AVE­RE FI­DU­CIA IN SE STES­SI È UNA FOR­MA DI FOR­ZA»

«ERO UN RA­GAZ­ZO SENSIBILE, PER GLI AL­TRI UN DE­BO­LE. MA NON HO MAI RI­NUN­CIA­TO A QUEL­LO IN CUI CRE­DE­VO.

Vanity Fair (Italy) - - Per Sempre -

om Ford è un bu­giar­do. Un me­ra­vi­glio­so bu­giar­do. Da an­ni so­stie­ne di non fa­re più eser­ci­zio fi­si­co e ha am­mes­so di es­se­re sta­to a lun­go «di­pen­den­te» dal bo­tox, ma so­lo per rac­con­ta­re di aver smes­so. Mi vie­ne in­con­tro in com­ple­to ne­ro e ca­mi­cia bian­ca, gemelli, cra­vat­ta e fer­ma­cra­vat­ta, è tut­to co­sì per­fet­to e su mi­su­ra che sem­bra ce l’ab­bia­no sti­ra­to den­tro. Ha il vi­so lie­ve­men­te ab­bron­za­to (o è uno dei fon­do­tin­ta del­la sua col­le­zio­ne di ma­ke-up per uo­mo? Non sa­prei dir­lo), un pa­io di ru­ghet­te in­tor­no agli oc­chi che lo ren­do­no uma­no. Gli di­co che so­no scon­vol­ta da quan­to ap­pa­ia in for­ma. «Mac­ché, so­no tal­men­te stan­co. So­lo ie­ri ho fat­to 46 in­ter­vi­ste». «Qual è il se­gre­to?», pro­vo a in­si­ste­re. «Di che co­sa? Ho ap­pe­na be­vu­to una taz­za enor­me di caf­fè e in­go­ia­to un ba­rat­to­lo di ca­ra­mel­le Jel­ly Bean. Caf­fei­na e zuc­che­ro mi “ten­go­no in­sie­me”». Non sa che die­ci mi­nu­ti pri­ma, in cor­ri­do­io, ho vi­sto en­tra­re un ca­me­rie­re nel­la sui­te: «L’in­sa­la­ta per Mi­ster Ford». Un me­ra­vi­glio­so bu­giar­do, ap­pun­to. È ve­ro, pe­rò, che Tom Ford si sta sot­to­po­nen­do a un tour de for­ce per la promozione del suo se­con­do film, Ani­ma­li not­tur­ni, che ha pro­dot­to, scrit­to e di­ret­to. In Ita­lia esce il 17 no­vem­bre, do­po un pas­sag­gio ai fe­sti­val di Ve­ne­zia, To­ron­to e Lon­dra. E in mol­ti han­no par­la­to di una pos­si­bi­le can­di­da­tu­ra agli Oscar. Non stu­pi­reb­be vi­sto che una no­mi­na­tion – a Co­lin Fir­th co­me mi­glior at­to­re pro­ta­go­ni­sta – l’ave­va già con­qui­sta­ta nel 2010 con A Sin­gle Man, il suo sor­pren­den­te de­but­to. Al­lo­ra, Ford ave­va 49 an­ni e una car­rie­ra di suc­ces­so tut­ta nel­la mo­da, di­ret­to­re crea­ti­vo per Guc­ci e Yves Saint Lau­rent e poi nel 2006 il lan­cio del suo mar­chio. Ma di­se­gna­re abi­ti evi­den­te­men­te non ba­sta­va a rac­con­ta­re la sua vi­sio­ne del mon­do. Che tra­spa­re in mo­do an­co­ra più evi­den­te in Ani­ma­li not­tur­ni, un film asciut­to e com­ples­so al tem­po stes­so, che met­te in guar­dia sul­le con­se­guen­ze cui an­dia­mo in­con­tro tra­den­do noi stes­si e chi ci ama. Una sto­ria «bru­ta­le» la de­fi­ni­sce lui. Con un fi­na­le che non pos­sia­mo sve­la­re, ma che Ford con­si­de­ra in un cer­to sen­so po­si­ti­vo: «Può sem­bra­re tri­ste ma non lo è. Il cam­bia­men­to spes­so im­pli­ca do­lo­re». Nel ca­st, tra gli al­tri, Amy Adams, gal­le­ri­sta di suc­ces­so ma in­fe­li­ce, Ja­ke Gyl­le­n­haal, il suo pri­mo ma­ri­to, scrit­to­re, Aa­ron Tay­lor-John­son nel ruo­lo del cat­ti­vo, e Mi­chael Shan­non in quel­lo del­lo sce­rif­fo che gli dà la cac­cia. Quan­do gli di­co di aver ama­to il suo film, mi ri­spon­de con un gra­zie pie­no di sod­di­sfa­zio­ne. Le fa più pia­ce­re ri­ce­ve­re com­pli­men­ti per il suo la­vo­ro di sti­li­sta o co­me re­gi­sta? «La mo­da mi pia­ce, ma un film rie­sce a par­la­re al­le per­so­ne in un al­tro mo­do, più pro­fon­do. Quel­lo che mi at­trae del ci­ne­ma è che du­ra per sem­pre. Puoi guar­da­re un vec­chio film e far­ti as­sor­bi­re im­me­dia­ta­men­te dal­la sto­ria, com­muo­ver­ti e pian­ge­re. Gli at­to­ri, il re­gi­sta, lo sce­neg­gia­to­re so­no tut­ti mor­ti, ep­pu­re in quel mo­men­to ri­vi­vo­no, ti tra­smet­to­no sen­sa­zio­ni ed emozioni. Men­tre per gli abi­ti co­me fun­zio­na? La pri­ma vol­ta che ve­di qual­cu­no che ne in­dos­sa uno nuo­vo, fresco, pen­si: “Fan­ta­sti­co”. Ma poi, qual­che an­no do­po, lo ri­ve­di in un mu­seo. È an­co­ra bel­lo ma non ti col­pi­sce più con la stes­sa for­za». Quan­do ha co­min­cia­to a pen­sa­re di di­ri­ge­re un film? «Nel­la me­tà de­gli an­ni No­van­ta, quan­do la­vo­ra­vo an­co­ra da Guc­ci, ma è sta­to nel 2004, quan­do me ne so­no an­da­to, che mi so­no det­to: “Se dav­ve­ro lo de­si­de­ri, de­vi far­lo ades­so”. Ho ini­zia­to a cer­ca­re un’idea, a ra­gio­na­re su quel­lo che avrei vo­lu­to espri­me­re. Non è sta­to fa­ci­le. A un cer­to pun­to so­no an­da­to nel pa­ni­co. Ba­sta­no po­chi an­ni fuo­ri dal mon­do del­la mo­da e tut­ti si di­men­ti­ca­no di te, e poi io non vo­le­vo uscir­ne del tut­to. Co­sì ho ri­pre­so. E non me ne pen­to. Mi ha per­mes­so di met­te­re in­sie­me i sol­di per fi­nan­zia­re il mio pri­mo film». Quan­do uscì A Sin­gle Man dis­se che si trat­ta­va di un film mol­to per­so­na­le. Sba­glio o que­sto lo è an­co­ra di più? «Il per­so­nag­gio in­ter­pre­ta­to da Ja­ke Gyl­le­n­haal di­ce: “Le per­so­ne non scri­vo­no di al­tro se non di lo­ro stes­se”. Non è una que­stio­ne di ego­cen­tri­smo. Ogni ar­ti­sta espri­me il pro­prio pun­to di vi­sta sul­la vi­ta». E Ani­ma­li not­tur­ni è in par­te am­bien­ta­to in Te­xas, do­ve lei è na­to e do­ve ha vis­su­to fi­no a 11 an­ni. «Da ra­gaz­zo ero co­me Ja­ke nel film: non ero for­te, fi­si­ca­men­te im­po­nen­te, non sa­pe­vo co­me usa­re una pi­sto­la. Ne­gli an­ni Set­tan­ta il con­cet­to di ma­sco­li­ni­tà in Te­xas e, in ge­ne­ra­le, in Ame­ri­ca, era mol­to di­ver­so da quel­lo eu­ro­peo. Ero un ra­gaz­zo sensibile – mi pia­ce­va scrivere, di­pin­ge­re –, il ti­po che gli al­tri con­si­de­ra­va­no un de­bo­le. Ma non ho ab­ban­do­na­to ciò in cui cre­de­vo. Ave­re fi­du­cia in se stes­si è una for­ma di­ver­sa di for­za. Dall’al­tro la­to, pe­rò, mi ri­co­no­sco an­che nel per­so­nag­gio di Amy, una don­na che vi­ve in un mon­do estre­ma­men­te ma­te­ria­li­sti­co e che, a un cer­to pun­to, si ren­de con­to che no­no­stan­te ab­bia tut­to non è fe­li­ce». Il de­na­ro, il suc­ces­so non dan­no la fe­li­ci­tà. Lo pen­sa­no so­prat­tut­to quel­li che ce l’han­no. «Non di­co che non ap­prez­zi la ric­chez­za e tut­to ciò che com­por­ta, ma cre­do di aver tro­va­to un buon equi­li­brio. Le co­se dav­ve­ro im­por­tan­ti nel­la mia vi­ta non han­no nien­te a che fa­re con il de­na­ro: so­no Ri­chard, mio ma­ri­to, Jack, no­stro fi­glio (Ri­chard Buc­kley, suo com­pa­gno dal 1986. Si so­no spo­sa­ti nel 2014, han­no un bam­bi­no di 4 an­ni, Ale­xan­der John, det­to Jack, na­to da una ma­dre sur­ro­ga­ta, ndr), i miei ami­ci. Il

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