L’UO­MO CHE PREVEDEVA IL FUTURO

È sta­to tra i pri­mi a par­la­re di sui­ci­dio tra tee­na­ger (nel­le Ver­gi­ni sui­ci­de) e di flui­di­tà di gen­der (in Midd­le­sex). Lo scrit­to­re JEFFREY EUGENIDES ar­ri­va in Ita­lia, e ora a pre­oc­cu­par­lo so­no le ar­mi: trop­pe, nel suo Pae­se

Vanity Fair (Italy) - - VANITY IBRIDO - di LAU­RA PEZZINO fo­to NI­CO­LAS GUERIN

Ho la por­ta aper­ta: ve­do le ca­se dei vi­ci­ni, iden­ti­che alla mia, vec­chi edi­fi­ci del 1820, bian­chi con le per­sia­ne scu­re. Sem­bra di sta­re in una co­mu­ni­tà di quac­che­ri, tutto pu­ro, im­ma­co­la­to. Io la­vo­ro in man­sar­da e amo il pa­no­ra­ma. Que­sta idea di co­mu­ni­tà ame­ri­ca­na ori­gi­na­le. So che è un’il­lu­sio­ne, ma è una bel­la sen­sa­zio­ne men­tre scri­vo». Le in­ter­vi­ste te­le­fo­ni­che la­scia­no sem­pre dei pez­zet­ti man­can­ti. Per­ciò riu­sci­re a get­ta­re uno sguar­do sul­la via di Prin­ce­ton, New Jer­sey, do­ve Jeffrey Eugenides abi­ta e in­se­gna in una del­le uni­ver­si­tà della Ivy Lea­gue (gli al­tri prof si chia­ma­no Jhum­pa La­hi­ri, A.M. Ho­mes, Pa­trick McG­ra­th) ser­ve a ta­glia­re un po­co le di­stan­ze. Eugenides sa­rà a Ba­ro­lo, per il fe­sti­val Col­li­sio­ni, do­ve par­le­rà an­che del nuo­vo li­bro, Fre­sh Com­plaint, che usci­rà ne­gli Sta­ti Uni­ti a ot­to­bre (in Ita­lia nel 2018). Do­po le umi­de e in­quie­tan­ti Ver­gi­ni sui­ci­de (1993, poi di­ven­ta­to il film di Sofia Cop­po­la nel 2000), il sor­pren­den­te Midd­le­sex (2003, pre­mio Pu­li­tzer) e la sto­ria più clas­si­ca di un trian­go­lo amo­ro­so della Trama del ma­tri­mo­nio (2011), lo scrit­to­re ame­ri­ca­no dal­le ra­di­ci gre­co-ir­lan­de­si ha rac­col­to le pro­prie short story per sco­pri­re che, in­sie­me, com­po­ne­va­no la fi­gu­ra di un uo­mo che at­tra­ver­sa gli sta­di della vi­ta: il col­le­ge, il mi­sti­ci­smo, il ma­tri­mo­nio, il di­vor­zio, la mez­za età, i ge­ni­to­ri che in­vec­chia­no. Eugenides è uno di que­gli scrit­to­ri che si so­no ri­co­no­sciu­ti pre­sto: i suoi com­pa­gni di vi­ta so­no sta­ti Bel­low, Ro­th, Na­bo­kov, Ja­mes, Woolf, con un po­sto speciale ri­ser­va­to a Ja­mes Joy­ce, il cui Ri­trat­to dell’ar­ti­sta da gio­va­ne gli schiu­se la por­ta della scrit­tu­ra. Tan­to che, la leg­gen­da nar­ra, quan­do fre­quen­ta­va la Brown Uni­ver­si­ty an­da­va in gi­ro con un ba­sto­ne da pas­seg­gio, a imi­ta­zio­ne del suo ido­lo. E lui sì, me lo con­fer­ma. Met­to su­bi­to il di­to nel­la pia­ga: lei è na­to e cre­sciu­to a De­troit. Co­me si spie­ga che il suo

Mi­chi­gan sia sta­to de­ci­si­vo per l’ele­zio­ne di Trump? «Co­no­sco mol­to be­ne quel­la par­te del Pae­se e i suoi pro­ble­mi eco­no­mi­ci vec­chi di de­cen­ni. Non mi sor­pren­de che del­le per­so­ne di­spe­ra­te cam­bi­no il pro­prio vo­to». Il fat­to di es­se­re ni­po­te di im­mi­gra­ti l’ha con­di­zio­na­ta co­me uo­mo e co­me scrit­to­re? «Da sem­pre so­no con­scio di ave­re una per­so­na­li­tà ibri­da. Mia ma­dre di­scen­de dai pri­mi im­mi­gra­ti in Ken­tuc­ky nel ’600. Dal­la par­te di mio pa­dre, i miei non­ni scap­pa­ro­no dall’Asia Mi­no­re in­tor­no agli an­ni Ven­ti del ’900. Se­guo la po­li­ti­ca gre­ca per via del­le mie ori­gi­ni, non mi sen­to un gre­co, ma co­no­sco i va­ri aspet­ti dell’im­mi­gra­zio­ne». Che co­sa pen­sa della po­li­ti­ca di im­mi­gra­zio­ne del vo­stro at­tua­le pre­si­den­te? «Non ser­ve che io espri­ma il mio pen­sie­ro su un go­ver­no che la mag­gior par­te di noi scrit­to­ri e ar­ti­sti non so­ste­nia­mo». Lei ha vis­su­to an­che a New York e a Ber­li­no. Qual è il po­sto che con­si­de­ra ca­sa? «Mi sen­to di ca­sa in Eu­ro­pa, an­che per il ti­po di per­so­na che so­no. Ma so­no ame­ri­ca­no, e la mag­gior par­te dei miei pen­sie­ri e dei miei so­gni ri­guar­da l’Ame­ri­ca». Tem­po fa ha det­to che il sim­bo­lo dell’iden­ti­tà ame­ri­ca­na per lei era rap­pre­sen­ta­to da Bob Dy­lan, un al­tro dei suoi ido­li. «Co­me ar­ti­sta, Dy­lan è riu­sci­to a me­sco­la­re le tra­di­zio­ni del no­stro Pae­se alla poe­sia eu­ro­pea, riu­scen­do a crea­re un ibri­do dav­ve­ro in­te­res­san­te. Cre­do che l’in­no­va­zio­ne na­sca pro­prio dall’ibri­da­zio­ne. Pur es­sen­do sta­to con­ten­to per il suo No­bel, mi ha fat­to ar­rab­bia­re il fat­to che, al­me­no co­sì pa­re, ab­bia pla­gia­to par­te del suo di­scor­so di ac­cet­ta­zio­ne dal si­to Spar­kNo­tes (una sor­ta di bi­gna­mi della let­te­ra­tu­ra, ndr)». In Midd­le­sex, sto­ria dell’er­ma­fro­di­ta Cal­lio­pe Ste­pha­ni­des, fu uno dei pri­mi ro­man­zie­ri a par­la­re di iden­ti­tà di ge­ne­re. Co­me pen­sa che ver­reb­be ac­col­to quel li­bro ora? «Ai tem­pi, in­con­trai mol­te re­si­sten­ze ver­so l’ar­go­men­to in sé. Le per­so­ne non era­no abi­tua­te a pen­sa­re in ter­mi­ni di fles­si­bi­li­tà di iden­ti­tà ses­sua­le, che era an­che un ter­mi­ne po­co com­pre­so nel­la cul­tu­ra po­po­la­re. Da al­lo­ra le co­se so­no cam­bia­te ve­lo­ce­men­te, di que­sti te­mi si par­la in Tv. Cre­do che Midd­le­sex ab­bia pre­pa­ra­to il ter­re­no per in­ter­ro­gar­si su in­ter­ses­sua­li­tà, tran­ses­sua­li­tà e ge­ne­re». Si è mai sen­ti­to «fem­mi­ni­le»? La ses­sua­li­tà è un con­ti­nuum, ma gli uo­mi­ni so­no qua­si sem­pre me­no pro­pen­si ad am­met­ter­lo. «Pen­so che il mo­do mi­glio­re di pen­sa­re al gen­der non sia la mo­da­li­tà bi­na­ria. Nes­su­no è del tutto uo­mo o del tutto don­na, nel si­gni­fi­ca­to tradizionale che si dà a que­sti ter­mi­ni. Pen­sar­lo co­me un con­ti­nuum per­met­te di evi­den­zia­re le dif­fe­ren­ze di cia­scu­no e di ve­de­re le per­so­ne non co­me ca­te­go­rie, ma co­me in­di­vi­dui. Cer­to, an­che io va­do avan­ti e in­die­tro tra i due ge­ne­ri, cer­ti miei mo­di di es­se­re so­no più ma­schi­li, al­tri più fem­mi­ni­li». Nel­le Ver­gi­ni sui­ci­de, esplo­rò un al­tro ar­go­men­to ta­bù, il sui­ci­dio tra tee­na­ger. La se­rie di Net­flix Tre­di­ci è sta­ta di re­cen­te cri­ti­ca­ta per­ché po­treb­be spin­ge­re i ra­gaz­zi a emu­la­re la pro­ta­go­ni­sta, che de­ci­de di uc­ci­der­si. «Ho scrit­to quel li­bro mol­to pri­ma che que­sto ar­go­men­to ri­com­pa­ris­se nel­la cul­tu­ra ame­ri­ca­na. Non ho vi­sto la se­rie per­ché di so­li­to, do­po che ho par­la­to di un te­ma, non mi in­te­res­sa ri­tor­nar­ci su. Pe­rò cre­do che par­la­re di cer­ti ar­go­men­ti dif­fi­ci­li sia quello che gli ar­ti­sti do­vreb­be­ro fa­re. Di­re che que­sto po­treb­be spin­ge­re all’emu­la­zio­ne è co­me quan­do qual­cu­no sug­ge­rì di ban­di­re il Gio­va­ne Hol­den per­ché era sta­ta tro­va­to in ta­sca a Cha­p­man, il kil­ler di John Len­non. Pen­so che uno squi­li­bra­to po­treb­be pen­sa­re di ri­ce­ve­re dei mes­sag­gi ugual­men­te dal­la lu­na, da un al­be­ro o da un ca­ne. La fon­te della ma­lat­tia o della de­pres­sio­ne sta den­tro l’uo­mo, non si può in­col­pa­re un li­bro o una se­rie». Quan­to è in­fluen­za­to, nel­la sua scrit­tu­ra, da quello che ac­ca­de nel mon­do? In­ten­do, ter­ro­ri­smo, di­sa­stri, cri­si eco­no­mi­ca… «È im­pos­si­bi­le non es­ser­ne in­fluen­za­ti, ma in ge­ne­ra­le cer­co di non met­te­re que­sti ar­go­men­ti al cen­tro della mia scrit­tu­ra. Sia per­ché, nell’im­me­dia­to, ven­go­no già trat­ta­ti nel­la fic­tion e nel­la sag­gi­sti­ca, sia per­ché cer­co di scri­ve­re li­bri che tra­scen­da­no il lo­ro tem­po. Il mio in­ten­to è an­ti­ci­pa­re do­ve an­drà la cul­tu­ra, op­pu­re scri­ve­re di ar­go­men­ti che mi pre­mo­no mol­to». Che co­sa la pre­me ora? «Il pro­li­fe­ra­re del­le ar­mi in Ame­ri­ca e l’in­nal­za­men­to del li­vel­lo di vio­len­za. È uno di quei pro­ble­mi che, a dif­fe­ren­za di al­tri, so­no chia­ra­men­te iden­ti­fi­ca­bi­li e ri­sol­vi­bi­li. No­no­stan­te le enor­mi di­vi­sio­ni in­ter­ne». È ve­ro che da ra­gaz­zo vo­le­va fa­re l’at­to­re? «Sì, al li­ceo e al col­le­ge ama­vo mol­to il tea­tro. Cre­do che mol­ti scrit­to­ri si sen­ta­no co­me de­gli at­to­ri fru­stra­ti, quan­do cer­ca­no di ri­pro­dur­re la vo­ce di un per­so­nag­gio sul­la pa­gi­na. Re­ci­ta­re e scri­ve­re so­no mol­to si­mi­li. Pe­rò re­ci­tan­do è più fa­ci­le perdere il con­trol­lo». Da gio­va­ne co­nob­be pu­re Ma­dre Te­re­sa di Cal­cut­ta. «Ai tem­pi mi in­te­res­sa­va la re­li­gio­ne, leg­ge­vo mol­ti au­to­ri cat­to­li­ci e pen­sa­vo che la mia ri­cer­ca non po­tes­se re­sta­re so­lo in­tel­let­tua­le. Mi pre­si un an­no sab­ba­ti­co per gi­ra­re il mon­do e an­dai in In­dia, do­ve in­con­trai al­cu­ni suoi col­la­bo­ra­to­ri ai qua­li de­ci­si di unir­mi. La in­cro­ciai due vol­te a Cal­cut­ta as­sie­me ad al­tri. Quan­do in­con­tri una per­so­na su cui hai tan­te pro­ie­zio­ni è dif­fi­ci­le ve­der­la per quello che real­men­te è. Ri­cor­do so­prat­tut­to l’alo­ne di san­ti­tà che la cir­con­da­va». In Ita­lia, si di­scu­te su co­me sia me­glio so­ste­ne­re la let­tu­ra tra i gio­va­ni. È un te­ma che l’ap­pas­sio­na? «Lo ve­do dall’espe­rien­za di mia fi­glia Geor­gia (17 an­ni, ndr): nel si­ste­ma edu­ca­ti­vo ame­ri­ca­no, i li­bri ven­go­no usa­ti per pro­muo­ve­re pen­sie­ri po­si­ti­vi su cer­te que­stio­ni so­cia­li. Mol­ti dei te­sti che so­no as­se­gna­ti in­co­rag­gia­no le idee di mul­ti­cul­tu­ra­li­smo e an­ti­raz­zi­smo. Che va be­nis­si­mo, ov­via­men­te. Ma co­sì si fi­ni­sce per ri­dur­re un li­bro so­lo al suo mes­sag­gio, in­ve­ce di par­la­re della lin­gua, de­gli al­tri scrit­to­ri o di co­me si met­te in­sie­me una sto­ria. Cre­do che, nel lun­go pe­rio­do, que­sto an­noi gli stu­den­ti. I li­bri di­ven­ta­no sem­pre me­no qual­co­sa da esplo­ra­re e sem­pre più qual­co­sa che as­so­mi­glia a un do­ve­re, co­me an­da­re in chie­sa. Quan­do sei gio­va­ne, in­ve­ce, hai bi­so­gno di ca­pi­re quan­to sia di­ver­ten­te leggere per­ché, fa­cen­do­lo, po­tre­sti im­bat­ter­ti in co­se che non ti aspet­ta­vi di tro­va­re». C’è sta­to un tur­ning point nel­la sua vi­ta, un mo­men­to che ha cam­bia­to tutto? «Più in­vec­chio, me­no la vi­ta mi sem­bra qual­co­sa che pos­sa ave­re svol­te di que­sto ti­po. Ci pos­so­no es­se­re del­le rot­tu­re, de­gli ini­zi e del­le fi­ni do­ve non te le sa­re­sti aspet­ta­te. Ma non cre­do ci sia un so­lo sen­tie­ro con un’uni­ca svolta. Se co­sì fos­se, sa­prem­mo esat­ta­men­te co­me an­drà la no­stra vi­ta da quel pun­to in poi. E la real­tà è che vi­via­mo nell’oscu­ri­tà sen­za sapere quello che ac­ca­drà do­ma­ni».

AU­TO­RE DI CUL­TO L’ame­ri­ca­no Jeffrey Eugenides, 57 an­ni, au­to­re del­le Ver­gi­ni sui­ci­de e Midd­le­sex. Sa­rà a Col­li­sio­ni il 16 lu­glio.

Newspapers in Italian

Newspapers from Italy

© PressReader. All rights reserved.