guar­do il mio vol­to e lo ve­do cam­bia­re,

Ico­na di sti­le suo malgrado, Za­die Smi­th con­ser­va un ap­proc­cio di­ret­to alle co­se del mon­do. Ac­cet­tan­do che tutto pre­sto o tar­di si tra­sfor­mi, gli er­ro­ri che ha fat­to e che fa­rà, la bre­vi­tà del­la vi­ta, «la fe­li­ci­tà che de­ri­va dal sen­tir­mi li­be­ra di fa­re q

VOGUE (Italy) - - CONTENT - di Ele­na Dal­lor­so

No gen­der. No ra­ce. No na­tion. O in­ve­ce sì, in un mon­do in cui la glo­ba­liz­za­zio­ne pri­ma e i flus­si mi­gra­to­ri poi han­no por­ta­to alla ri­bal­ta l’ur­gen­za di una nuo­va pa­ro­la, di una nuo­va pro­spet­ti­va men­ta­le ed este­ti­ca: l’in­clu­si­vi­tà, pro­ba­bil­men­te l’uni­ca so­lu­zio­ne alla com­ples­si­tà, alla con­trad­dit­to­rie­tà e ai mi­lio­ni di sfu­ma­tu­re con cui si vie­ne in con­tat­to ogni gior­no.

Za­die Smi­th (43 an­ni), esplo­sa co­me scrit­tri­ce nel 2000 a 25 an­ni con “Den­ti bian­chi” (Fel­tri­nel­li), ro­man­zo che par­la­va di in­te­gra­zio­ne (un’al­tra pa­ro­la si­no­ni­mo di in­clu­si­vi­tà) a Lon­dra, di sfu­ma­tu­re, com­pli­ca­zio­ni e stra­ti­fi­ca­zio­ni ha fat­to il cen­tro del­la pro­pria scrit­tu­ra, e nel­lo spe­ci­fi­co del suo ul­ti­mo li­bro, “Feel Free”, la rac­col­ta di 26 tra sag­gi e ar­ti­co­li edi­ta ora da Sur, in cui si in­ter­ro­ga e ri­flet­te su ar­go­men­ti ap­pa­ren­te­men­te in­con­grui tra lo­ro (da Jay-Z a Jo­ni Mit­chell, dal­la Bre­xit ai giar­di­ni di Ro­ma, dal ba­gno di ca­sa sua a Mark Zuc­ker­berg), ma te­nu­ti in­sie­me dal­la me­de­si­ma do­man­da, che sot­ten­de allo sco­po stes­so del­la let­te­ra­tu­ra: e se le co­se fos­se­ro di­ver­se da quel­le che so­no? «Mol­te co­se so­no cam­bia­te da quan­do ave­vo quin­di­ci an­ni», di­ce.

«Og­gi ab­bia­mo a di­spo­si­zio­ne un mon­do scon­fi­na­to di im­ma­gi­ni di­ver­se e tut­te na­tu­ra­li di quel­lo che siamo, che siamo tutti. Siamo cam­bia­ti, ci ve­dia­mo di­ver­si. Non so­no par­ti­co­lar­men­te in­te­res­sa­ta al sog­get­to “mo­da”, che pe­rò ul­ti­ma­men­te ha por­ta­to in pas­se­rel­la pro­prio l’in­clu­si­vi­tà, ma so­no fe­li­ce del fat­to che ci sia­no in gi­ro sem­pre più fac­ce, e sem­pre più di­ver­si­fi­ca­te. A me in­te­res­sa­no i cam­bia­men­ti strut­tu­ra­li. E for­se ci stia­mo ar­ri­van­do». La sua, di fac­cia, è bel­lis­si­ma per una per­fet­ta al­chi­mia di ge­ni (quel­li in­gle­si del pa­dre e quel­li gia­mai­ca­ni del­la ma­dre): «Quan­do ero pic­co­la cer­ca­vo di es­se­re at­traen­te, ma non se­con­do il ca­no­ne di bel­lez­za im­pe­ran­te al­lo­ra, quel­lo del­le mo­del­le ema­cia­te e pal­li­de. Og­gi guar­do il mio vol­to nel­lo spec­chio e lo ve­do cam­bia­re, e in que­sto mo­do de­vo pren­de­re at­to che esi­ste una nuo­va im­ma­gi­ne di me stes­sa con cui de­vo con­fron­tar­mi ogni gior­no che pas­sa. Per tutti, sem­pre, è do­lo­ro­so in­vec­chia­re, e io non fac­cio ec­ce­zio­ne. Con­fes­so che l’idea di mo­ri­re mi ter­ro­riz­za, ma rie­sco ra­zio­nal­men­te ad ac­cet­ta­re che verrà un tem­po in cui fa­rò più fa­ti­ca a fa­re qua­lun­que co­sa, per­fi­no a re­spi­ra­re. Quel­lo che non vor­rei mai è per­de­re la mia lucidità. Quan­to alla bel­lez­za, fac­cio fa­ti­ca a de­fi­nir­la in mo­do ge­ne­ra­le, uni­ver­sa­le. Io, per esem­pio, non mi sen­to bel­la, ma ho am­mi­ra­zio­ne per il mio cor­po, per la mia sa­lu­te di fer­ro, per la mia for­za, per il fat­to che non mi am­ma­lo mai: que­sto mi sem­bra in­cre­di­bi­le» – e nel sag­gio “Fla­ming Ju­ne” rac­con­ta co­me il suo ten­ta­ti­vo di in­te­grar­si all’este­ti­ca bri­tan­ni­ca uni­ver­si­ta­ria de­gli an­ni 90 fu ap­pen­de­re alla pa­re­te del­la sua stan­za a Cam­brid­ge il po­ster del di­pin­to “Fla­ming Ju­ne” di Fre­de­ric Lord Leighton. Ma­dre di due bam­bi­ni (Ka­the­ri­ne e Har­vey, avu­ti dal ma­ri­to Nick Laird, poe­ta e scrit­to­re), con­si­de­ra l’edu­ca­zio­ne dei fi­gli un’emer­gen­za quo­ti­dia­na.

«Non ho idea di quel­lo che suc­ce­de­rà. Ho avu­to una ma­dre, i miei fi­gli han­no me, ma non so co­sa ne verrà fuo­ri. La cer­tez­za è che qua­lun­que ti­po di ma­dre proverò a es­se­re co­mun­que sba­glie­rò, fa­rò de­gli er­ro­ri. Se fos­si il ti­po di don­na che ri­nun­cia a tutto per sta­re con lo­ro, lo­ro pen­se­reb­be­ro che so­no una cre­ti­na; se fos­si una don­na in car­rie­ra pen­se­reb­be­ro che li tra­scu­ro. Io so­no aperta nei lo­ro con­fron­ti co­me lo è sta­ta mia ma­dre nei miei. E ar­ri­ve­rà un mo­men­to in cui ap­prez­ze­ran­no il ti­po di ma­dre che so­no sta­ta, per­ché a me è suc­ces­so co­sì con la mia». Diventata (suo malgrado) anche un’ico­na di sti­le, Za­die Smi­th è fon­da­men­tal­men­te ba­sic: «For­se il mio è un li­mi­te, ma non ca­pi­sco chi in­dos­sa un ca­po ca­ris­si­mo e “di mo­da” per l’uni­ca ra­gio­ne che è ca­ris­si­mo e di mo­da. La mo­da che fun­zio­na co­sì non mi in­te­res­sa af­fat­to. Ma ado­ro ve­stir­mi con uno sti­le che rie­sca a espri­me­re il mo­do in cui mi sen­to quel gior­no. Non so­no at­trat­ta dai brand, ma que­sto non si­gni­fi­ca che non in­dos­si anche co­se co­sto­se, se espri­mo­no la mia per­so­na­li­tà e il mio sen­ti­re. Un ve­sti­to, qua­lun­que ve­sti­to, de­ve fun­zio­na­re su di me per pia­cer­mi».

Al pia­ce­re (e alla fe­li­ci­tà) è de­di­ca­to uno dei sag­gi di “Feel Free”: «La mia fe­li­ci­tà so­no i miei fi­gli, di si­cu­ro. E la scrit­tu­ra. Il pia­ce­re in­ve­ce lo trovo in mol­te al­tre co­se, nel ci­bo, nell’al­col, in cer­ti mo­men­ti del­la mia vi­ta anche nel­le dro­ghe. Il pia­ce­re per me ri­sie­de in co­se che crea­no sen­sa­zio­ni co­me il ci­ne­ma, o leg­ge­re». Col­ti­va­re le ami­ci­zie, la­vo­ra­re qual­che ora in pa­ce, fa­re eser­ci­zio fi­si­co, sta­re un po’ con i fi­gli en­tra­no nel no­ve­ro del­le azio­ni che ren­do­no fe­li­ce Za­die Smi­th: «Ri­fa­cen­do­mi al ti­to­lo del mio li­bro, “Feel Free”, sen­tir­si li­be­ri, cre­do che ab­bia di­ver­si si­gni­fi­ca­ti a se­con­da del­le cir­co­stan­ze, del­le per­so­ne. A co­sto di fa­re la fi­gu­ra del pre­di­ca­to­re me­die­va­le, so­no con­vin­ta che sia im­por­tan­te che la gen­te si ri­cor­di che un gior­no mo­ri­rà, qua­lun­que sia la sua at­ti­vi­tà, il suo po­sto nel mon­do: la no­ti­zia fon­da­men­ta­le è che que­sta vi­ta è bre­ve. Se que­sta co­sa ce l’hai chia­ra in testa, cam­bia anche il tuo com­por­ta­men­to nel pre­sen­te. Io ri­cor­do sem­pre a me stes­sa che ci so­no dei li­mi­ti, che la vi­ta ha un li­mi­te, e che que­sto com­por­ta del­le re­spon­sa­bi­li­tà. Non serve a niente il­lu­der­si che la tec­no­lo­gia cam­bie­rà le co­se: i li­mi­ti so­no co­mu­ni a tutti».

«Quan­to alla li­ber­tà, ci si può sen­ti­re li­be­ri dai fi­gli (e a me tal­vol­ta ca­pi­ta), dal­le re­la­zio­ni, da quel­lo che non ci pia­ce. Mi ren­do con­to che an­co­ra una vol­ta sto par­lan­do di fe­li­ci­tà, del­la fe­li­ci­tà che de­ri­va dal sen­tir­mi li­be­ra di fa­re quel­lo che de­si­de­ro». •

«Non mi sen­to bel­la, ma ho am­mi­ra­zio­ne per il mio cor­po, per la mia sa­lu­te di fer­ro, per la mia for­za, per il fat­to che non mi am­ma­lo mai: que­sto mi sem­bra in­cre­di­bi­le».

Za­die Smi­th

Il più re­cen­te li­bro di Za­die Smi­th, Feel Free (Sur, 360 pa­gi­ne): 26 ar­ti­co­li e sag­gi scrit­ti fra il 2010 e il 2017, che van­no dall’ana­li­sipo­li­ti­ca alla cri­ti­ca cul­tu­ra­le, all’au­to­bio­gra­fia, alla ri­fles­sio­ne. Nel­la pa­gi­na ac­can­to e in aper­tu­ra. Due ri­trat­ti del­la scrit­tri­ce cheoltre a 5 ro­man­zi ha pub­bli­ca­to di­ver­si rac­con­ti e due sag­gi.

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