De­di­ca­to A Chi Cre­de Sia So­lo Un Cli­chŽ

VOGUE (Italy) - - MANIFESTO - di WAL­TER VELTRONI

uno dei sim­bo­li più fa­ci­li da di­se­gna­re al mon­do. An­che un bam­bi­no può pren­de­re ma­ti­ta e car­ta, trac­cia­re un cer­chio sul­la car­ta e poi ag­giun­ge­re tre li­nee, una che ta­glia a me­tà lo spa­zio com­pre­so nel ton­do e al­tre due ri­vol­te ver­so il bas­so, co­me gam­be aper­te. Gam­be pron­te a mar­cia­re. L’au­to­re di quel se­gno, Ge­rald Hol­tom, rac­con­tò che uno dei “si­gni­fi­ca­ti” di quel sim­bo­lo, na­to nel 1958, era pro­prio ci­ta­re il ge­sto di pau­ra, di or­ro­re, di un ce­le­ber­ri­mo qua­dro: «Ero in uno sta­to di di­spe­ra­zio­ne. Pro­fon­da di­spe­ra­zio­ne. Ho di­se­gna­to me stes­so: la rap­pre­sen­ta­zio­ne di un in­di­vi­duo di­spe­ra­to, con le pal­me del­le ma­ni al­lar­ga­te all’in­fuo­ri e ver­so il bas­so, al­la ma­nie­ra del con­ta­di­no di Goya da­van­ti al plo­to­ne d’ese­cu­zio­ne. Ho da­to al di­se­gno la for­ma di una li­nea e ci ho fat­to un cer­chio in­tor­no». Quel trat­to ele­men­ta­re, na­to in ve­ri­tà per la cam­pa­gna con­tro la mi­nac­cia nu­clea­re – pre­oc­cu­pa­zio­ne as­sai vi­va tra la fi­ne dei Cin­quan­ta e l’ini­zio dei Ses­san­ta – è di­ve­nu­to nel tem­po un mar­chio co­no­sciu­to co­me quel­lo del­la Co­ca-Co­la. È sta­to cu­ci­to su mi­glia­ia di ban­die­re, è sta­to scrit­to su mi­glia­ia di mu­ri, è sta­to com­po­sto sul­la ter­ra da ca­te­ne di per­so­ne. Quel sim­bo­lo è im­pres­so nei cuori di ge­ne­ra­zio­ni in­te­re che vo­le­va­no «fa­re l’amo­re e non la guer­ra». Per­ché la guer­ra al­lo­ra non era so­lo una mi­nac­cia, un ri­schio. Era san­gue, mor­ti e fe­ri­ti. Era do­lo­re e la­cri­me. So­no ca­du­ti cin­que mi­lio­ni di viet­na­mi­ti e de­ci­ne di mi­glia­ia di ra­gaz­zi ame­ri­ca­ni per una guer­ra stu­pi­da e inu­ti­le. E il mon­do so­spe­se il fia­to du­ran­te la cri­si dei mis­si­li di Cu­ba, che avreb­be po­tu­to pre­ci­pi­ta­re la Ter­ra ver­so la più fa­ta­le del­le guer­re, l’ul­ti­ma. Mo­vi­men­ti pa­ci­fi­sti, grup­pi mu­si­ca­li, film e con­cer­ti so­no sta­ti ca­rat­te­riz­za­ti da quel se­gno. Esi­sto­no fo­to di sol­da­ti che si so­no trac­cia­ti il sim­bo­lo del­la pa­ce sul­le ma­ni che im­pu­gna­va­no il fu­ci­le che era­no sta­ti co­stret­ti a im­brac­cia­re. Sia­mo la ge­ne­ra­zio­ne, in Oc­ci­den­te, che ha vis­su­to la più lun­ga espe­rien­za di pa­ce de­gli ul­ti­mi se­co­li. La guer­ra è sta­ta in­tor­no a noi, vi­ci­na a noi. È sta­ta nei Bal­ca­ni, con il suo por­ta­to di fos­se co­mu­ni e di con­flit­ti et­ni­ci. È ora vi­si­bi­le nel­le ma­ce­rie ma­te­ria­li e uma­ne di Alep­po. Sta scrit­ta, nel suo or­ro­re, nel­lo sguar­do sper­du­to di quel bam­bi­no in­san­gui­na­to che in si­len­zio, in un’am­bu­lan­za, si de­ter­ge il san­gue dal vi­so, co­me fos­se nor­ma­le. Quel sim­bo­lo usa­to mil­le vol­te, che il suo au­to­re non vol­le bre­vet­ta­re e dal qua­le non ot­ten­ne al­cu­na ric­chez­za, te­mo sia be­ne non ven­ga og­gi mes­so in un cas­set­to del­la sof­fit­ta. Quel cer­chio e quel­le tre li­nee pos­so­no es­ser­ci enor­me­men­te uti­li, nel gran­de caos di que­sto tem­po smar­ri­to. •

Qui so­pra. Marc Bi­jl, “Bur­ning Pea­ce”, 2004. Esce que­sto me­se “Pea­ce” (Reel Art Press), una rac­col­ta di im­ma­gi­ni in­cen­tra­te sul sim­bo­lo del­la pa­ce, di­se­gna­to 60 an­ni fa da Ge­rald Hol­tom, che il fo­to­gra­fo Jim Mar­shall ha im­mor­ta­la­to per de­cen­ni in gi­ro per il mon­do.

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