«PO­TE­VO GUAR­DA­RE LA MIA DE­PRES­SIO­NE, MA NON ERO PIÙ IO»

Vanity Fair (Italy) - - Storie -

ma non fun­zio­na­va. Al­lo­ra ha con­tat­ta­to Nutt ed è en­tra­to nel pro­get­to. Mi de­scri­ve i due espe­ri­men­ti, con­dot­ti in una stan­za di ospe­da­le cui era­no sta­te ag­giun­te lu­ci e pan­nel­li per far­la sem­bra­re ac­co­glien­te e an­che un po’ mi­sti­ca. En­tram­be le vol­te c’era­no al­tre due o tre per­so­ne con lui. All’ini­zio ha pro­va­to un’«an­sia tre­men­da», ma l’at­mo­sfe­ra lo ha cal­ma­to e poi gli so­no sta­te da­te un pa­io di pil­lo­le da 5 mg in una cio­to­la di ter­ra­cot­ta, «co­me un sa­cra­men­to». Chi sor­ve­glia­va l’espe­ri­men­to gli ha det­to di non par­la­re e la­scia­re «che le co­se ac­ca­des­se­ro». Pri­ma ha vi­sto una scia scin­til­lan­te che com­po­ne­va pa­ro­le nell’aria che «sa­pe­va» es­se­re in san­scri­to. Poi, con le cuf­fie al­le orec­chie, la mu­si­ca ha gui­da­to l’espe­rien­za. È di­ven­ta­to ge­li­do, quin­di nuo­va­men­te cal­do, si è sen­ti­to co­me se vo­las­se via tra le nu­vo­le e do­po co­me un ru­scel­lo che scor­re­va «per unir­si a un gran­de fiu­me», in­fi­ne co­me una gros­sa mas­sa d’ac­qua. Du­ran­te la se­con­da espe­rien­za, con una do­se mag­gio­re, ha viag­gia­to den­tro un ca­lei­do­sco­pio «a 200 all’ora»; quan­do la mu­si­ca è di­ven­ta­ta tri­ste, è tor­na­to al­la ma­dre e al mo­men­to in cui mo­ri­va di en­fi­se­ma, e lì è riu­sci­to a ve­de­re che «il mio do­lo­re era un’ul­ce­ra. Po­te­vo la­sciar­lo an­da­re, sen­za la­sciar an­da­re lei». Non ave­va più bi­so­gno di quel do­lo­re. Da al­lo­ra, Craig ha avu­to al­ti e bas­si di umo­re, ma non è più sta­to de­pres­so. So­nia, 39 an­ni, ma­dre sin­gle che ha vis­su­to una se­pa­ra­zio­ne com­pli­ca­ta, era an­che lei gra­ve­men­te de­pres­sa. In­gras­sa­ta, non riu­sci­va più a la­vo­ra­re. Nes­sun far­ma­co fun­zio­na­va e al­la fi­ne il me­di­co di ba­se le ha sug­ge­ri­to di par­te­ci­pa­re al pro­gram­ma te­ra­peu­ti­co dell’Im­pe­rial. So­nia ha avu­to ri­sul­ta­ti straor­di­na­ri. La pri­ma se­du­ta per lei era sta­ta una de­lu­sio­ne. Era agi­ta­ta, ir­ri­ta­ta dal­la mu­si­ca e da chi sor­ve­glia­va l’espe­ri­men­to. La se­con­da se­du­ta è sta­ta di­ver­sa. «Ho vi­sto let­te­ral­men­te la mu­si­ca. Era chia­ris­si­ma, crea­va dei mo­ti­vi geo­me­tri­ci e poi ani­ma­li fia­be­schi co­me i dra­ghi. Poi ho sen­ti­to che era co­me se ab­ban­do­nas­si del tut­to il mio cor­po. Po­te­vo ve­de­re che la mia de­pres­sio­ne era una co­sa che mi af­flig­ge­va, ma non ero più io. Po­te­vo an­da­re ovun­que vo­les­si. Non do­ve­vo più es­se­re de­pres­sa». E da al­lo­ra? «È co­me se qual­cu­no mi aves­se re­set­ta­to il cer­vel­lo. Mi ha cam­bia­ta del cen­to per cen­to. So­no di­ven­ta­ta mol­to più so­cie­vo­le. Ho de­ci­so di iscri­ver­mi in pa­le­stra. So­no pas­sa­ta dal­la ta­glia 48 al­la 40. Ho ri­pre­so a la­vo­ra­re e rie­sco a in­te­ra­gi­re con il mio ex com­pa­gno». L a teo­ria di Ca­rhart-Har­ris è che la dro­ga rie­sce a spe­gne­re la «mo­da­li­tà di fun­zio­na­men­to pre­de­fi­ni­ta» del cer­vel­lo, «una co­stel­la­zio­ne di re­gio­ni che oc­cu­pa­no la li­nea me­dia­na del cer­vel­lo: un si­ste­ma in­cre­di­bi­le che con­su­ma mol­ta più ener­gia ed è mol­to più in­ter­con­nes­so di qual­sia­si al­tro po­sto all’in­ter­no del cer­vel­lo. Le fun­zio­ni as­so­cia­te a que­sto si­ste­ma so­no di li­vel­lo par­ti­co­lar­men­te al­to e pre­su­mi­bil­men­te spe­ci­fi­co del­la spe­cie, nel sen­so che so­lo gli es­se­ri uma­ni so­no in gra­do di fa­re il ti­po di co­se che que­sto si­ste­ma sem­bra per­met­te­re». Que­sta mo­da­li­tà di con­trol­lo, «il can­di­da­to più pro­ba­bi­le co­me sub­stra­to bio­lo­gi­co dell’io all’in­ter­no del cer­vel­lo», crea le scor­cia­to­ie ne­ces­sa­rie per un fun­zio­na­men­to ra­pi­do, ed è tem­po­ra­nea­men­te in­ter­rot­to dal­le so­stan­ze psi­che­de­li­che. Il che ren­de pos­si­bi­li per­ce­zio­ni di­ver­se. Af­fa­sci­na­to, ho fat­to do­man­da per par­te­ci­pa­re a uno dei fi­ne set­ti­ma­na di ri­ti­ro del­la So­cie­tà Psi­che­de­li­ca in Olan­da, do­ve man­gi ci­bo ve­ga­no, la­vo­ri sul re­spi­ro e in­gol­li del­la psi­lo­ci­bi­na, in com­pa­gnia di «fa­ci­li­ta­to­ri esper­ti». Ma mia mo­glie Sa­rah, ci­tan­do un epi­so­dio di psi­co­si che set­te an­ni fa mi ha fat­to fi­ni­re in ospe­da­le, è sta­ta co­sì ir­re­mo­vi­bi­le nel proi­bir­mi di an­da­re che non fa­rò più do­man­da. Non so­no uno scien­zia­to, non so spie­ga­re per­ché le al­lu­ci­na­zio­ni si ve­ri­fi­ca­no nel mo­do in cui si ve­ri­fi­ca­no, non più di quan­to sap­pia spie­ga­re il con­te­nu­to dei so­gni. C’è qual­co­sa lì den­tro, e di que­sto so­no cer­to. E co­me Ro­bin Ca­rhart-Har­ris, mi pia­ce­reb­be sa­per­ne di più. L’istin­to mi di­ce che tra qua­rant’an­ni use­re­mo le so­stan­ze psi­che­de­li­che a sco­pi sia me­di­ci che ri­crea­ti­vi. [tra­du­zio­ne di Ti­zia­na Lo Por­to]

GRUP­PO DI LA­VO­RO Ca­rhart-Har­ris con una col­la­bo­ra­tri­ce, Bru­na Gi­ri­bal­di: il suo team di ri­cer­ca all’Im­pe­rial Col­le­ge è com­po­sto da 33 scien­zia­ti.

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