SI CHIA­MA CIN­DY

Vanity Fair (Italy) - - Storie - fo­to TOM­MA­SO MEI di PAO­LA JACOBBI

Sem­bra un di­vo del ci­ne­ma. Ma, an­che se da ra­gaz­zo ha fat­to il mo­del­lo, RAN­DE GER­BER in real­tà è un af­fer­ma­to im­pren­di­to­re, che fa af­fa­ri con Geor­ge Cloo­ney. E che ha spo­sa­to Cin­dy Cra­w­ford per la qua­le nu­tre «un’am­mi­ra­zio­ne scon­fi­na­ta». Sa­rà an­che per quel­lo che la se­ra, an­zi­ché usci­re, pre­fe­ri­sce pas­sar­la con lei e con un bic­chie­re di te­qui­la. Ma­ga­ri pen­san­do al­la fi­glia-star Ka­ia che fa già di­scu­te­re...

CÕè an­che un pro­fu­mo in­can­te­vo­le, ti­po fio­ri po­li­ne­sia­ni. Co­me se non ba­stas­se­ro la bel­lez­za del luo­go, la per­fe­zio­ne del tra­mon­to sull’ocea­no, la lu­ce ro­sa che inon­da la stan­za, i mo­bi­li lu­ci­di, i li­bri in fi­le or­di­na­te su­gli scaf­fa­li. Sem­bra il set di un film sui ric­chi e famosi di Ma­li­bu. Il pro­fu­mo di fio­ri po­li­ne­sia­ni vie­ne da una can­de­la mol­to chic, mi ap­pun­to la mar­ca per com­prar­me­ne una ugua­le. Il pa­dro­ne di ca­sa, 55 an­ni, sem­bra Sam She­pard al mas­si­mo del suo splen­do­re. Ha il sor­ri­so di un uo­mo che, tra l’al­tro, ha ven­du­to da po­chi me­si una del­le sue azien­de (Ca­sa­mi­gos, mar­chio di te­qui­la fon­da­to nel 2013) per una ci­fra cal­co­la­ta tra i 700 mi­lio­ni e un mi­liar­do di dol­la­ri al co­los­so bri­tan­ni­co di be­van­de al­co­li­che Dia­geo. Con­ti­nua co­mun­que a oc­cu­par­se­ne, è par­te dei mol­ti bu­si­ness del suo im­pe­ro. Ep­pu­re non ha nul­la del­lo squa­lo del­la fi­nan­za, spe­gne per­si­no il te­le­fo­no pri­ma dell’in­ter­vi­sta. E la stret­ta di ma­no è cor­dia­le, senza esi­ta­zio­ni. La di­sin­vol­tu­ra è il suo secondo no­me. Il pri­mo è Ran­de Ger­ber. Sua mo­glie si chia­ma Cin­dy Cra­w­ford, i lo­ro fi­gli Ka­ia e Pre­sley non han­no an­co­ra vent’an­ni ma so­no già mo­del­li qua­si famosi co­me la ma­dre, il suo mi­glio­re ami­co (e so­cio in af­fa­ri, in par­ti­co­la­re in quel­lo del­la te­qui­la) è un cer­to Geor­ge Cloo­ney. La per­fe­zio­ne, si di­ce, non è di que­sto mon­do, ma la vi­ta di Ran­de Ger­ber fa­reb­be sup­por­re il con­tra­rio: bel­lez­za, for­tu­na, abi­li­tà nel far de­na­ro, gu­sto per la vi­ta. Cer­ca­re un graf­fio in que­sta im­ma­gi­ne pa­ti­na­ta è tem­po per­so. Per­ché se la fa­mi­glia Cra­w­for­dGer­ber vi sem­bra un Mu­li­no Bian­co ca­li­for­nia­no è so­lo per­ché que­sta è la real­tà tri­di­men­sio­na­le che non smen­ti­sce ma con­fer­ma quel che i suoi mem­bri po­sta­no su In­sta­gram (in to­ta­le, i quat­tro han­no qua­si 7 mi­lio­ni di fol­lo­wer, in te­sta a tut­ti Ka­ia). Di Ran­de si sa po­co e lui, con to­no de­ci­so, af­fer­ma: «Non ha idea quan­to mi piac­cia que­sto ruo­lo de­fi­la­to! Un pas­so in­die­tro ri­spet­to al­le lu­ci del­la ri­bal­ta, un pun­to d’os­ser­va­zio­ne che mi fa vi­ve­re tran­quil­lo». Na­to nel Queens, New York, fi­glio del pro­prie­ta­rio di una pic­co­la azien­da di ab­bi­glia­men­to, ha due fra­tel­li – Scott e Ken­ny – che la­vo­ra­no con lui nel Ger­ber Group, im­pre­sa nel ra­mo im­mo­bi­lia­re e che a par­ti­re da­gli an­ni No­van­ta ha aper­to de­ci­ne di bar e ri­sto­ran­ti in tut­ti gli Sta­ti Uni­ti. Tut­to è ini­zia­to per­ché uno dei suoi clien­ti co­me agen­te im­mo­bi­lia­re era Ian Schra­ger, gu­ru de­gli al­ber­ghi à la pa­ge, che lo in­vi­tò a ge­sti­re i bar dei suoi ho­tel, co­me il Pa­ra­mount e il Mor­gan di New York, di­se­gna­ti da Phi­lip Starck. A un cer­to pun­to, Ger­ber e Schra­ger han­no an­che avu­to mol­to a che ri­di­re, con av­vo­ca­ti di mez­zo e tut­to il re­sto. Ma l’asce­sa di Ran­de non ne ha ri­sen­ti­to, an­zi. Da ra­gaz­zo che co­sa avreb­be vo­lu­to fa­re? «Il pro­dut­to­re di ci­ne­ma o te­le­vi­sio­ne. Mi so­no iscrit­to all’uni­ver­si­tà e ho stu­dia­to pro­du­zio­ne e mar­ke­ting. Ho an­che ef­fet­ti­va­men­te pro­dot­to un cor­to con i miei com­pa­gni di stu­di, ma niente di che». Poi c’è sta­ta la pa­ren­te­si del­la mo­da. «Sì, un agen­te di mo­del­li mi ha fer­ma­to per stra­da a New York, un clas­si­co. Ho la­vo­ra­to per un po’, la par­te mi­glio­re era­no i viag­gi in Eu­ro­pa che al­tri­men­ti non mi sa­rei po­tu­to per­met­te­re. Sa­pe­vo che si trat­ta­va di un’at­ti­vi­tà temporanea, un hob­by ben pa­ga­to. È un po’ quel­lo che sta fa­cen­do ades­so mio fi­glio Pre­sley, mi ri­ve­do mol­to in lui». In­ve­ce, Ka­ia è già una star: copertina di Vo­gue, ad­di­rit­tu­ra una cam­pa­gna di Cha­nel che sta fa­cen­do di­scu­te­re per­ché al­cu­ni la con­si­de­ra­no trop­po gio­va­ne per pub­bli­ciz­za­re que­sto mar­chio. «Lo so. Ha sem­pre vo­lu­to di­ven­ta­re una mo­del­la e né io né Cin­dy l’ab­bia­mo mai osta­co­la­ta, an­che se en­tram­bi spe­ra­va­mo che sa­reb­be suc­ces­so tra qual­che an­no. Pe­rò è an­da­ta co­sì, lei è fe­li­ce e la se­guia­mo con amo­re». Co­me vi sie­te co­no­sciu­ti lei e Cin­dy? «A un ma­tri­mo­nio, nel ’91. Lo spo­so era l’agen­te di Cin­dy e mio ami­co d’in­fan­zia. Non suc­ces­se niente tra di noi. Pe­rò di­ven­tam­mo ami­ci e ri­ma­nem­mo in con­tat­to». Pensava che fos­se al di fuo­ri del­la sua por­ta­ta? «Quel­lo, a vol­te, lo pen­so an­che og­gi (ri­de)! Ho un’am­mi­ra­zio­ne scon­fi­na­ta per mia mo­glie. La gen­te non può sa­pe­re quan­to la bel­lez­za este­rio­re di Cin­dy cor­ri­spon­da al­la sua ani­ma gen­ti­le e ge­ne­ro­sa. Ma, a quei tem­pi, era im­pe­gna­ta con un al­tro uo­mo. Sta­va con Ri­chard Ge­re, al­lo­ra. Ab­bia­mo co­min­cia­to a fre­quen­tar­ci so­lo do­po la sua se­pa­ra­zio­ne». Que­st’an­no ce­le­bra­te vent’an­ni di ma­tri­mo­nio. Glie­lo chie­de­ran­no in tan­ti: qual è il se­gre­to? «Secondo me, è l’ami­ci­zia. Quell’ami­ci­zia de­gli inizi che non è mai ve­nu­ta a man­ca­re. Non ho gran­di ri­cet­te sen­ti­men­ta­li da con­si­glia­re. Es­se­re so­li­da­li, par­la­re, con­di­vi­de­re i mo­men­ti dif­fi­ci­li e quel­li gio­io­si, la vi­ta quo­ti­dia­na». An­che le co­se no­io­se? Non so, com­pra­re un di­va­no? «Que­sto sa­lot­to lo ab­bia­mo ar­re­da­to in­sie­me, co­me tut­te le no­stre ca­se». Ci sta­te mai a ca­sa? «Oh, qua­si tut­te le se­re. Lei avrà vi­sto qual­che no­stra fo­to­gra­fia a un even­to o l’al­tro ma si trat­ta sem­pre di co­se di la­vo­ro cui non si può di­re di no, op­pu­re di co­se che ri­guar­da­no ami­ci ca­ri. Al­tri­men­ti, io so­no per la piz­za e un film a ca­sa. E un bic­chie­re

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