IO SO­NO NA­TO NEL 1953

«LA VI­TA È DI­VEN­TA­TA UNA COR­SA AL­LA GIO­VI­NEZ­ZA,

Vanity Fair (Italy) - - Storie -

E GIO­VA­NE NON SO­NO PIÙ»

Gio­va­ne è sta­to an­che lei. «Ero pre­da del­le idee de­gli al­tri. Og­gi os­ser­vo i miei fi­gli e mi pa­re ab­bia­no una vi­sio­ne del mon­do più per­so­na­le di quel­la che ave­vo io. A vent’an­ni af­fron­ti la vi­ta a sen­so uni­co. Cor­ri in sa­li­ta o in di­sce­sa, ma ver­so un’uni­ca di­re­zio­ne. Poi il tem­po pas­sa e ca­pi­sci che la stra­da non è un sen­so uni­co, ma ha al­me­no due cor­sie. E che esi­ste quin­di qual­cu­no che ti vie­ne in­con­tro, qual­cu­no che ti vie­ne ad­dos­so e qual­cu­no che ti su­pe­ra». E que­sta con­sa­pe­vo­lez­za co­sa of­fre? «Il pri­vi­le­gio del­la tran­quil­li­tà. L’esi­sten­za è di­ven­ta­ta una cor­sa iste­ri­ca a sem­bra­re gio­va­ni a qual­sia­si età. Io gio­va­ne non so­no più per­ché dal 1953 è pas­sa­to tan­to tem­po. La vi­ta non la fer­mi in una fo­to­gra­fia. Ha sen­so sol­tan­to per­ché tra­scor­re». La pri­ma fo­to­gra­fia del­la sua vi­ta? «For­se i di­se­gni di mio pa­dre. Mo­li­sa­no, si era tra­sfe­ri­to a Ro­ma in gio­ven­tù per la­vo­ra­re co­me im­pie­ga­to. Con noi ave­va un rap­por­to di amo­re istin­ti­vo: car­na­le, ani­ma­le­sco, ru­vi­do. Più fe­li­ce e strug­gen­te con i miei fra­tel­li che con me. Ero l’ul­ti­mo fi­glio, lui era mol­to an­zia­no. Era pro­fon­da­men­te di­ver­so e lon­ta­no da me. No­no­stan­te que­sto, un qual­che ta­len­to ar­ti­sti­co de­ve aver­me­lo pas­sa­to. Can­ta­va spes­so, ar­ran­gia­va can­zo­ni con la chi­tar­ra e co­me le di­ce­vo, fa­ce­va le ca­ri­ca­tu­re. Ca­ri­ca­tu­re ge­nia­li». Co­sa di­se­gna­va? «Col­le­ghi d’uf­fi­cio so­prat­tut­to. Tor­na­va con il suo cu­mu­lo di fo­gli, ce li mo­stra­va. Era il suo mo­do di pren­de­re in gi­ro gli al­tri, ma an­che di co­no­scer­li e rac­con­tar­ci il suo pun­to di vi­sta sul mon­do». Per un at­to­re è più dif­fi­ci­le non di­ven­ta­re la ca­ri­ca­tu­ra di se stes­so? «As­so­lu­ta­men­te sì. Ho fat­to l’at­to­re per tut­ta la vi­ta e ho ca­pi­to tar­di che re­ci­ta­re era sol­tan­to un mo­do di sfug­gi­re a quel­la con­dan­na. Per non es­se­re la ca­ri­ca­tu­ra di me stes­so ho do­vu­to in­dos­sa­re le ca­ri­ca­tu­re de­gli al­tri. So­no sta­to pro­tet­to dal­le sto­rie in­ven­ta­te e scrit­te per me. Mi so­no in­fi­la­to le ma­sche­re e so­no pas­sa­to in­den­ne at­tra­ver­so i de­cen­ni». Esi­ste un se­gre­to? «Ho sem­pre pen­sa­to che per fa­re be­ne il mio la­vo­ro bi­so­gnas­se di­sprez­zar­lo al­me­no un po’. Se rie­sci a di­sprez­zar­ne la na­tu­ra in­trin­se­ca, quel­la di es­se­re sem­pre a di­spo­si­zio­ne di mon­di poetici im­ma­gi­na­ti da al­tri, rie­sci a sop­por­ta­re me­glio la re­go­la del gio­co. L’og­get­ti­va con­di­zio­ne di su­bor­di­na­zio­ne». Cos’al­tro ser­ve? «Un’in­ten­zio­ne pen­san­te. Pur non es­sen­do per for­tu­na mai sta­to uno che rom­pe­va i co­glio­ni ai re­gi­sti, ho sem­pre ten­ta­to di ave­re un mio pun­to di vi­sta sul­le co­se». Quan­to è cam­bia­to il suo pun­to di vi­sta dal gior­no dell’esor­dio? «Se non fos­se cam­bia­to og­gi fa­rei al­tro. Og­gi fac­cio con di­ver­ti­men­to as­so­lu­to un me­stie­re che so­lo quin­di­ci an­ni fa, per stu­pi­di pru­ri­ti e scioc­chi pu­do­ri, af­fron­ta­vo con me­no tran­quil­li­tà. Era an­co­ra l’età dell’am­bi­zio­ne». Co­me so­no sta­ti gli an­ni dell’am­bi­zio­ne? «So­no sta­ti gli an­ni del­la ne­vro­si e di una cer­ta iste­ria in par­te af­fa­sci­nan­te. Gli an­ni del de­si­de­rio di ot­te­ne­re qual­co­sa, di rag­giun­ge­re un obiet­ti­vo, di ac­qui­si­re ciò che chia­mia­mo suc­ces­so, po­te­re o au­to­re­vo­lez­za. Ne­gli an­ni dell’am­bi­zio­ne ti os­ser­vi dall’ester­no e il tuo cen­tro è sem­pre

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