Che ora è

Si dor­me sem­pre me­no, si sal­ta la pau­sa pran­zo. La vi­ta segue rit­mi ac­ce­le­ra­ti, e le gior­na­te ci sfug­go­no tra le di­ta. Quel­lo che man­ca è il tem­po di qua­li­tà, per fa­re quel­lo che si ama. O per go­der­si un mo­men­to di no­ia. Carpe diem

Vanity Fair (Italy) - - Sommario - di Fran­ce­sca Bus­si

Tut­to va ve­lo­ce e il tem­po non ba­sta mai. E se il se­gre­to per «re­cu­pe­ra­re» fos­se an­no­iar­si un po’?

Da bam­bi­ni il tem­po è una bol­la, si di­la­ta nei viag­gi in mac­chi­na che sem­bra­no non ni­re mai, si con­den­sa nel­le at­te­se eter­ne dei com­plean­ni. È so­lo in­tor­no agli ot­to an­ni, di­co­no gli scien­zia­ti, che i no­stri giu­di­zi tem­po­ra­li co­min­cia­no a so­li­di car­si, e ca­pia­mo dav­ve­ro il gi­ro che fan­no le lan­cet­te in un mi­nu­to. «Tem­po», spie­ga il neu­ro­bio­lo­go Dean Buo­no­ma­no nel sag­gio ap­pe­na usci­to Your Brain Is a Ti­me Ma­chi­ne: The Neu­ro­scien­ce and Phy­sics of Ti­me,è la pa­ro­la più co­mu­ne del­la lin­gua in­gle­se (e an­che in ita­lia­no è tra le pri­me die­ci, se­con­do uno stu­dio del Wi­ki­zio­na­rio), ep­pu­re non esi­ste una sua de ni­zio­ne uni­vo­ca. Co­me scri­ve­va Sant’Ago­sti­no nel­le sue Con­fes­sio­ni, «Se nes­su­no me lo chie­de lo so; se vo­glio spie­gar­lo a chi me lo chie­de non lo so più». E in­fat­ti non è un ca­so se

ru­bia­mo al­lo spa­zio la ter­mi­no­lo­gia per par­la­re del tem­po, con gior­na­te che so­no lun­ghe, mi­nu­ti che scor­ro­no. Co­me gli al­tri es­se­ri vi­ven­ti, ca­pia­mo be­ne in qua­le di­re­zio­ne ci muo­via­mo; è il quan­do che ac­com­pa­gna que­sto no­stro viag­gio a la­sciar­ci per­ples­si. Quel­lo di cui siamo si­cu­ri è che il tem­po si è co­me ac­ce­le­ra­to, di­ven­tan­do un lusso: lo mi­su­ria­mo al­la per­fe­zio­ne con la no­stra tec­no­lo­gia, ep­pu­re ni­sce lo stes­so per sci­vo­lar­ci tra le di­ta. «L’espe­rien­za del tem­po che vi­via­mo og­gi è ca­rat­te­riz­za­ta spes­so da una for­te an­sia, e da un’al­tret­tan­to for­te in­sod­di­sfa­zio­ne. Per­ché ab­bia­mo la sen­sa­zio­ne di non ave­re a di­spo­si­zio­ne il tem­po sucien­te per fa­re tut­to quan­to do­vrem­mo o vor­rem­mo fa­re», spie­ga Car­men Lec­car­di, pro­fes­so­re or­di­na­rio di So­cio­lo­gia del­la cul­tu­ra all’Uni­ver­si­tà di Mi­la­no-Bi­coc­ca. È la hi­gh speed so­cie­ty, la so­cie­tà ad al­ta ve­lo­ci­tà, pre­da di un pa­ra­dos­so tem­po­ra­le de­gno di H.G. Wells: «Que­sta sen­sa­zio­ne è le­ga­ta pro­prio a un con­te­sto in cui, in real­tà, ab­bia­mo a di­spo­si­zio­ne tec­no­lo­gie che ci aiu­ta­no a ri­spar­mia­re tem­po. Ep­pu­re, co­me in una sor­ta di cor­to­cir­cui­to, pre­va­le in noi il sen­ti­men­to di non po­ter­ce­la fa­re per­ché il tem­po ci man­ca. Le in ni­te pos­si­bi­li­tà vir­tua­li ci sot­to­pon­go­no a una continua pres­sio­ne tem­po­ra­le». Ci ri­cor­da Buo­no­ma­no che il no­stro cervello è una mac­chi­na ben olia­ta: ri­cor­da il pas­sa­to per an­ti­ci­pa­re il fu­tu­ro. È la chia­ve del­la so­prav­vi­ven­za, fa­re pre­vi­sio­ni in­con­sce e au­to­ma­ti­che di po­chi se­con­di, co­me quan­do una palla ro­to­la da un ta­vo­lo e ag­giu­stia­mo il no­stro mo­vi­men­to per cat­tu­rar­la al vo­lo. Sul lun­go pe­rio­do, pe­rò, non siamo co­sì ecien­ti. E il fu­tu­ro, con la sua in­cer­tez­za, è il grande ne­mi­co del­la no­stra epo­ca. «In quan­to es­se­ri vi­ven­ti, siamo per de ni­zio­ne pro­iet­ta­ti ver­so il fu­tu­ro, la no­stra esi­sten­za è le­ga­ta a dop­pio lo all’idea del­lo scor­re­re del tem­po, e que­sta di­na­mi­ca di pro­ie­zio­ne nell’av­ve­ni­re non può es­se­re bloc­ca­ta se non dal­la mor­te. Og­gi pe­rò il con­te­sto geo­po­li­ti­co è at­tra­ver­sa­to da nuo­ve mi­nac­ce, la re­ces­sio­ne eco­no­mi­ca ha col­pi­to con du­rez­za: an­che se l’aspet­ta­ti­va di vi­ta è cre­sciu­ta, pa­ra­dos­sal­men­te chi vi­ve di più ve­de cre­sce­re le pro­prie pre­oc­cu­pa­zio­ni. Pres­sio­ne tem­po­ra­le le­ga­ta all’ac­ce­le­ra­zio­ne dei rit­mi di vi­ta e in­cer­tez­za del fu­tu­ro: ec­co le prin­ci­pa­li cau­se del ma­les­se­re del tem­po con­tem­po­ra­neo», spie­ga Lec­car­di. «Men­tre pri­ma la strut­tu­ra tem­po­ra­le ga­ran­ti­va una cer­ta re­go­la­ri­tà, og­gi pre­va­le la non pre­ve­di­bi­li­tà, per esem­pio nel la­vo­ro sem­pre più pre­ca­riz­za­to, che al­ter­na rit­mi pres­san­ti a pe­rio­di in cui lo stress è ge­ne­ra­to dal­la man­can­za di la­vo­ro. So­prat­tut­to i gio­va­ni de­vo­no con­fron­tar­si con il fu­tu­ro, ma sen­za la pos­si­bi­li­tà di con­trol­lar­lo, al­me­no po­ten­zial­men­te, at­tra­ver­so l’ela­bo­ra­zio­ne di pro­get­ti di vi­ta. Que­sta me­sco­lan­za di ac­ce­le­ra­zio­ne e len­tez­za è il se­gno più po­ten­te del­la no­stra epo­ca, si ri­tro­va an­che nel­la real­tà quo­ti­dia­na. Vi­via­mo una ve­lo­ciz­za­zio­ne evi­den­tis­si­ma, ma an­che aree in cui tut­to ral­len­ta; pen­sia­mo sol­tan­to al traco, cor­ria­mo e poi dob­bia­mo re­sta­re in co­da quo­ti­dia­na­men­te per trop­po tem­po». Non è un ca­so se pro­li­fe­ra­no le psi­co­lo­gie pop che in­se­gna­no la me­di­ta­zio­ne min­d­ful­ness, il carpe diem, il go­der­si l’at­ti­mo a ogni co­sto. «Si ela­bo­ra la “stra­te­gia del qui-e-ora”, il ri­fu­gio nel pre­sen­te, nel mo­men­to, qua­si una fu­ga da que­sto sen­so di im­po­ten­za di fron­te a un fu­tu­ro che non si la­scia pro­get­ta­re». E que­sto ci por­ta an­che al­la per­di­ta di qual­cos’al­tro: cer­ti po­me­rig­gi lun­ghi e vuo­ti, cer­te at­te­se non riem­pi­te, du­ran­te le qua­li era pos­si­bi­le ascol­tar­si dav­ve­ro. «Le nuo­ve pos­si­bi­li­tà tec­no­lo­gi­che ci dan­no fa­cil­men­te mo­do di en­tra­re in re­la­zio­ne con qual­cu­no, e co­sì fa­vo­ri­sco­no l’idea che la no­ia può es­se­re su­pe­ra­ta con un clic di te­le­fo­no, en­tran­do in chat o apren­do una app. Un sem­pli­ce gesto può for­se far pas­sa­re an­che ten­sio­ne o an­sia, e que­sto è le­ga­to al fat­to che gli smart­pho­ne so­no di­ven­ta­ti ve­re e pro­prie pro­te­si. Ma que­sto ci fa an­che di­men­ti­ca­re che la no­ia è un’espe­rien­za pro­pria de­gli uma­ni. An­no­iar­si è un mo­do che ab­bia­mo per rit­ma­re i gra­di di at­ten­zio­ne che siamo in gra­do di da­re al­le co­se, una ma­nie­ra qua­si na­tu­ra­le per far fron­te al­la continua ne­ces­si­tà di es­se­re con­cen­tra­ti, im­me­dia­ta­men­te ca­pa­ci di da­re una ri­spo­sta – e an­che di pren­der­ci dei mo­men­ti in cui ab­ban­do­nia­mo quel­la con­cen­tra­zio­ne, ci “la­scia­mo an­da­re”. È co­me se fos­se un mo­do mol­to na­tu­ra­le di pren­de­re le di­stan­ze per qual­che mi­nu­to da quel­lo che stia­mo fa­cen­do». E se i ma­te­ma­ti­ci del­le uni­ver­si­tà del­la Bri­ti­sh Co­lum­bia e del Ma­ry­land han­no ap­pe­na pub­bli­ca­to uno stu­dio su Clas­si­cal and Quan­tum Gra­vi­ty, nel qua­le ana­liz­za­no la pos­si­bi­li­tà di viag­gia­re nel tem­po, «pie­gan­do­lo» in una sor­ta di cer­chio, le no­stre aspet­ta­ti­ve nel bre­ve pe­rio­do so­no più sem­pli­ci, ma non me­no im­por­tan­ti. «In par­ti­co­la­re in un mo­men­to sto­ri­co co­me que­sto, in cui tut­to ap­pa­re le­ga­to al­la quan­ti­tà, è cen­tra­le la qua­li­tà del tem­po del­le no­stre vi­te. Il ve­ro lusso og­gi non è so­lo ave­re tem­po a di­spo­si­zio­ne: è so­prat­tut­to ave­re “tem­po di qua­li­tà”», con­clu­de Lec­car­di. «Siamo es­se­ri con men­te e cor­po, che a sua vol­ta ha dei rit­mi po­co ri­spet­ta­ti: dor­mia­mo sem­pre me­no e ab­bia­mo abo­li­to il pa­sto a mez­zo­gior­no. Le ten­den­ze per il fu­tu­ro non po­tran­no non te­ne­re con­to del tem­po spe­ci co dei no­stri cor­pi. Non po­tre­mo pen­sa­re di an­da­re ol­tre un cer­to li­vel­lo di ve­lo­ci­tà, pe­na l’im­pos­si­bi­li­tà di vivere». Su que­sto, è me­glio n da ora sin­cro­niz­za­re gli oro­lo­gi.

fo­to Oleg Opri­sco

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