Na­po­li come Alep­po

Un uf­fi­cia­le in­gle­se rac­con­ta la sua «Na­ples» nel 1944. Il film di FRAN­CE­SCO PATIERNO ci por­ta in­die­tro nel tem­po. Ma an­che in Si­ria

Vanity Fair (Italy) - - Carpe Diem - Di FERDINANDO COTUGNO

l pri­mo film del re­gi­sta Fran­ce­sco Patierno, Pa­ter Fa­mi­lias (2003), era una sto­ria di cri­mi­na­li­tà par­te­no­pea bru­ta­le e cru­da quan­to le due sta­gio­ni di Go­mor­ra, la se­rie Tv. Do­po aver gi­ra­to lon­ta­no da Na­po­li, Patierno è tor­na­to nel­la sua cit­tà con un viag­gio in­die­tro nel tem­po. Na­ples ’44 è trat­to dall’omo­ni­mo me­moir di guer­ra dell’in­gle­se Nor­man Lewis, uf­fi­cia­le du­ran­te lo sbar­co del­le trup­pe al­lea­te. Il film me­sco­la fiction e ri­pre­se di og­gi al­le im­ma­gi­ni di re­per­to­rio e di al­tre pel­li­co­le, con lo sfon­do del­la nar­ra­zio­ne di Lewis, af­fi­da­ta al­le vo­ci di Be­ne­dict Cum­ber­bat­ch e in ita­lia­no di Adria­no Gian­ni­ni. Do­po es­se­re pas­sa­to al­la Fe­sta del ci­ne­ma di Ro­ma, esce in sa­la il 1° di­cem­bre (poi sa­rà tra­smes­so da Sky). Come na­sce la vo­glia di rac­con­ta­re que­sta sto­ria? «Ero a pran­zo con mio pa­dre, a un cer­to pun­to si è mes­so a par­la­re del­la guer­ra, di un bom­bar­da­men­to nel qua­le mo­ri­ro­no 300 per­so­ne e dal qua­le si sal­vò per­ché era dal­la par­te giu­sta del mar­cia­pie­de. Mi ha con­si­glia­to il li­bro di Lewis. In quel mo­men­to qual­co­sa ha fat­to clic nel­la mia te­sta». E co­sa ci ha tro­va­to, do­po aver­lo let­to? «Lewis, da stra­nie­ro, era riu­sci­to a co­glie­re qual­co­sa di pro­fon­do che da na­po­le­ta­no

Imi ha spiaz­za­to, un’em­pa­tia sen­za pie­ti­smo. Mi com­muo­ve pen­sa­re che chiu­de il suo li­bro di­cen­do: se po­tes­si sce­glie­re in che luo­go del mon­do ri­na­sce­re, sce­glie­rei Na­po­li». Le pia­ce come vie­ne rac­con­ta­ta Na­po­li og­gi, pen­so a Go­mor­ra o L’ami­ca ge­nia­le di Ele­na Fer­ran­te? «Mi piac­cio­no mol­to en­tram­bi, ma pur­trop­po è fa­ci­le con­fon­de­re una cit­tà con la car­to­li­na, op­pu­re la vio­len­za estre­ma. Il na­po­le­ta­no sa che la sua cit­tà non è co­sì, è più com­ples­sa». Le im­ma­gi­ni di Na­ples ’44 sem­bra­no Alep­po og­gi. «È il po­te­re del­le im­ma­gi­ni di re­per­to­rio, i vol­ti del pas­sa­to di­ven­ta­no vol­ti del pre­sen­te, ma l’im­pat­to emo­ti­vo è me­no vio­len­to. Sia­mo ane­ste­tiz­za­ti dal rac­con­to del­le guer­re, ci co­pria­mo gli oc­chi se ve­dia­mo un vi­deo di Alep­po. E io vo­le­vo an­che ri­sve­gliar­ci da que­sta ane­ste­sia». Come è sta­to la­vo­ra­re con una star come Be­ne­dict Cum­ber­bat­ch? «Con uno co­sì ca­pi­sci che si­gni­fi­ca es­se­re at­to­ri di quel li­vel­lo. Ven­go­no pa­ga­ti come star, ma si sen­to­no ar­ti­gia­ni al tuo ser­vi­zio. Lui ha la­vo­ra­to per una ci­fra ri­di­co­la, tra Am­le­to e Doc­tor Stran­ge, ar­ri­va­va pre­pa­ra­tis­si­mo, da so­lo, in me­tro­po­li­ta­na, si por­ta­va il ci­bo da ca­sa. Ha ac­cet­ta­to per­ché è un grande fan di Nor­man Lewis».

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