za scos­so­ni, fa­ci­le e pre­ve­di­bi­le, ma ap­pe­na la rag­giun­go­no si de­pri­mo­no. Per­ché la par­te più pro­fon­da di lo­ro sa che un’esi­sten­za del ge­ne­re non ser­ve a nien­te. AN­DRÉ DA LOBA

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