CRE­DO SO­LO NEL­LA LU­CI­DA FOL­LIA

Vanity Fair (Italy) - - Storie - di RAFFAELE PANIZZA fo­to MAXIME BALLESTEROS

«Ai tem­pi ero una punk e mi ri­bel­la­vo, ora ec­co­mi qui, do­po aver fat­to il gi­ro com­ple­to». La can­tan­te in­gle­se, pe­rò, non ha per­so il gu­sto per la pro­vo­ca­zio­ne e sa co­me ca­la­mi­ta­re l’at­ten­zio­ne. An­che par­lan­do del fi­glio «mi­ste­rio­so». Che in­co­rag­gia con un con­si­glio

Pa­lo­ma Fai­th vuo­le par­la­re in ita­lia­no, par­te con­vin­ta, poi s’in­cep­pa in un con­giun­ti­vo e la­scia sta­re a ma­lin­cuo­re. Dol­cis­si­ma e mi­nu­sco­la, pro­fu­ma­ta e car­na­le, ri­de col ru­mo­re del­le per­li­ne quan­do ca­do­no a ter­ra, s’in­fi­la in boc­ca i na­chos sen­za pre­oc­cu­par­si di ma­sti­ca­re con ele­gan­za, si com­por­ta da di­va, è con­cen­tra­ta, sva­ni­ta, li­be­ra. Nel back­sta­ge del Park Ca­fé di Mo­na­co di Ba­vie­ra sta per sa­li­re sul pal­co di Gior­gio’s, se­ra­ta ce­le­bra­ti­va ed esclu­si­va de­di­ca­ta a Gior­gio Ar­ma­ni, che in cit­tà ha ap­pe­na rin­no­va­to e ria­per­to il ne­go­zio di Ma­xi­mi­lian­stras­se. «Mio pa­dre era os­ses­sio­na­to dal suo sti­le e cer­ca­va sem­pre di far­me­lo ap­prez­za­re. Ai tem­pi ero una punk e mi ri­bel­la­vo, men­tre ora ec­co­mi qui, do­po aver fat­to il gi­ro com­ple­to». Tren­ta­set­te an­ni e uni­ca ere­de del pop-soul in­gle­se al­la Amy Wi­ne­hou­se, an­che at­tri­ce e dan­za­tri­ce, ag­ghin­da­ta con piu­me e co­lo­ri fluo ma sta­se­ra mi­ni­ma­li­sta nel suo ne­ro ita­lia­no, Pa­lo­ma è una crea­tu­ra «ina­dat­ta» (è lei a dir­lo) e mi­ste­rio­sa: «Un co­reo­gra­fo mi dis­se: tu non puoi star nel grup­po, per­ché il pub­bli­co guar­de­reb­be so­lo te. Ma non puoi nep­pu­re star da­van­ti, per­ché sei tutt’al­tro che per­fet­ta. Il tuo ta­len­to? Sei la mi­glio­re a ca­la­mi­ta­re l’at­ten­zio­ne su di sé». Ora che è ma­dre, sen­te que­sti abi­ti più adat­ti al suo ruo­lo? «No, in me­ri­to non sen­to con­di­zio­na­men­to al­cu­no: con­ti­nue­rò a es­se­re ca­ma­leon­ti­ca e ad ap­proc­cia­re la mo­da con hu­mour. Co­me in­se­gna An­to­nin Ar­taud, in­ter­pre­tia­mo tut­ti una par­te e l’abi­to è so­lo un co­stu­me di sce­na». E in qua­le sce­na s’im­ma­gi­na, ades­so? «Men­tre cam­mi­no su­gli Champs-Ély­sées, chic sen­za sfor­zo al­cu­no. Una po­st-Lo­li­ta, in­qua­dra­ta da Jean-Luc Go­dard». Per­ché ha pre­so po­si­zio­ne con­tro l’uso di pel­li e pel­lic­ce nel fa­shion? «Per­ché non cre­do ai be­ni di con­su­mo rea­liz­za­ti col do­lo­re del­le crea­tu­re sen­zien­ti». È ri­ma­sta scioc­ca­ta da suo non­no, che in cam­pa­gna le uc­ci­de­va gli ani­ma­li da­van­ti agli oc­chi? «Nien­te af­fat­to. Non so­no ve­ge­ta­ria­na, non cre­do che gli ani­ma­li non va­da­no uc­ci­si in nes­sun ca­so, gli uo­mi­ni man­gia­no car­ne e ri­ten­go che la ca­te­na ali­men­ta­re sia più im­por­tan­te dell’ideo­lo­gia. Non­no li fa­ce­va cre­sce­re li­be­ri e per ab­bat­ter­li do­ve­va far fa­ti­ca: io stes­sa lo farei, se la si­tua­zio­ne lo ri­chie­des­se. Ma una bor­set­ta, no». È ve­ro che in pie­na ma­ter­ni­tà il com­mer­cia­li­sta le con­si­gliò di ri­met­ter­si a la­vo­ra­re per­ché i sol­di scar­seg­gia­va­no? «Ve­ris­si­mo». Que­sto ri­met­te in di­scus­sio­ne l’im­ma­gi­na­rio stes­so le­ga­to al­la ce­le­bri­tà. «Va let­to nel con­te­sto: avrei po­tu­to smet­te­re, ma avrei do­vu­to cam­bia­re abi­tu­di­ni e te­no­re ge­ne­ra­le. E non ave­vo in­ten­zio­ne di far­lo». Spen­de mol­to? «Non per gli og­get­ti, quan­to per lo sti­le di vi­ta: viag­gi e ci­bo in par­ti­co­la­re. Ado­ro l’in­te­rior de­si­gn e tut­ti pen­sa­no che per ar­re­da­re ca­sa ab­bia spe­so fol­lie, e in­ve­ce com­pro tut­to ai mer­ca­ti­ni e su eBay. In fon­do i de­si­gner non fan­no al­tro che co­pia­re il pas­sa­to: io ac­qui­sto vin­ta­ge, co­sì mi met­to in ca­sa l’ori­gi­na­le». Ma lei ha co­no­sciu­to il ma­le? A guar­dar­la, qua­si non si di­reb­be. «Pur­trop­po è il con­tra­rio. Ciò che ve­de è il ri­sul­ta­to di una com­pen­sa­zio­ne, di un pro­ces­so adat­ti­vo. Pa­lo­ma Fai­th è una stra­te­gia di so­prav­vi­ven­za di fron­te a quan­to oscu­re e mal­va­gie pos­sa­no far­si le co­se». Quan­do s’è af­fac­cia­ta sul buio più spa­ven­to­so? «Di fron­te ai rap­por­ti dif­fi­ci­li tra i miei ge­ni­to­ri, e da­van­ti ai miei fi­dan­za­ti vio­len­ti. Af­fron­tan­do i tan­ti de­ces­si nel­la mia fa­mi­glia, i ca­si di di­pen­den­za, e a una lun­ga sto­ria di ma­lat­tia men­ta­le». La fol­lia le fa pau­ra? «In par­te sì, in par­te la amo. Per chi crea, la li­nea è sot­ti­le». Le è ca­pi­ta­to di su­pe­rar­ne il con­fi­ne? «Su­bi­to do­po il par­to. Non riu­sci­vo a dor­mi­re, avrò chiu­so gli oc­chi tre ore in una set­ti­ma­na e que­sto ha de­ter­mi­na­to una psi­co­si acu­ta. Ero con­vin­ta che il dot­to­re mi aves­se stac­ca­to la mia te­sta per ri­cu­cir­la sul cor­po di un’al­tra don­na. Sup­pli­ca­vo i me­di­ci di rin­chiu­der­mi in un ospe­da­le psi­chia­tri­co». E co­me ne è usci­ta? «Le oste­tri­che han­no estrat­to tut­to il lat­te che ave­vo in se­no e han­no por­ta­to via il bam­bi­no per un gior­no in­te­ro, e fi­nal­men­te ho pre­so son­no. La mat­ti­na ri­pe­te­vo a tut­ti che non de­si­de­ra­vo più che lo adot­tas­se­ro, che lo vo­le­vo te­ne­re per me». Di suo fi­glio non mai ha vo­lu­to ri­ve­la­re né il no­me né il ses­so, e in In­ghil­ter­ra ri­ten­go­no l’ab­bia fat­to per edu­car­lo sen­za un’iden­ti­tà di ge­ne­re pre­ci­sa. «È una stu­pi­dag­gi­ne. Vo­glio so­lo sal­va­guar­da­re la sua pri­va­cy il più pos­si­bi­le. Se a di­ciott’an­ni vor­rà espor­si, lo fa­rà. Ora, non è giu­sto che su­bi­sca le mie scel­te». Nel bra­no Evo­lu­tion can­ta: Be the Beau­ty, sii la bel­lez­za. Co­me ten­ta di in­car­na­re que­sta esor­ta­zio­ne? «Cer­co di vi­ve­re la vi­ta co­me fos­se un li­bro che qual­cu­no un gior­no po­trà leg­ge­re. E lo vo­glio pie­no di sto­rie, cir­co­stan­ze inu­sua­li, gen­te stram­ba. E quan­do fac­cio una scioc­chez­za mi giu­sti­fi­co di­cen­do che è un ca­pi­to­lo del li­bro, per ren­der­lo in­te­res­san­te». Co­sì tut­to è per­do­na­to. «Esat­to». A suo fi­glio sta in­se­gnan­do a scri­ve­re il suo? «Di­cia­mo che in­co­rag­gio il suo co­rag­gio (lo di­ce in ita­lia­no, ndr). Ha pre­sen­te l’im­pe­ra­ti­vo “non par­la­re agli sco­no­sciu­ti”? Ec­co, io di­co: par­la­ci, con gli sco­no­sciu­ti. Ma­ga­ri non an­dar­ci a ca­sa, ma fal­lo. Non ha nep­pu­re due an­ni e già si ab­ban­do­na nel­le ma­ni di chiun­que. E que­sto, per una bel­la sto­ria, è un buon ini­zio».

L’ABI­TO FA MO­NA­CO Pa­lo­ma Fai­th, 37 an­ni, ha pub­bli­ca­to quat­tro al­bum in stu­dio: l’ul­ti­mo è The Ar­chi­tect, del 2017. Qui, è fo­to­gra­fa­ta al Park Ca­fé di So­phien­straße 7, la sto­ri­ca bir­re­ria di Mo­na­co che ha ospi­ta­to l’ul­ti­ma tap­pa di Gior­gio’s, l’ap­pun­ta­men­to mem­bers-on­ly del gio­ve­dì se­ra, or­ga­niz­za­to dall’Ar­ma­ni/ Pri­vé Club di Mi­la­no. Fai­th si è esi­bi­ta in una li­ve per­for­man­ce.

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