UNA NON­NA

E IO FRA DI VOI: I DUB­BI DI

Vanity Fair (Italy) - - Il Postino - Ca­ro Mas­si­mo,

70 an­ni, non­na di una ven­tu­nen­ne che ado­ro, il mio «pro­ble­ma» è mia fi­glia. Io so­no sta­ta una mam­ma gio­va­ne e mol­to ea­sy, trop­po evi­den­te­men­te: po­chis­si­ma cu­ci­na, or­di­ne mi­ni­ma­le, li­ber­tà as­so­lu­ta. Con il pa­dre di mia fi­glia ci sia­mo la­scia­ti pre­sto, senza gran­di pro­ble­mi, do­po­di­ché uo­mi­ni ne ho avu­ti, ma le­ga­mi non ne ho cer­ca­ti. Mia ni­po­te, nel suo sim­pa­ti­co gi­ro­ton­do di ra­gaz­zi e amo­ret­ti, pie­na di ami­che e di cu­rio­si­tà, mi ri­cor­da co­me ero io a quell’età. E co­me sua ma­dre non è. Mia fi­glia in­fat­ti la amo mol­tis­si­mo ma – co­me di­re – non la ri­co­no­sco: è il ge­ne­re da at­ten­ti al pa­vi­men­to e cap­pot­ti­no buo­no. Ha scel­to di non la­vo­ra­re, spo­san­do un uo­mo be­ne­stan­te, e vor­reb­be che la fi­glia se­guis­se la stes­sa stra­da. Lo so che una non­na non do­vreb­be in­tro­met­ter­si, ma que­sta ra­gaz­za in con­ti­nua ten­sio­ne con la mam­ma mi met­te una gran­de tri­stez­za. Per­ché ro­vi­nar­si co­sì la vi­ta? —GIO La sag­gez­za po­po­la­re con­si­glia di non met­te­re il di­to tra mo­glie e ma­ri­to, ma il sug­ge­ri­men­to do­vreb­be esten­der­si a tut­ti i rap­por­ti vi­sce­ra­li, co­me si­cu­ra­men­te è quel­lo tra una ma­dre e una fi­glia. La tua ni­po­te ado­ra­ta, in cui pro­iet­ti chia­ra­men­te te stes­sa, è di­ver­sis­si­ma da sua ma­dre e ve­de nel­la non­na un ap­pog­gio. La que­stio­ne pe­rò ruo­ta in­tor­no al rap­por­to più pro­fon­do e to­ta­liz­zan­te che esi­sta, an­che quan­do è con­tra­sta­to: il le­ga­me tra un ge­ni­to­re e la sua crea­tu­ra. I non­ni gio­ca­no un ruo­lo fon­da­men­ta­le. So­no pun­ti di ri­fe­ri­men­to, non­ché suc­ce­da­nei del­le ba­by-sit­ter e ul­ti­ma­men­te an­che del­la cas­sa de­po­si­ti e pre­sti­ti. Ma non pos­so­no mai es­se­re suc­ce­da­nei di un pa­dre o di una ma­dre. Non se quel pa­dre e quel­la ma­dre so­no pre­sen­ti. Nel tea­tro del­la vi­ta ognu­no è chia­ma­to a ri­co­pri­re il proprio ruo­lo. Ec­co, men­tre la scrivo, mi ac­cor­go che que­sta sem­pli­ce ve­ri­tà sem­bra es­se­re pas­sa­ta di mo­da. Ab­bia­mo pa­dri che si tra­ve­sto­no da ami­ci dei fi­gli e ma­dri che si at­teg­gia­no a so­rel­le mag­gio­ri, men­tre nel­le mo­der­ne fa­mi­glie mul­ti­stra­to i se­con­di ma­ri­ti del­le ma­dri (e le se­con­de mo­gli dei pa­dri) si ar­ra­bat­ta­no a fa­re i ge­ni­to­ri dei fi­gli de­gli al­tri cer­can­do di non so­vrap­por­si ai le­git­ti­mi ti­to­la­ri. In que­sto sim­pa­ti­co guaz­za­bu­glio è sem­pre ras­se­re­nan­te ri­por­ta­re al­la lu­ce qual­che cer­tez­za. Una non­na non è una ma­dre. Ha com­pi­ti di sup­por­to, aiu­to e me­dia­zio­ne, che non de­vo­no in­tac­ca­re l’area di com­pe­ten­za dei ge­ni­to­ri. Den­tro di te sai benissimo che in­tro­met­ter­si nel­la lo­ro re­la­zio­ne fa­reb­be più dan­no che al­tro. La ten­sio­ne tra ma­dre e fi­glia ri­schie­reb­be di de­ge­ne­ra­re proprio se tu pren­des­si aper­ta­men­te le par­ti di una del­le due o se, al con­tra­rio, de­ci­des­si aper­ta­men­te di di­sin­te­res­sar­te­ne. Non ho ti­to­lo per dar­ti consigli, ma pen­so che do­vre­sti con­ti­nua­re a es­se­re quel­lo che sei sta­ta si­no­ra: una non­na per tua ni­po­te e una ma­dre per tua fi­glia. Non la ma­dre per­fet­ta, ma la mi­glio­re pos­si­bi­le. Ogni don­na ha un ap­proc­cio di­ver­so al­la ma­ter­ni­tà e tua fi­glia ne ha scel­to uno si­cu­ra­men­te di­ver­so dal tuo. La vi­ta che si è co­strui­ta sem­bra una rea­zio­ne po­ten­te e con­tra­ria al tuo mo­do di es­se­re. Se tu en­tras­si a gam­ba te­sa in que­sto con­tra­sto po­treb­be sen­tir­si schiac­cia­ta, aven­do l’uni­ca col­pa di es­se­re di­ver­sa da te. Al con­tra­rio, se tu ti sfi­las­si, tua ni­po­te si sen­ti­reb­be pri­va­ta dell’uni­ca per­so­na in cui rie­sce a spec­chiar­si e a ve­de­re un mo­del­lo per se stes­sa. Fos­si in te, con­ti­nue­rei a es­se­re sua com­pli­ce, senza to­glier­le il pe­so, e for­se an­che il gu­sto, di com­bat­te­re da so­la per le pro­prie scel­te. Nel­le que­stio­ni di­plo­ma­ti­che un buon me­dia­to­re può tra­sfor­mar­si in ri­so­lu­to­re, se sa gio­ca­re be­ne le sue car­te. Tua ni­po­te ha il diritto di ave­re la vi­ta che de­si­de­ra, senza sen­tir­si ob­bli­ga­ta a ri­cal­ca­re quel­la di sua ma­dre. Da co­me la de­scri­vi, poi, non sem­bra esat­ta­men­te una ra­gaz­za in­cli­ne a ub­bi­di­re in si­len­zio. Se ti as­so­mi­glia an­che so­lo la me­tà di quel­lo che cre­di, tua fi­glia non po­trà mai con­vin­cer­la a per­cor­re­re la stra­da del­la ca­sa­lin­ga per­fet­ta che ha scel­to per sé. Tu e tua fi­glia, d’al­tron­de, fa­te lo stes­so da una vi­ta: vi ama­te, ma con­ti­nuan­do ognu­na a or­bi­ta­re nel­la pro­pria ga­las­sia di scel­te. Per­ché tra lei e tua ni­po­te do­vreb­be an­da­re di­ver­sa­men­te? L’amo­re tro­va sem­pre un mo­do.

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