Cac­cia­to­ri del bel­lo

C’era un tem­po in cui in una gio­iel­le­ria di New York si gi­ra­va­no film e am­mi­ra­va­no ope­re. Con lo stes­so spi­ri­to in una nuova bou­ti­que-gallery, af­fac­cia­ta sul Duo­mo di Mi­la­no, tro­va­no spa­zio ot­to gio­va­ni ar­ti­sti ita­lia­ni

Vanity Fair (Italy) - - STYLE PREZIOSO - di Cri­sti­na Man­fre­di

Da bam­bi­no ero con­vin­to che la mia ami­ca Tif­fa­ny fos­se la pro­prie­ta­ria di quel­la gran­de gio­iel­le­ria che ave­vo vi­sto nel film con Au­drey He­p­burn», di­ce sor­ri­den­do Gio Pa­sto­ri, mi­la­ne­se, clas­se 1989. Da al­lo­ra mol­te co­se so­no cam­bia­te, ai dia­man­ti pe­rò con­ti­nua a pre­fe­ri­re la car­ta e i co­lo­ri tra cui è cre­sciu­to as­sie­me ai suoi tre fra­tel­li: con i suoi col­la­ge iro­ni­ci, che cer­ca­no di co­glie­re l’es­sen­za dei sog­get­ti, ha con­qui­sta­to an­che For­bes, che l’ha in­se­ri­to tra i tren­ta ar­ti­sti un­der 30 più in­fluen­ti del 2017. Un ri­co­no­sci­men­to trop­po im­por­tan­te per non farsi no­ta­re da Tif­fa­ny & Co. – la mai­son, non la com­pa­gna di gio­chi – che l’ha in­vi­ta­to, in­sie­me con al­tri set­te crea­ti­vi, na­ti o co­mun­que at­ti­vi nel no­stro Pae­se, a col­la­bo­ra­re alla rea­liz­za­zio­ne del nuo­vo sto­re in piaz­za Duo­mo a Mi­la­no: una sor­ta di bou­ti­que-gal­le­ria d’ar­te con una col­le­zio­ne per­ma­nen­te di quin­di­ci ope­re fir­ma­te, ol­tre che da Pa­sto­ri, da Alek O., Fe­li­ce Ser­re­li, Lo­ris Cec­chi­ni, Ze­no Pe­duz­zi, Pa­trick Tut­to­fuo­co, Gian­lu­ca Fran­ze­se e Nic­co­lò Fio­ren­ti­ni. «Cer­co di co­mu­ni­ca­re il più pos­si­bi­le, nel più sem­pli­ce dei mo­di. Guar­do a chi ha fat­to della sin­te­si il suo pun­to di for­za», con­ti­nua Gio il­lu­stran­do il suo mu­ra­les, spac­ca­to e sin­te­si di una gior­na­ta che si svol­ge pro­prio nel­la piaz­za-sim­bo­lo della ca­pi­ta­le della mo­da: ac­can­to al­le gu­glie e alla Ma­don­ni­na, si riconoscono gli in­ta­gli mar­mo­rei del pa­vi­men­to della cat­te­dra­le, le con­tro­ver­se pal­me, la fac­cia­ta del Mu­seo del No­ve­cen­to e i fi­gu­ri­ni de­gli sti­li­sti. S’ispi­ra­no a Mi­la­no, o me­glio al­le sue don­ne, an­che i di­se­gni di Nic­co­lò Fio­ren­ti­ni. Il­lu­stra­to­re con la passione per i viag­gi, la cul­tu­ra pop e il sur­rea­li­smo, il gio­va­ne ita­lo-bra­si­lia­no, di­plo­ma­to alla Nuova Ac­ca­de­mia di Bel­le Ar­ti (NABA), raf­fi­gu­ra lo spi­ri­to più gla­mour della cit­tà o, co­me la de­fi­ni­sce lui, la «Dol­ce Vi­ta mi­la­ne­se». An­che se di not­te è più crea­ti­vo, è di gior­no che va a cac­cia di idee, scat­tan­do fo­to in gi­ro per la stra­de. Il su­per­mer­ca­to per lui ha lo stes­so ef­fet­to ras­si­cu­ran­te che la bou­ti­que di Tif­fa­ny & Co. sul­la Quin­ta Stra­da fa­ce­va a Au­drey/Holly nel film trat­to dal rac­con­to di Tru­man Ca­po­te. Co­me lei, un gior­no è an­da­to in ne­go­zio alla ri­cer­ca di qual­co­sa di par­ti­co­la­re: «Vo­le­vo re­ga­la­re a un’ami­ca le car­te da gio­co per­so­na­liz­za­te della mai­son e la com­mes­sa era di­ver­ti­ta dal­la mia ri­chie­sta, per­ché in po­chi co­no­sco­no que­sti prodotti di nic­chia». «In­ve­sti­re su­gli ar­ti­sti por­ta sem­pre for­tu­na», di­ce in­ve­ce Alek O., na­ta a Bue­nos Ai­res nel 1981, lau­rea­ta al Po­li­tec­ni­co di Mi­la­no e ora di ca­sa a Co­mo. Ha un de­bo­le per i di­fet­ti di tutto ciò che la cir­con­da e sin­te­tiz­za con spon­ta­nei­tà la fun­zio­ne vi­vi­fi­ca dell’ar­te, col­le­zio­nan­do og­get­ti ab­ban­do­na­ti che tra­sfor­ma in ope­re. Guan­ti, ta­vo­li, ma­glio­ni: l’aspet­to ini­zia­le dell’og­get­to e la sua rea­le pre­sen­za vi­si­va so­no strap­pa­ti via in no­me dell’astra­zio­ne. Un pro­ces­so mol­to evi­den­te nel­le scul­tu­re-tan­gram, rea­liz­za­te con il ti­pi­co tes­su­to a ri­ghe de­gli om­brel­lo­ni uti­liz­za­ti ne­gli sta­bi­li­men­ti bal­nea­ri ita­lia­ni: la scel­ta del Blu Tif­fa­ny è un chia­ro omag­gio alla mai­son, ai suoi ce­le­bri co­fa­net­ti e al ta­glio dei dia­man­ti, ri­chia­ma­to an­che dal­la for­ma geo­me­tri­ca del­le ope­re. Ope­re che, dal 12 lu­glio, gior­no d’aper­tu­ra della ter­za bou­ti­que mi­la­ne­se, sa­ran­no vi­si­bi­li da tut­ti i clien­ti della mai­son di gio­iel­li, da sem­pre stret­ta­men­te le­ga­ta al mon­do dell’ar­te. E il me­ri­to di ciò va in­na­zi­tut­to a un cer­to Louis Comfort Tif­fa­ny – o co­me lo chia­ma­va­no LCT –, fi­glio di quel Char­les Lewis che nel 1837 ha fon­da­to Tif­fa­ny & Co. Ol­tre a organizzare par­ty me­mo­ra­bi­li e a es­se­re un pit­to­re ri­spet­ta­to, il pri­mo di­ret­to­re crea­ti­vo della grif­fe new­yor­ke­se ha per­se­gui­to per tut­ta la vi­ta un so­lo obiet­ti­vo: la ri­cer­ca della bel­lez­za.

SHOP­PING BLU Un det­ta­glio della ter­za bou­ti­que di Tif­fa­ny & Co. a Mi­la­no : mil­le mq su due li­vel­li in un pa­laz­zo del 1870 con vi­sta sul­le gu­glie. Il brand è an­che a Ro­ma, Ve­ro­na, Ve­ne­zia, Fi­ren­ze e Bo­lo­gna.

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