Con­fes­sio­ni di un cy­ber-cri­mi­na­le

Vanity Fair (Italy) - - TEMPO DI LETTURA - di WIL­LIAM LEITH

Il suo no­me ve­ro è JA­KE DA­VIS. Ma è sta­to an­che To­pia­ry, la men­te di Lul­zSec, mem­bro te­mi­bi­le di Ano­ny­mous. E con que­ste si­gle a 18 an­ni ha fat­to ca­de­re il si­to della Cia, si è in­fil­tra­to, ha in­ven­ta­to no­ti­zie. Da pi­ra­ta at­tac­ca­va, da «pen­ti­to» ora para gli at­tac­chi (per Ap­ple, Fa­ce­book, Twit­ter...). A noi rac­con­ta la so­li­tu­di­ne dell’hac­ker

Per Ja­ke Da­vis tutto è fi­ni­to con un toc toc alla por­ta: era l’ora di pran­zo di un gior­no d’estate del 2011. Da­vis, che all’epo­ca ave­va 18 an­ni, ave­va cu­ci­na­to una pa­sta con gli spi­na­ci e sta­va gio­can­do a Te­tris nel­la sua ca­me­ra da let­to. Da me­si era an­sio­so e pa­ra­noi­co, vi­ve­va da so­lo in una mi­nu­sco­la ca­sa po­po­la­re vi­ci­no a Ler­wick, nel­le iso­le She­tland. Ave­va cer­ca­to di na­scon­de­re le pro­prie trac­ce, ma non ave­va pen­sa­to a tutto: sa­pe­va di ave­re com­mes­so de­gli er­ro­ri. Fuo­ri dal­la por­ta c’era­no sei per­so­ne, cin­que uo­mi­ni e una don­na. Uno ha det­to: «Ja­ke Da­vis? Sei in ar­re­sto». So­no en­tra­ti e la don­na è an­da­ta ver­so il com­pu­ter. Da­vis era con­sa­pe­vo­le di ave­re com­mes­so un bel po’ di crimini in­for­ma­ti­ci. Usan­do l’alias To­pia­ry ave­va vio­la­to i si­ti in­ter­net dei go­ver­ni egi­zia­no e tu­ni­si­no du­ran­te la Pri­ma­ve­ra ara­ba, era sta­to mem­bro del col­let­ti­vo Ano­ny­mous, ave­va fon­da­to Lul­zSec e fat­to ca­de­re il si­to della Cia e at­tac­ca­to quello della So­ny. In­sie­me ad al­tri, si era in­fil­tra­to in un grup­po re­li­gio­so in Kan­sas e in un’azien­da di sicurezza in­for­ma­ti­ca a Wa­shing­ton D.C., e pub­bli­ca­to fa­ke news su im­por­tan­ti si­ti di in­for­ma­zio­ne, ti­po che i de­fun­ti rap­per Tu­pac Sha­kur e Big­gie Smalls in real­tà era­no vi­vi e abi­ta­va­no in Nuova Ze­lan­da. Da­vis era, a tut­ti gli ef­fet­ti, un cy­ber-cri­mi­na­le, ma an­che un ado­le­scen­te ti­mi­dis­si­mo. Una par­te di lui si ve­de­va co­me un ra­gaz­zo che con i suoi cy­ber-ami­ci – Tflow, Sa­bu, Kay­la e al­tri mai in­con­tra­ti nel­la vi­ta ve­ra – fa­ce­va so­lo scher­zi in re­te. Fi­no a quel mo­men­to, nien­te di ciò che ave­va fat­to sem­bra­va mol­to rea­le: «In­ter­net non puoi toc­car­lo, né as­sag­giar­lo né an­nu­sar­lo», di­ce­va. Ma ades­so i po­li­ziot­ti era­no nel sog­gior­no di ca­sa sua, «ed era la pri­ma vol­ta che sen­ti­vo par­la­re di quel­la ro­ba in una con­ver­sa­zio­ne tra es­se­ri uma­ni», ri­cor­da. «Ho pro­va­to un mi­sto di an­sia e ter­ro­re: una sen­sa­zio­ne sur­rea­le, una spe­cie di ru­mo­re bian­co che ti im­pe­di­sce di pen­sa­re». C’era un jet che aspet­ta­va su una pi­sta lì vi­ci­no per por­ta­re Da­vis a Lon­dra: cit­tà do­ve non era mai sta­to pri­ma.

Sei an­ni do­po, se­du­to in un pub di Sho­re­dit­ch, il più cool dei quar­tie­ri di Lon­dra, Da­vis – smil­zo, ca­ri­no, coi ca­pel­li spet­ti­na­ti ad ar­te – rac­con­ta le sue di­ver­se vi­te. Og­gi la­vo­ra co­me con­su­len­te per la sicurezza in­for­ma­ti­ca, tie­ne con­fe­ren­ze e aiu­ta a pro­teg­ge­re In­ter­net da gen­te co­me è sta­to lui in pas­sa­to. Fa­ce­book e Twit­ter lo han­no pa­ga­to per ave­re in­di­vi­dua­to le vul­ne­ra­bi­li­tà dei lo­ro si­ti, lo stes­so ha fat­to Ap­ple do­po che ha sco­per­to le fal­le di un suo si­ste­ma ope­ra­ti­vo, la­vo­ra per per­so­nag­gi pub­bli­ci – di cui non vuo­le fa­re i no­mi – ren­den­do si­cu­ri i lo­ro si­ti, ma an­che co­me con­su­len­te per film, do­cu­men­ta­ri e ope­re tea­tra­li. Con il suo leg­ge­ro ac­cen­to scoz­ze­se rac­con­ta della sua vi­ta, or­mai pas­sa­ta, da cy­ber-cri­mi­na­le. «Qua­si non esi­ste­vo», di­ce. «Non ave­vo una vi­ta rea­le: mi li­mi­ta­vo a so­prav­vi­ve­re». Ave­va un la­vo­ro part-ti­me in un ne­go­zio di bi­ci­clet­te, usci­va per an­da­re lì, e per com­prar­si da man­gia­re: nien­te al­tro. Ave­va po­chis­si­mi co­no­scen­ti, e an­co­ra me­no ami­ci. «Tut­ti i miei pen­sie­ri li met­te­vo su In­ter­net».

Ave­va vis­su­to gran par­te della sua vi­ta sull’iso­la di Yell (la se­con­da del­le iso­le She­tland, ndr) do­ve la sua fa­mi­glia ave­va un al­ber­go. Ma, an­che per i pa­ra­me­tri di Yell, fa­ce­va una vi­ta iso­la­ta. Odia­va la scuo­la: «La vi­ve­vo co­me una pri­gio­ne. Ci in­se­gna­va­no a usa­re i com­pu­ter per i fo­gli di cal­co­lo e ba­sta. Era mol­to più in­te­res­san­te tor­na­re a ca­sa e cer­ca­re un ar­go­men­to in re­te». Co­sì a 13 an­ni ha con­vin­to la ma­dre – il pa­dre se n’era an­da­to quan­do ave­va cin­que an­ni – a far­lo stu­dia­re a ca­sa, con un in­se­gnan­te pri­va­to. Po­co do­po es­ser­si tra­sfe­ri­to a Ler­wick, Da­vis ave­va ri­ce­vu­to un mes­sag­gio da un uo­mo che di­ce­va di es­se­re un ami­co del pa­dre. So­ste­ne­va che il pa­dre vo­le­va chia­mar­lo. Nel suo li­bro sull’hac­king, Noi sia­mo Ano­ny­mous, la gior­na­li­sta Par­my Ol­son scri­ve: «Per di­ver­se set­ti­ma­ne, Ja­ke ha te­nu­to il cel­lu­la­re ca­ri­co e ac­ce­so, inutilmente». Poi l’ami­co del pa­dre ha ri­chia­ma­to di­cen­do che il pa­dre era ri­ma­sto ore e ore con il telefono in ma­no, sen­za tro­va­re la for­za per chia­mar­lo. Non lo fe­ce mai: si uc­ci­se chiu­so nel suo ga­ra­ge, con il mo­to­re della mac­chi­na ac­ce­so. Ri­cor­da Da­vis: «È sta­to mol­to dif­fi­ci­le, a trat­ti sur­rea­le, non co­no­sce­re be­ne quel­la per­so­na ma sen­tir­la co­mun­que vi­ci­na». È a que­sto pun­to che Ja­ke Da­vis ini­zia la sua car­rie­ra da hac­ker: il mon­do rea­le era sta­to una se­rie di por­te chiu­se, men­tre on­li­ne po­te­vi imparare tutto, co­mu­ni­ca­re con tut­ti, gio­ca­re, te­ner­ti in­for­ma­to. Po­te­vi in­te­ra­gi­re ed espri­mer­ti. Ja­ke sen­ti­va di ave­re pa­rec­chio da di­re e ades­so po­te­va far­lo. Una co­sa è es­se­re fis­sa­ti con i com­pu­ter, un’al­tra è es­se­re un hac­ker. Ma che cos’è l’hac­king? Spe­ri­men­ta­re, esplo­ra­re, tro­va­re scor­cia­to­ie, sco­pri­re co­me fun­zio­na una co­sa, per poi ma­ni­po­lar­la, non li­mi­tar­si a sta­re nel greg­ge. Chie­do a Da­vis di dar­mi la sua de­fi­ni­zio­ne; qual­che gior­no do­po mi man­da un sms: «L’hac­king è an­da­re a si­ni­stra quan­do tut­ti gi­ra­no a de­stra, ve­de­re il non vi­sto». Quan­do sua ma­dre e suo fra­tel­lo si tra­sfe­ri­sco­no in In­ghil­ter­ra, Ja­ke si ri­tro­va a vi­ve­re da so­lo e a fre­quen­ta­re le chat. Si in­ven­ta un alias: To­pia­ry, l’ar­te di chi po­ta le pian­te, qual­cu­no

Odia­vo la scuo­la: era una pri­gio­ne. Co­sì a 13 an­ni ho con­vin­to mia ma­dre a far­mi stu­dia­re a ca­sa

che dà for­ma al­le co­se, «co­me Ed­ward Mani di For­bi­ce». Nel­le chat in­con­tra per­so­ne co­me lui – bril­lan­ti emar­gi­na­ti, esperti di com­pu­ter – che par­la­no tra lo­ro. Ri­cor­da: «È na­to tutto per ca­so. Len­ta­men­te ho co­min­cia­to ad ap­pli­ca­re va­rie co­se che sa­pe­vo fa­re. E poi so­no ar­ri­va­to qui». Lui e i suoi com­pa­gni vir­tua­li han­no iden­ti­fi­ca­to il lo­ro ne­mi­co nei go­ver­ni di­spo­ti­ci, nel­le mul­ti­na­zio­na­li e nel­le agen­zie di sicurezza in­for­ma­ti­ca e han­no in­tra­pre­so la lo­ro bat­ta­glia con­tro le for­ze del ma­le. Du­ran­te le som­mos­se della Pri­ma­ve­ra ara­ba, quan­do i go­ver­ni egi­zia­no e tu­ni­si­no han­no in­ter­rot­to i col­le­ga­men­ti in­ter­net ai lo­ro cit­ta­di­ni, To­pia­ry e al­tri han­no tro­va­to in­gres­si e por­te aper­te. To­pia­ry ha scrit­to sul si­to del go­ver­no egi­zia­no: «Il po­po­lo egi­zia­no vi­ve in con­di­zio­ni inu­ma­ne, il go­ver­no egi­zia­no è un go­ver­no cri­mi­na­le, ed è di­ven­ta­to un ne­mi­co di Ano­ny­mous». Ac­can­to al te­sto c’era una fo­to di un uo­mo in giacca e cra­vat­ta, sen­za te­sta, e una scrit­ta: «Ano­ny­mous è una le­gio­ne. Noi non di­men­ti­chia­mo. Noi non per­do­nia­mo».

Avol­te l’hac­king è co­me scas­si­na­re una ser­ra­tu­ra, al­tre vol­te è co­me spa­ra­re con mi­glia­ia di mi­tra­glia­tri­ci. Puoi but­ta­re giù un si­to col­pen­do­lo con un at­tac­co DDoS (Di­stri­bu­ted De­nial of Service), inon­da­re il ser­ver di ri­chie­ste: «Ti­po un mi­lio­ne di per­so­ne che en­tra­no tut­te in­sie­me da una por­ta gi­re­vo­le», spie­ga Da­vis. Co­me è suc­ces­so du­ran­te l’at­tac­co a PayPal, che im­pe­di­va di fa­re do­na­zio­ni a Wi­kiLeaks. Ja­ke a que­sto at­tac­co non ha par­te­ci­pa­to, l’ha sol­tan­to «guar­da­to» dal­la chat room: «Era co­me ve­de­re un eser­ci­to che si prepara a col­pi­re, con una pre­ci­sa for­ma­zio­ne. Una co­sa in­cre­di­bi­le, dav­ve­ro ec­ci­tan­te». For­se il suo mi­glio­re at­tac­co è sta­to quello chia­ma­to HBGa­ry, in cui un pro­fes­sio­ni­sta della sicurezza in­for­ma­ti­ca che si chia­ma­va Aa­ron Barr mil­lan­ta­va di es­ser­si in­fil­tra­to in Ano­ny­mous. Lul­zSec lo ha fat­to a pez­zi, en­tran­do nel suo si­to e ren­den­do pub­bli­che le sue email. «Mi ci so­no vo­lu­te 72 ore di ana­li­si pre­li­mi­na­re», di­ce Ja­ke. Di re­cen­te, Da­vis e Barr si so­no in­con­tra­ti a Lon­dra. C’era qual­co­sa in Barr che Da­vis ha tro­va­to dif­fi­ci­le da ela­bo­ra­re: il fat­to che Barr fos­se una per­so­na e non una li­nea di co­di­ce sen­za vol­to. «Ne ab­bia­mo par­la­to», di­ce Da­vis. «Poi gli ho of­fer­to da be­re». È sta­to quan­do ha at­tac­ca­to Barr, che Da­vis ha avu­to la sen­sa­zio­ne di sta­re per­den­do il con­trol­lo della sua vi­ta. Fa­ce­va l’hac­ker a tem­po pie­no: non dor­mi­va per gior­ni di fi­la – non vo­le­va che qual­cu­no sco­pris­se in qua­le fu­so ora­rio si tro­vas­se – ma poi crol­la­va sve­nu­to per ore. «Ci so­no sta­ti pa­rec­chi mo­men­ti brut­ti: era 90 per cen­to pa­ra­no­ia e 10 di­ver­ti­men­to. Non fa­ce­vo al­tro che na­scon­de­re la mia iden­ti­tà». Con­du­ce­va quel­la che chia­ma una «tri­pla vi­ta»: ore di gio­co, ore di hac­king, in­ter­ca­la­te da pun­ta­te al su­per­mer­ca­to e al ne­go­zio di bici. «Lo sa cos’è che mi pia­ce­va ve­ra­men­te? I tem­pi mor­ti tra un sa­bo­tag­gio e l’al­tro. Con­di­vi­de­re vi­deo mu­si­ca­li con gli al­tri hac­ker. I mo­men­ti in cui non devi pre­oc­cu­par­ti di nien­te». Quan­do so­no ar­ri­va­ti i po­li­ziot­ti Da­vis pen­sa­va alla pa­sta in cu­ci­na: di­ce­va­no che lo avreb­be­ro por­ta­to a Lon­dra, e lui do­ve­va but­ta­re via la pa­sta che con il cal­do sa­reb­be an­da­ta a ma­le. Era con­fu­so: una par­te della sua vi­ta era fi­ni­ta. A Lon­dra lo han­no te­nu­to 96 ore alla sta­zio­ne di po­li­zia di Cha­ring Cross. Sua mam­ma è an­da­ta a tro­var­lo, lui le ha det­to che si sa­reb­be ag­giu­sta­to tutto. Alla fi­ne lo han­no fat­to usci­re su cau­zio­ne e mes­so agli ar­re­sti do­mi­ci­lia­ri pres­so la ma­dre: «Co­sa che ho tro­va­to iro­ni­ca, con­dan­na­re un hac­ker a re­sta­re chiu­so in ca­sa», di­ce. Due an­ni do­po, al ban­co de­gli im­pu­ta­ti, ha in­con­tra­to per la pri­ma vol­ta uno dei suoi ami­ci hac­ker, Tflow. Era con­vin­to che Tflow fos­se un uo­mo sul­la tren­ti­na, e in­ve­ce era un ra­gaz­zet­to di 16 an­ni che si chia­ma­va Mu­sta­fa. Kay­la, si è sco­per­to, non era una ra­gaz­za, ma un ra­gaz­zo di 20 an­ni. E Sa­bu era sta­to per di­ver­si me­si un in­for­ma­to­re dell’Fbi. Ades­so la­vo­ra­no tut­ti nel mon­do della sicurezza in­for­ma­ti­ca. Al pro­ces­so gli han­no da­to 2 an­ni, che, sic­co­me era già sta­to ai do­mi­ci­lia­ri, so­no di­ven­ta­ti 38 gior­ni alla Fel­tham Young Of­fen­ders In­sti­tu­tion. «Una pri­gio­ne fa­mo­sa per la vio­len­za», di­ce. Do­ve, a un cer­to pun­to, è sta­to mi­nac­cia­to. Ma il ti­zio più for­zu­to del suo re­par­to è in­ter­ve­nu­to a di­fen­der­lo. «Ha det­to: “Con l’hac­ker non si scher­za. Vi met­te una dop­pia ipo­te­ca sul­la ca­sa sen­za che nem­me­no ve ne ac­cor­gia­te”». Ab­bia­mo chiac­chie­ra­to della sua nuova vi­ta: con­fe­ren­ze, con­su­len­ze per do­cu­men­ta­ri e fic­tion te­le­vi­si­ve, viag­gi. Og­gi Da­vis vi­ve in un ap­par­ta­men­to in af­fit­to nel co­sto­so Bel­si­ze Park, di­ce che vuo­le com­pra­re una ca­sa a Ber­li­no e di­ven­ta­re un con­dut­to­re della Tv. «Nel­la mia vi­ta so­no en­tra­te brave per­so­ne, mi sen­to sem­pre par­te di qual­co­sa e con­ti­nuo a man­te­ne­re, spe­ro, una qual­che for­ma di ri­bel­lio­ne». Sei an­ni fa era un ado­le­scen­te in­tro­ver­so e pa­ra­noi­co. Quan­do il toc toc alla por­ta in­fi­ne è ar­ri­va­to, è sta­to qua­si un sollievo.

Non dor­mi­vo per gior­ni, per te­ne­re na­sco­sto in che fu­so ora­rio vi­ve­vo: era 90 per cen­to pa­ra­no­ia e 10 di­ver­ti­men­to

CHI FA LA SPIA Ja­ke Da­vis, 24 an­ni. Nel 2011 a 18 è sta­to ar­re­sta­to per gra­vi rea­ti di pi­ra­te­ria in­for­ma­ti­ca. Pa­re sia sta­to sco­per­to gra­zie a Sa­bu, la te­sta hac­ker di Ano­ny­mous, che avreb­be aiu­ta­to l’Fbi a iden­ti­fi­car­lo.

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