UN PEZZETTINO DEL­LA RA­GAZ­ZA

Vanity Fair (Italy) - - #vanitysocial -

è una ra­gaz­za in­cin­ta. Non una ra­gaz­zi­na: sa co­me si fan­no i fi­gli, ne ha già uno ed è con­ten­ta co­sì. Pe­rò è ca­pi­ta­to: si può di­re che è ca­pi­ta­to? For­se no, sia­mo nel ter­zo mil­len­nio. Quin­di si sen­te stu­pi­da, e spa­ven­ta­ta. Dall’al­tra par­te dell’Ita­lia, per­ché è in va­can­za, chia­ma il suo me­di­co, in una ric­ca cit­ta­di­na del Nord. Non vuo­le in­ter­rom­pe­re la va­can­za per­ché non ha il co­rag­gio di di­re a sua ma­dre che ha avu­to un «in­ci­den­te», ma sa che c’è po­co tem­po. Si sen­te in col­pa, pe­rò è con­vin­ta che la de­ci­sio­ne che ha pre­so sia quel­la giu­sta. Il me­di­co, che è una don­na e non è un obiet­to­re, le dà ap­pun­ta­men­to. Al­la vi­si­ta, in ospe­da­le pub­bli­co, c’è so­lo una do­man­da: «Sei si­cu­ra?». La ra­gaz­za è si­cu­ra, il me­di­co non si la­scia sfug­gi­re com­men­ti, ma nean­che pa­ro­le di con­for­to: è pro­fes­sio­na­le. In­ter­vie­ne un’al­tra gi­ne­co­lo­ga più gio­va­ne, e il to­no qua­si co­spi­ra­to­rio del­la lo­ro con­ver­sa­zio­ne è il se­gna­le che quel­lo che sta per suc­ce­de­re non è pre­scri­ve­re un’aspi­ri­na, pe­rò fan­no il lo­ro la­vo­ro, ga­ran­ten­do un ser­vi­zio tu­te­la­to per leg­ge nel no­stro Pae­se. Non ser­ve il sen­so di col­pa, ser­ve la pri­va­cy e ser­ve un bli­ster con un’uni­ca pil­lo­la che la ra­gaz­za pren­de da so­la se­du­ta al bar dell’ospe­da­le, sen­za che nes­su­no la guardi ma con la sen­sa­zio­ne che tut­ti la stia­no fis­san­do. Al se­con­do ap­pun­ta­men­to, due gior­ni do­po, la gi­ne­co­lo­ga più gio­va­ne la por­ta in un’au­la non af­fol­la­ta del re­par­to, di fian­co al cen­tro per l’al­lat­ta­men­to (iro­nia del­la sor­te), estrae al­tre due pil­lo­le dal­la ta­sca del ca­mi­ce e glie­le pas­sa co­me si fa con le do­si di dro­ga nei par­chi. Nul­la di le­gal­men­te sba­glia­to, ma il giu­di­zio mo­ra­le è un’al­tra co­sa. C’è sta­ta un’on­da­ta di par­ti ne­gli ul­ti­mi tur­ni e tut­ti i let­ti so­no oc­cu­pa­ti da neo­mam­me e neo­na­ti, pa­pà, non­ni, fra­tel­li­ni e fio­ri. Quin­di c’è so­lo una se­dia di pla­sti­ca in cui aspet­ta­re tre ore per es­se­re cer­ti che tut­to va­da be­ne, e il ba­gno pub­bli­co del re­par­to per l’emor­ra­gia. Che ar­ri­va do­po 20 mi­nu­ti, se­gui­ta da al­tri 170 sul­la se­dia, con la gio­va­ne dot­to­res­sa che pas­sa un pa­io di vol­te per scu­sar­si del di­sa­gio e dir­le che, se i do­lo­ri di­ven­ta­no trop­po for­ti, pos­so­no far­le una fle­bo di an­ti­do­lo­ri­fi­co in uno de­gli am­bu­la­to­ri. Al­la fi­ne le fa un’eco­gra­fia che con­fer­ma il buon esi­to: «È di per sé una brut­ta espe­rien­za, al­me­no fi­si­ca­men­te non sei sta­ta ma­le». Un pezzettino del­la ra­gaz­za non tor­ne­rà mai più. L.

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