Cor­teg­gia­te­mi ven­go da un’al­tra epo­ca

Ha re­ci­ta­to in Ita­lia e ne­gli Sta­ti Uni­ti, og­gi la ve­dia­mo al ci­ne­ma e in tea­tro. Nel la­vo­ro FRAN­CE­SCA INAU­DI ha pre­so, co­me le rac­co­man­da­va Stre­hler, il vo­lo. Ma nel­la vi­ta pri­va­ta...

Vanity Fair (Italy) - - Vanity in Scena - di LAVINIA FARNESE fo­to RIC­CAR­DO GHI­LAR­DI

In­tor­no,chias­so di bam­bi­ni fuo­ri da una ge­la­te­ria, agi­ta­ti da in­con­te­ni­bi­le ec­ci­ta­zio­ne. Uno cor­re e ur­la con il co­no tra­bal­lan­te tra le ma­ni, l’al­tro è im­brat­ta­to di cioc­co­la­ta sciol­ta dal­le guan­ce al­la sa­lo­pet­te, un ter­zo in­ciam­pa ti­ran­do­si die­tro il di­stri­bu­to­re di ca­ra­mel­le. Le ma­dri s’af­fret­ta­no, s’in­gi­noc­chia­no, fan­no in­cet­ta di to­va­glio­li e stri­glia­te, e con Fran­ce­sca Inau­di pro­via­mo in­ve­ce quel­la sen­sa­zio­ne di li­ber­tà un po’ or­go­glio­sa che sa­le den­tro a mo’ di tran­quil­lan­te in quel­le «ra­gaz­ze di una cer­ta età» (fa­scia 34-40) «senza an­co­ra fi­gli». Che in quell’«an­co­ra» pos­sia­mo pe­rò, an­co­ra ap­pun­to, an­che al­zar­ci, spo­star­ci più in là e, pa­dro­ne so­lo di noi stes­se, re­sti­tuir­ci un si­len­zio in cui ri­co­min­cia­re ad ascol­tar­ci, ad­di­rit­tu­ra di­ver­tir­ci in un gio­co. Quel­lo, per esem­pio, di apri­re la scher­ma­ta di Goo­gle e sco­pri­re che le pri­me pa­ro­le che le per­so­ne scri­vo­no af­fian­co al suo no­me nel­la strin­ga cui ogni gior­no af­fi­dia­mo le no­stre do­man­de in cer­ca di ri­spo­ste so­no: «Quan­ti an­ni ha». «Qua­ran­ta, ma non mi cre­de nes­su­no. Pro­ce­do be­ne­det­ta da­gli dei, da buo­ni ge­ni e da due non­ne e una mam­ma che mi han­no da­to una bel­la pel­le. Fi­ni­sce co­sì che a vol­te me ne sen­to 100 e al­tre 16: 100 nel­la mia di­men­sio­ne ne­ces­sa­ria di so­li­tu­di­ne as­so­lu­ta ed esclu­si­va, di uno spa­zio d’aria da re­spi­ra­re con me stes­sa e nes­sun al­tro; 16 per il rap­por­to con il mio cor­po, con gli uo­mi­ni a trat­ti, con le ami­ci­zie. E, quan­do so­no for­tu­na­ta, con il mio la­vo­ro».

Un la­vo­ro da at­tri­ce che og­gi la por­ta a tea­tro, La ve­do­va scal­tra di Carlo Gol­do­ni («Una don­na che nel 1748 rom­pe con il pas­sa­to e au­to­de­ter­mi­na il proprio de­sti­no: de­ci­den­do il ma­ri­to che vuo­le, im­po­nen­do que­sta scel­ta al pa­dre, usan­do la se­du­zio­ne con in­tel­li­gen­za»). E al ci­ne­ma, in Suc­ce­de di Fran­ce­sca Maz­zo­le­ni («Do­ve, mam­ma im­bra­na­ta, mi de­vo far aiu­ta­re da mio fi­glio a ri­sol­ve­re un gua­io: ho man­da­to mie fo­to, nu­da, a uno che me le chie­de­va in una chat, e ora ho pau­ra di es­se­re ri­cat­ta­ta. Gaf­fe che in ve­ri­tà non po­treb­be mai ac­ca­der­mi: in me val­go­no cor­teg­gia­men­ti d’al­tre epo­che»). Il la­vo­ro la por­ta an­che a viag­gia­re tra l’Ita­lia e l’Ame­ri­ca, do­ve ha re­ci­ta­to con Tom Hanks (In­fer­no, 2016) e per Rid­ley Scott (Tut­ti i sol­di del mon­do, 2017): «Ho la car­ta ver­de e mi di­vi­do fe­li­ce­men­te tra Ro­ma e Los An­ge­les per­ché mi pia­ce al­za­re l’asti­cel­la, tro­va­re nuo­vi sti­mo­li, sfi­dar­mi den­tro un oriz­zon­te più am­pio e va­rio. Sin da pic­co­la quan­do la mia in­fan­zia in cam­pa­gna, so­li­ta­ria, ri­fles­si­va, nei dintorni di Sie­na era di­stur­ba­ta da un’os­ses­sio­ne in te­sta, il Pic­co­lo di Mi­la­no». Lo di­ven­te­rà, al­lie­va di Gior­gio Stre­hler. «Con­ser­vo una sua let­te­ra: “Com­pli­men­ti. Ades­so pe­rò tor­na a scuo­la, con l’or­go­glio di es­se­re qui e l’umil­tà ne­ces­sa­ria al me­stie­re dell’ar­ti­gia­no. Se non hai ter­ra, non c’è cie­lo. Se non hai ra­di­ci, non vo­li”. E con­ser­vo l’ina­de­gua­tez­za di al­lo­ra. Mi ve­ni­va da una ti­mi­dez­za for­tis­si­ma: l’ho cu­ra­ta, e og­gi è la mia con­vi­ven­te, for­ma la mia de­li­ca­tez­za che di bel­lo ha – den­tro – il po­ter­la vin­ce­re, su­pe­rar­la, scio­glier­la. Nell’iro­nia».

Il secondo ter­mi­ne più di­gi­ta­to vi­ci­no al suo no­me (istan­ta­nea di ciò cui la gen­te è più in­te­res­sa­ta sul suo con­to, la in­for­mo) è «com­pa­gno»: «Ho sem­pre de­fi­ni­to co­sì per­si­no mio ma­ri­to (nel 2009 ha spo­sa­to il col­le­ga An­drea Gat­ti­no­ni, ndr). Non per vel­lei­tà fem­mi­ni­sta o co­mu­ni­sta. Né per qual­si­vo­glia par­ti­to pre­so. Sem­pli­ce­men­te per­ché pen­so sia la pa­ro­la più adat­ta a ri­trar­re chi ci ac­com­pa­gna per la stra­da in un mo­men­to. In que­sto mo­men­to, chi mi ac­com­pa­gna per la stra­da è Fran­ce­sca Inau­di».

Il ter­zo è «fi­gli», e tor­nia­mo al pun­to di par­ten­za. «Nel­la vi­ta ognu­no non ha che i li­mi­ti che gli im­po­ne il pen­sie­ro. Nel­la mia c’è quel­lo che se un bam­bi­no do­ve­va o do­vrà ve­ni­re, lo avreb­be fat­to o lo fa­rà na­tu­ral­men­te. Da so­la, fi­no a pro­va con­tra­ria, non mi pos­so ri­pro­dur­re. Se non è sta­to e non è, non sa­rà». In pa­ce con l’idea? «No. Ma pro­vo a di­re che ci sto. “De­si­de­ra­re e pren­de­re, vo­le­re e ot­te­ne­re”, sen­ten­zia su un pal­co­sce­ni­co dal Set­te­cen­to la mia Ro­sau­ra, “non è la stes­sa co­sa”. E io le cre­do».

TEM­PO DI LET­TU­RA PRE­VI­STO: 6 MI­NU­TI

Newspapers in Italian

Newspapers from Italy

© PressReader. All rights reserved.