LI AB­BIA­MO PRO­VA­TI TUT­TI: ERA­NO 700!

«IO E GEOR­GE CI SIA­MO FAT­TI FA­RE DEI CAM­PIO­NI DI TE­QUI­LA E POI AB­BIA­MO SCEL­TO IL MI­GLIO­RE»

Vanity Fair (Italy) - - Storie -

di te­qui­la, si ca­pi­sce (ri­de)». La vo­stra Ca­sa­mi­gos, il mar­chio di te­qui­la le cui ven­di­te so­no cre­sciu­te più ve­lo­ce­men­te nel mer­ca­to, or­mai è una ca­se hi­sto­ry che si stu­dia nel­le uni­ver­si­tà. «È ini­zia­to tut­to per ca­so. Io e Geor­ge ab­bia­mo del­le ca­se di va­can­za vi­ci­ne in Mes­si­co. A lun­go ab­bia­mo be­vu­to ogni ti­po di te­qui­la pos­si­bi­le ma non tro­va­va­mo mai quel­la per­fet­ta per noi. Co­sì ci sia­mo fat­ti fa­re dei cam­pio­ni da una di­stil­le­ria. Li ab­bia­mo pro­va­ti tut­ti: era­no 700!». Pe­rò. «Quel­la è sta­ta la par­te più di­ver­ten­te. Poi ab­bia­mo mes­so in pro­du­zio­ne la te­qui­la che ci con­vin­ce­va. Ini­zial­men­te era so­lo per noi, da con­su­ma­re e re­ga­la­re agli ami­ci. Un gior­no, dal­la di­stil­le­ria ci di­co­no che stia­mo su­pe­ran­do le quan­ti­tà con­sen­ti­te per un pro­dot­to fa­mi­lia­re, dob­bia­mo pren­de­re una li­cen­za. A quel pun­to, con Geor­ge e Mi­ke (Meld­man, il ter­zo so­cio, ndr) ci sia­mo det­ti: per­ché no?». Lei e Cloo­ney sie­te di­ven­ta­ti ami­ci per­ché era clien­te di un suo lo­ca­le. Ho let­to che ci ve­ni­va­no John Tra­vol­ta, Oli­ver Sto­ne, Sla­sh dei Guns N’ Ro­ses... Co­me mai i suoi bar han­no sem­pre at­trat­to le per­so­ne fa­mo­se? «L’at­mo­sfe­ra ri­las­sa­ta, il ci­bo e le be­van­de di qua­li­tà. E la di­scre­zio­ne, si ca­pi­sce». Al­lo­ra è ve­ro che una ca­me­rie­ra fu li­cen­zia­ta per­ché an­dò a rac­con­ta­re al New York Po­st i det­ta­gli di una se­ra­ta mo­vi­men­ta­ta? «Non scen­de­rò nei det­ta­gli, ma più o me­no è an­da­ta co­sì. Per me è sem­pre sta­to im­por­tan­te da­re ai clien­ti la cer­tez­za di un rap­por­to di fi­du­cia. Nei miei lo­ca­li de­vo­no sen­tir­si pro­tet­ti da ogni in­va­sio­ne di pri­va­cy, è un va­lo­re trop­po im­por­tan­te, og­gi più che mai». Ha una fa­mi­glia splen­di­da, ha fat­to af­fa­ri, vi­ve qui da­van­ti all’ocea­no. Che co­sa vuo­le di più? «Ogni tan­to pen­so di an­da­re in pen­sio­ne. A vol­te, in­ve­ce, vor­rei met­ter­mi a pro­dur­re film, quel­lo che de­si­de­ra­vo da ra­gaz­zo. Chis­sà che, pri­ma o poi, non lo fac­cia».

Il gior­no do­po ho cer­ca­to il mio ap­pun­to sul­la can­de­la pro­fu­ma­ta ma non l’ho più tro­va­to. For­se non è mai esi­sti­to. For­se il sim­pa­ti­co Ran­de Ger­ber, il tra­mon­to a Ma­li­bu e la fa­mi­glia ge­ne­ti­ca­men­te più for­tu­na­ta del mon­do li ho so­lo so­gna­ti. Non pos­so­no es­se­re ve­ri.

TEM­PO DI LET­TU­RA PRE­VI­STO: 9 MI­NU­TI In que­sta pa­gi­na: giac­ca, Le­vi’s. T-shirt, Fra­me De­nim. Pagg. 72-73: giac­ca, Er­me­ne­gil­do Ze­gna. Po­lo, Bru­nel­lo Cu­ci­nel­li. Oc­chia­li da so­le, Cu­tler and Gross. Pan­ta­lo­ni, Isa­ia. Groo­ming Che­ri Kea­ting.

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