Gli al­tri tre «ca­va­lie­ri», in bre­ve

Vanity Fair (Italy) - - Week -

GOO­GLE È (QUA­SI) DIO

La sto­ria: crea­to da due ra­gaz­zi di Stan­ford bra­vi con i nu­me­ri che rie­sco­no a in­ven­ta­re il si­to che non c’era e che al­tro non è che una pa­gi­na bian­ca con un bu­co in mez­zo in cui scri­ve­re tut­to (ma proprio tut­to) quel­lo che si de­si­de­ra, dal­le scar­pe in sal­do a co­me uc­ci­de­re il vi­ci­no di ca­sa (che ci cre­dia­te o no, è una del­le co­se più cer­ca­te). Pia­ce al ca­ver­ni­co­lo che è in noi per­ché: secondo Galloway, Goo­gle è quan­to di più vi­ci­no a Dio ci sia, og­gi, nel mon­do. Co­me Dio ri­spon­de a tut­to in mo­do im­par­zia­le e non fa di­stin­zio­ni tra i suoi fi­gli (o uten­ti). Co­sa non va: se Goo­gle è la ver­sio­ne mo­der­na e tec­no­lo­gi­ca di Dio, dob­bia­mo ri­cor­da­re che Dio, per de­fi­ni­zio­ne, non so­lo tut­to sa, ma an­che tut­to ve­de. Non c’è niente, og­gi, che si pos­sa na­scon­de­re a Goo­gle. Non so­lo. Pu­ni­sce chi non gli ub­bi­di­sce can­cel­lan­do­lo.

AP­PLE È IL FU­TU­RO

La sto­ria: al di là del­la leg­gen­da di Jobs e Woz­niak, chiu­si in un ga­ra­ge a crea­re la più red­di­ti­zia azien­da del mon­do (nel 2016 ave­va so­lo il 14,5% del mer­ca­to, ma una red­di­ti­vi­tà del 79%), Galloway spie­ga che l’idea ge­nia­le di Jobs non è sta­ta quel­la di aver «in­ven­ta­to» l’iP­ho­ne e gli al­tri de­vi­ce, ma aver­li con­ce­pi­ti co­me og­get­ti bel­li e di lus­so e aver da­to lo­ro una cat­te­dra­le, l’Ap­ple Sto­re, che è l’asso nel­la ma­ni­ca che fa­rà vi­ve­re a lun­go l’azien­da di Cu­per­ti­no (l’uni­ca che è già so­prav­vis­su­ta al suo fon­da­to­re) a dif­fe­ren­za de­gli al­tri tre. Pia­ce al ca­ver­ni­co­lo che è in noi per­ché: un di­spo­si­ti­vo Ap­ple sod­di­sfa bi­so­gni pri­ma­ri, ci ren­de più sexy e at­traen­ti. Co­sa non va: il pro­ble­ma di Ap­ple è ca­pi­re co­me cre­sce­re. Galloway con­si­glia di fon­da­re la più gran­de uni­ver­si­tà gra­tui­ta del mon­do.

AMA­ZON È UN RO­BOT

La sto­ria: Ama­zon è og­gi l’azien­da più im­por­tan­te del mon­do, non­ché il pri­mo (ine­si­sten­te) po­sto do­ve guar­dia­mo se vo­glia­mo «com­pra­re» qual­co­sa (ri­spet­to a Goo­gle, un plus non da po­co). Pia­ce al ca­ver­ni­co­lo che è in noi per­ché: una par­te di noi sen­te an­co­ra il bi­so­gno di ac­cu­mu­la­re più co­se nel mi­nor tem­po pos­si­bi­le e niente ci per­met­te di far­lo con il ri­spar­mio di tem­po ed ener­gie che ci con­sen­te la mac­chi­na per­fet­ta di Ama­zon. Co­sa non va: ave­te no­ta­to, chie­de Galloway, che non esi­sto­no fo­to dei ma­gaz­zi­ni di Ama­zon? Non è per le con­di­zio­ni di la­vo­ro, ma per i ro­bot. Ama­zon – ol­tre ad aver mo­no­po­liz­za­to le ven­di­te e po­sto se­rie que­stio­ni di pri­va­cy (ad Ale­xa, l’in­tel­li­gen­za ar­ti­fi­cia­le do­mo­ti­ca, si con­fi­da tut­to) – sta fa­cen­do per­de­re mol­tis­si­mi po­sti di la­vo­ro.

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