VIVERE CON ONESTÀ

«I SEGRETI SO­NO PERICOLOSI: È MOL­TO PIÙ FACILE LIBERI DAL­LE MENZOGNE»

Vanity Fair (Italy) - - News - di VALENTINA COLOSIMO fo­to RUVEN AFANADOR

Per­si­no la sua ca­ra amica Ni­co­le Kid­man ha una Vi­ta da stre­ga nel cur­ri­cu­lum. Naomi Watts no. Naomi è, in or­di­ne spar­so, la mam­ma che so­prav­vi­ve a uno tsu­na­mi in The Im­pos­si­ble, è quel­la che per­de ma­ri­to e figli in 21 gram­mi, è la gior­na­li­sta che cer­ca di usci­re dal gio­co mor­ta­le di The Ring, è la don­na che si ri­tro­va in ca­sa un grup­po di psi­co­pa­ti­ci che vo­glio­no ster­mi­nar­le la fa­mi­glia in Fun­ny Ga­mes. E pri­ma di tut­ti que­sti e gli al­tri ruo­li, Naomi è sta­ta l’aspi­ran­te at­tri­ce at­ter­ra­ta a Los An­ge­les che per­de l’in­no­cen­za e vie­ne ri­suc­chia­ta dal mon­do in­quie­tan­te di Mu­lhol­land Dri­ve, il film di Da­vid Lyn­ch del 2001 che le cam­biò la vi­ta per sem­pre. I suoi per­so­nag­gi so­no co­sì, qua­si sem­pre am­mac­ca­ti, con­tor­ti, pre­de di os­ses­sio­ni, di­vi­si, mol­to spes­so in­fe­li­ci. E i re­gi­sti la ado­ra­no per quel­la ela­sti­ci­tà espres­si­va che le per­met­te di ma­neg­gia­re una gam­ma di emo­zio­ni va­stis­si­ma. Una vol­ta Ale­jan­dro Iñár­ri­tu, per lo­da­re que­sto suo ta­len­to, ha det­to che «ha una fac­cia d’an­ge­lo e un at­ti­mo do­po una fac­cia de­mo­nia­ca. È co­me se si to­glies­se uno stra­to do­po l’al­tro dal vi­so». A ri­cor­dar­ci del per­ché Naomi Watts sia con­si­de­ra­ta una del­le mi­glio­ri at­tri­ci del­la sua ge­ne­ra­zio­ne ci so­no og­gi due nuo­ve pro­ve. La pri­ma è in on­da su Sky Atlan­tic e por­ta il leg­gen­da­rio e lyn­cha­no no­me di Twin Peaks, in cui Naomi fa il suo in­gres­so nel quar­to epi­so­dio del­la terza sta­gio­ne con una sce­na me­mo­ra­bi­le: è la mo­glie di Dou­gie, il ter­zo so­sia dell’agen­te Coo­per, e lei rie­sce a tra­sfor­ma­re il to­no ini­zia­le da soap ope­ra in dram­ma. La se­con­da pro­va è una se­rie Tv di Net­flix, Gyp­sy, in cui l’at­tri­ce in­ter­pre­ta una psi­co­te­ra­peu­ta, Jean, che co­min­cia a in­trec­cia­re una re­la­zio­ne pe­ri­co­lo­sa con l’ex fi­dan­za­ta di un suo pa­zien­te e fi­ni­sce in­trap­po­la­ta in una dop­pia vi­ta da cui non rie­sce più a usci­re. La vi­ta ve­ra di Naomi Watts, in­ve­ce, è quel­la di una sin­gle, do­po la fi­ne del le­ga­me con l’at­to­re Liev Schrei­ber lo scor­so set­tem­bre – 11 an­ni in­sie­me e due figli. È la pri­ma vol­ta che è pro­ta­go­ni­sta di una se­rie Tv. Che co­sa l’ha con­vin­ta? «Un gior­no Sam Tay­lor-John­son, la re­gi­sta, mi chie­de di leg­ge­re la sce­neg­gia­tu­ra del pi­lo­ta. “Pro­va­ci, ma tan­to non vor­rai far­lo”, mi di­co­no i miei agen­ti. In­ve­ce mi so­no to­tal­men­te im­mer­sa nel­la sto­ria, che è un mo­ni­to per tut­ti: Jean met­te in pra­ti­ca le fan­ta­sie che po­ten­zial­men­te ab­bia­mo an­che noi. Stia­mo ma­le per lei, ma non siamo lei per for­tu­na». Il suo per­so­nag­gio vi­ve una cri­si di mez­za età che di so­li­to ve­dia­mo ne­gli uo­mi­ni. «Sì, ve­ris­si­mo. Ep­pu­re le don­ne han­no de­si­de­ri e bra­ma­no il po­te­re tan­to quan­to gli uo­mi­ni. So­lo che quan­do le ve­dia­mo in que­sta lu­ce al ci­ne­ma o in Tv, so­no rap­pre­sen­ta­te co­me paz­ze o sgra­de­vo­li. Jean in­ve­ce è un per­so­nag­gio sfac­cet­ta­to e so­no con­ten­ta che og­gi ci sia­no que­sti ruo­li per noi at­tri­ci». Jean è un’in­co­scien­te? «È una don­na che esplo­ra la sua iden­ti­tà e cer­ca di far emer­ge­re par­ti di sé che pri­ma re­pri­me­va, ca­pi­sce che de­ve smet­te­re di con­trol­la­re ogni co­sa del­la sua vi­ta. È la par­te che, da at­tri­ce, mi è pia­ciu­ta di più: la cri­si di iden­ti­tà». Lei ne ha mai avu­te? «Oh sì! Tan­tis­si­me. Da ra­gaz­zi­na, con la

«UN LA­TO OSCURO CE L’AB­BIA­MO TUT­TI. NES­SU­NO PUÒ VIVERE SEM­PRE AL­LA LU­CE DEL SOLE. MI PIACE ESPLORARE IL MARCIO»

mia fa­mi­glia ci spo­sta­va­mo sem­pre, pri­ma in In­ghil­ter­ra e poi in Au­stra­lia, e a ogni tra­slo­co cer­ca­vo di in­se­rir­mi in nuo­vi grup­pi, a scuo­la. E co­sì do­ve­vo con­ti­nua­re a mo­del­lar­mi per adat­tar­mi all’am­bien­te che tro­va­vo». Ci riu­sci­va? «Sì, ero bra­vis­si­ma: ave­vo im­pa­ra­to co­me cam­bia­re per pia­ce­re agli al­tri. Un’abi­li­tà che di cer­to mi era uti­le ma for­se in que­sto pro­ces­so mi so­no di­men­ti­ca­ta chi fos­si dav­ve­ro io. So­no co­se che mi so­no suc­ces­se tan­ti an­ni fa ma so­no an­co­ra lì, den­tro di me, an­che se è du­ra am­met­ter­lo». Le fan­no pau­ra i segreti? «So­no pericolosi. E di fat­to è mol­to più facile vivere con onestà, liberi dal­le menzogne». È pos­si­bi­le in una re­la­zio­ne? «De­vi far­lo. Gyp­sy lo mo­stra be­nis­si­mo: co­min­ci da pic­co­le in­no­cue bu­gie e poi te ne de­vi in­ven­ta­re di più gran­di per co­pri­re le pri­me. E al­la fi­ne tut­to que­sto men­ti­re di­ven­ta un tre­no da cui è dif­fi­ci­le scen­de­re». Nel fal­li­men­to di un ma­tri­mo­nio quan­to pe­sa­no le bu­gie? «Tan­tis­si­mo. An­che per­ché puoi pu­re cer­ca­re di con­trol­la­re l’al­tro, ma non puoi far­lo fi­no in fon­do: è im­pos­si­bi­le. De­vi fi­dar­ti». I suoi per­so­nag­gi han­no sem­pre un la­to oscuro mol­to svi­lup­pa­to. «Lo ab­bia­mo tut­ti, nes­su­no può vivere com­ple­ta­men­te al­la lu­ce del sole. Mi piace en­trar­ci den­tro da at­tri­ce: il marcio è lì, per­ché non esplo­rar­lo?». Non è mai do­lo­ro­so? «Sì, può suc­ce­de­re. Ma è il mio la­vo­ro e a vol­te è una bel­la espe­rien­za che mi ri­ca­ri­ca. An­zi, so­no fe­li­ce di ave­re que­sta pre­sa elet­tri­ca den­tro di me!». Il suo per­so­nag­gio esplo­ra an­che la sua ses­sua­li­tà. È spo­sa­ta con un uo­mo ma si sen­te at­trat­ta da una ra­gaz­za. «È una don­na che ha fat­to del­le scel­te che l’han­no bloc­ca­ta: una fa­mi­glia de­li­zio­sa, un ma­tri­mo­nio de­li­zio­so, una ca­sa de­li­zio­sa nei sob­bor­ghi. Ma a un cer­to pun­to si chie­de: e se vo­les­si di più? Se vo­les­si qual­co­sa di di­ver­so? E pri­ma di fa­re scel­te con­sa­pe­vo­li, si tro­va tra­sci­na­ta in un istan­te in una vi­ta che non ave­va pro­gram­ma­to». An­che in Mu­lhol­land Dri­ve vi­ve­va una sto­ria con un’al­tra don­na. La sce­na di sesso è en­tra­ta nel­la sto­ria del ci­ne­ma. «A di­stan­za di an­ni è una sce­na an­co­ra mol­to bol­len­te. Con Mu­lhol­land Dri­ve, Gyp­sy ha in co­mu­ne il te­ma del dop­pio: per­so­nag­gi che vi­vo­no due vi­te. L’iden­ti­tà è un ar­go­men­to che mi ap­pas­sio­na». Qual è il suo rap­por­to con la psi­co­te­ra­pia? «Pri­ma di co­min­cia­re a gi­ra­re Gyp­sy mi so­no sot­to­po­sta a un po’ di se­du­te di te­ra­pia co­gni­ti­vo-com­por­ta­men­ta­le. E nel­la mia vi­ta ho cam­bia­to tan­ti psi­co­lo­gi». Che co­sa ha im­pa­ra­to? «A ca­pi­re le di­na­mi­che, co­me puoi con­trol­lar­le e im­pa­ra­re a cam­bia­re. O al­me­no ci pro­vo». Lei pra­ti­ca an­che me­di­ta­zio­ne tra­scen­den­ta­le. È sta­to Da­vid Lyn­ch a far­glie­la co­no­sce­re? «Sì, me ne par­lò men­tre gi­ra­va­mo Mu­lhol­land Dri­ve e in quel pe­rio­do co­min­ciai an­ch’io». Ci par­li di Lyn­ch. «Da­vid è fan­ta­sti­co. Il più grande, co­me al­tro pos­so de­fi­nir­lo? Sta­re nel suo mon­do è un’espe­rien­za mol­to spe­cia­le, mi sen­to for­tu­na­ta». Per­ché lui la chia­ma «but­ter­cup», ra­nun­co­lo? «Ah sa­per­lo! Gli è ve­nu­to co­sì, spon­ta­nea­men­te, sul set di Mu­lhol­land Dri­ve. Ne ha in­ven­ta­ti di­ver­si per noi at­to­ri tan­ti an­ni fa e an­co­ra ce li por­tia­mo ad­dos­so. Lau­ra Dern è “tid­bit” (boc­con­ci­no, ndr), Pa­tri­cia Ar­quet­te è “so­lid gold” (oro pu­ro, ndr). Io so­no “ra­nun­co­lo” e lo ado­ro!». Co­me an­dò il pri­mo pro­vi­no con lui? «Non è sta­to un ve­ro pro­vi­no, di­cia­mo che lui si è af­fi­da­to a me. Era un pe­rio­do in cui ero par­ti­co­lar­men­te sfor­tu­na­ta, ve­ni­vo da die­ci an­ni di pes­si­me au­di­zio­ni in cui il di­ret­to­re del ca­sting a ma­la­pe­na mi guar­da­va in fac­cia e al re­gi­sta non ar­ri­va­vo nep­pu­re. Poi ec­co­mi qua con Da­vid, lui che fu­ma le sue si­ga­ret­te e mi chie­de di par­la­re di me, del­la mia gior­na­ta. E so­prat­tut­to mi guar­da dav­ve­ro e mi ca­pi­sce, mi ha fat­to sen­ti­re tal­men­te a mio agio che so­no riu­sci­ta a mo­stra­re la mia ve­ra me. Ab­bia­mo par­la­to 25 mi­nu­ti e fi­ne». I suoi figli han­no vi­sto Mu­lhol­land Dri­ve? «No! Po­tran­no da gran­di. L’uni­co mio film che pos­so­no guar­da­re è King Kong». Qual è sta­ta la par­te più dif­fi­ci­le di quel film? «La sce­na del­la masturbazione». Che co­sa ri­cor­da? «Che non finiva più, per­ché si gi­ra­va su pel­li­co­la e quin­di le ri­pre­se era­no lun­ghis­si­me. Da­vid non vo­le­va che fos­se una sce­na ero­ti­ca, vo­le­va una spe­cie di guer­ra, qual­co­sa di for­te. La mac­chi­na da pre­sa con­ti­nua­va ad an­da­re, io ero fu­rio­sa, gli di­ce­vo “Da­vid, non pos­so far­la, ti pre­go”. Ero co­sì ner­vo­sa che mi fe­ce met­te­re una ten­da tut­ta in­tor­no per na­scon­der­mi dal­la trou­pe. Io continuavo a piangere. E a un cer­to pun­to lui col suo me­ga­fo­no fi­nal­men­te di­ce: “Ok Naomi, va be­ne. Ti vo­glio be­ne, ra­nun­co­lo”».

«LA SCE­NA DEL­LA MASTURBAZIONE DI MU­LHOL­LAND DRI­VE NON FINIVA PIÙ. CONTINUAVO A PIANGERE»

PSICOLOGA E MO­GLIE Naomi Watts con Ky­le Ma­cLa­chlan, 58 an­ni, in Twin Peaks 3, su Sky Atlan­tic. In al­to, una sce­na di Gyp­sy, dal 30 giu­gno su Net­flix.

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