Ci vor­reb­be un ami­co (ma­schio)

Esce il pri­mo ro­man­zo di Pao­lo Co­gnet­ti che par­la di uo­mi­ni e mon­ta­gna. E con­qui­sta il mon­do

Vanity Fair (Italy) - - Carpe Diem - Di LAU­RA PEZZINO

bbia­mo tut­ti un’uni­ca sto­ria da rac­con­ta­re», ha scrit­to Eli­za­be­th Strout. Do­po i rac­con­ti (suo pri­mo amo­re, che gli val­se­ro il pa­ten­ti­no di scrit­to­re) So­fia si ve­ste sem­pre di ne­ro (die­ci sto­rie su un per­so­nag­gio), Il ra­gaz­zo sel­va­ti­co (cro­na­che di mon­ta­gna), al­cu­ni sag­gi e la cu­ra­te­la di un’an­to­lo­gia su New York, Pao­lo Co­gnet­ti quel­la sto­ria l’ha fi­nal­men­te scrit­ta. Le ot­to mon­ta­gne è un ro­man­zo an­ti­co, un clas­si­co. Pie­tro in­con­tra Bru­no, en­tram­bi do­di­cen­ni, su un pra­to al­pi­no. Di­ven­ta­no ami­ci co­me fan­no i bam­bi­ni, cre­den­do­si re di ca­se ab­ban­do­na­te. Pas­sa il tem­po: Pie­tro gi­ra il mon­do, Bru­no re­sta do­ve è, e si ve­do­no so­lo d’esta­te. Pas­sa il tem­po: il pa­dre di Pie­tro, che lo è an­che un po’ per Bru­no, muore. E poi, e poi. Le ot­to mon­ta­gne è una gran­de sto­ria sull’ami­ci­zia e su co­sa si­gni­fi­ca di­ven­ta­re uo­mi­ni. Den­tro ci so­no Jack Lon­don, Mark Twain, Er­ne­st He­ming­way e la lo­ro «scrit­tu­ra di pae­sag­gio» («che si op­po­ne a quel­la di in­ter­ni, più fem­mi­ni­le», di­ce l’au­to­re): tut­ti uo­mi­ni fat­ti, con bar­ba e baf­fo­ni, ma­schi al­fa.

AAn­ni fa si era de­fi­ni­to «una scrit­tri­ce con la bar­ba» per­ché scri­ve­va so­prat­tut­to di per­so­nag­gi fem­mi­ni­li. Che co­sa è cam­bia­to? «Cer­ca­vo di sfug­gi­re al noc­cio­lo del­la que­stio­ne. In­ve­ce di par­la­re di me, era più fa­ci­le par­la­re del­le per­so­ne che co­no­sce­vo. Ma il te­ma del ma­schi­le, dell’ami­ci­zia tra ma­schi, sal­ta­va sem­pre fuo­ri. Ho fat­to un sac­co di au­toa­na­li­si. Sa­pe­vo che non avrei par­la­to di un rap­por­to fon­da­to sul­le pa­ro­le». È co­sì che suc­ce­de tra ma­schi. «Esat­to. Al po­sto del­le pa­ro­le, vo­le­vo un al­tro ele­men­to for­te: la mon­ta­gna. Non è una sem­pli­ce cor­ni­ce, ma il tra­mi­te per cui la lo­ro ami­ci­zia di­ven­ta rea­le». Sem­bra una sto­ria che aspet­ta­va da tem­po di es­se­re scrit­ta. «Sì, per­ché par­te dal rap­por­to con mio pa­dre e con l’ami­co che ho in mon­ta­gna. Lui ha 12 an­ni più di me e pur­trop­po non sia­mo cre­sciu­ti in­sie­me. Co­me quan­do in­con­tri un amo­re e pen­si a quan­to sa­reb­be sta­to bel­lo in­na­mo­rar­si a vent’an­ni». Il li­bro è sud­di­vi­so in tre par­ti e se­gue le tap­pe del­la for­ma­zio­ne dei pro­ta­go­ni­sti. Qual è sta­ta la più dif­fi­ci­le? «La pri­ma, fa­re par­la­re i ra­gaz­zi­ni. Non ri­cor­da­vo co­me si par­la a quell’età. Tut­to il bel­lo dei dia­lo­ghi de­gli adul­ti, l’iro­nia, il non det­to, le al­lu­sio­ni non esi­sto­no: lo­ro di­co­no esat­ta­men­te ciò che pen­sa­no». Il li­bro ha spo­po­la­to al­la Fie­ra di Fran­co­for­te as­sie­me al­la So­stan­za del ma­le di D’An­drea, sem­pre am­bien­ta­to sul­le Al­pi. Coin­ci­den­za? «Non cre­do. Do­po l’usci­ta del Ra­gaz­zo sel­va­ti­co, ho sco­per­to che c’è un for­tis­si­mo de­si­de­rio di fu­ga dal­la cit­tà, di tro­va­re un al­tro mo­del­lo di vi­ta. E ho in­con­tra­to mol­tis­si­mi ra­gaz­zi che han­no ama­to il film In­to the Wild, che è an­che uno dei miei pun­ti di ri­fe­ri­men­to». Stan­no uscen­do mol­ti li­bri che par­la­no di ami­ci­zia. «Di quel­la ma­schi­le si par­la po­co in let­te­ra­tu­ra. Tra i miei mo­del­li c’era il rac­con­to Gen­te del Wyo­ming di Prou­lx, di­ven­ta­to I segreti di Bro­ke­back Moun­tain al ci­ne­ma. Tut­ti ne par­la­no co­me di un amo­re omo­ses­sua­le, ma in fon­do è la sto­ria di una re­la­zio­ne mol­to for­te tra due uo­mi­ni. Se Bru­no e Pie­tro fos­se­ro sta­ti aman­ti, non sa­reb­be cam­bia­to nul­la. Do­po l’ado­le­scen­za, mol­ti uo­mi­ni non han­no più un gran­de ami­co. Per­ché? Io cre­do che sia un ri­nun­cia­re a quel mon­do di in­ti­mi­tà vi­ri­le». La mon­ta­gna ha for­ma­to an­che lei? «La te­na­cia che ser­ve a fa­re lo scrit­to­re mi vie­ne dall’es­ser­ci an­da­to con mio pa­dre. Mi ri­cor­do che a 11 an­ni ar­ri­va­vo ai 4.000 me­tri vo­mi­tan­do sul ghiac­cia­io». E per­ché an­da­va avan­ti? «Per­ché ve­ni­vo por­ta­to da una per­so­na che non pen­sa­va si do­ves­se tor­na­re in­die­tro».

Newspapers in Italian

Newspapers from Italy

© PressReader. All rights reserved.